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Se il sogno è imparare a volare

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Tempo di lettura: 8 minuti

Gli oratori alla prova del disagio adolescenziale

Negli anni ’90 del secolo scorso ha avuto un certo successo “L’aquila che si credeva un pollo”, un apologo di A. De Mello: un uomo trovò un uovo d’aquila e lo mise nel nido di una chioccia. L’uovo si schiuse contemporaneamente a quelli della covata e l’aquilotto crebbe insieme ai pulcini. Per tutta la vita l’aquilotto fece quel che facevano i polli nel cortile, pensando di essere uno di loro. Trascorsero gli anni e l’aquila divenne molto vecchia. Un giorno vide sopra di sé, nel cielo sgombro di nubi, uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante, in mezzo alle forti correnti d’aria, muovendo appena le robuste ali dorate. “Chi è quello?”, chiese. “E’ l’aquila, il re degli uccelli” fu la risposta. “Appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli”. E così l’aquila visse e morì come un pollo, perché pensava di essere tale.

L’apologo intende evidenziare come le credenze limitanti ci impediscano di realizzare il nostro potenziale, invitando a riflettere sia sugli esiti negativi, sia su come prevenire che si creino situazioni del genere.

Possiamo a questo punto domandarci: “E se invece fosse il contrario? E se dei volatili da cortile si ritenessero ‘aquile’? Se i polli si convincessero di ‘appartenere al cielo’ nonostante la realtà e le condizioni in cui si trovano siano legate alla terra?

Sarebbe immaginare e sognare una cosa bellissima ma altrettanto rischiosa: da un lato darebbe una formidabile spinta ideale, dall’altro potrebbe diventare una fuga dalla realtà, esponendo a gravi allucinazione e frustrazioni, con conseguente inefficacia e perdita di motivazione.

Questo rovesciamento dell’apologo sopra riportato potrebbe per certi versi riguardare il rapporto tra oratori e disagio adolescenziale, tema di ricerca-azione promossa tra il 2021 ed il 2025 dagli Oratori delle diocesi lombarde (Odielle) e condotta in collaborazione con l’Università Cattolica, i cui risultati sono stati recentemente presentati (SGUARDI-ODL-15_oratori-lombardi-e-disagio-adolescenziale.pdf.).

Parabola ribaltata?

Agli oratori – da sempre – gli adolescenti, specie quelli svantaggiati, stanno tantissimo a cuore. La vocazione di apertura e accoglienza educativa verso tutti i minori, specie quelli meno fortunati, fa parte non solo della sua tradizione e cultura ma, sarebbe il caso di dire, del ‘DNA spirituale e pastorale’ oratoriano. L’oratorio non vuole e non può rinunciare agli adolescenti, che rappresentano un autentico e irrinunciabile ‘oggetto del desiderio’ della pastorale giovanile.

Un oggetto del desiderio tanto più ambito quanto sempre più distante, quasi irraggiungibile: i dati segnalano che gli adolescenti in oratorio sono sempre meno, solo il 10% circa del totale. Molti di loro inoltre sono coinvolti nelle attività sportive, animative e ricreative, o di recupero scolastico offerte dall’oratorio ma meno interessati alle proposte religiose.

In una tale situazione, sarebbe logico pensare che siano gli oratori per primi ad andare dagli adolescenti, o, per dirla con gli autori del report d’indagine, “il loro compito sarebbe quello di «uscire», saper davvero abitare gli spazi di vita dei ragazzi “. Ma gli oratori non ne sono realmente capaci, in quanto il loro paradigma di riferimento non è ‘centrifugo’, missionariamente orientato verso l’esterno, ma a vocazione ‘centripeta’, centrata sull’accogliere all’interno delle proprie strutture.

Il fatto è che gli oratori sono nati e stati abituati a custodire e coltivare le 99 pecore all’interno del recinto, non ad andare a cercare quella fuori, smarrita o disagiata che sia. Questa impostazione fa parte del loro modello originario, talmente radicata che, anche se oggi la situazione descritta nella parabola è ribaltata e le 99 pecore sono fuori, si continua a privilegiare chi ancora è all’interno del perimetro.

L’indagine molto opportunamente segnala che sono gli stessi educatori interpellati a riconoscerlo: ‘essere oratorio di uscita e di prossimità’ sono esigenze che raccolgono pieno consenso e scaldano il cuore ma richiedono un cambio di prassi e di mentalità” e per questo rischiano di “rimanere semplici slogan. Per prendere sul serio l’invito ad uscire e farsi prossimo gli oratori richiedono un ripensamento delle strutture e soprattutto una crescita interna di competenze, oltre che un coinvolgimento delle risorse di tutta la comunità”.

‘Non è un paese per adolescenti’

La grande maggioranza degli adolescenti non sembra attratto dall’oratorio. A sua volta, l’oratorio non appare in grado di coinvolgerli se non per brevi occasioni, come l’oratorio estivo.

Forse gli ado non trovano così interessante muoversi al livello terrestre del cortile; forse preferiscono volteggiare ad alta quota invece di fare il nido sotto i porticati come le rondini; forse amano orizzonti più ampi di quelli di aule e cortili. Forse preferiscono l’inquietudine della libertà alle proposte formative di routine; forse ricercano la loro vocazione attraverso il rischio di esplorazione alle relazioni sicure in spazi protetti (vedi: Adolescenti e Oratorio (prima parte) – Centro Studi Missione Emmaus).

Restando nella nostra metafora, magari gli ado vorrebbero che gli oratori mostrassero loro come volare, o per lo meno insegnassero loro a diventare bravi piloti, non solo bravi addetti della base aerea, ad osservare il mondo dall’alto e non, al massimo, dalla torre di controllo.
Gli oratori, afferma l’indagine, ben intuiscono che per affrontare seriamente il disagio adolescenziale occorrerebbe saper volare alto: Servirebbe avere uno sguardo lucido degli scenari e acutezza di visione rispetto alla complessità del compito. Ma gli oratori, ahimè, non sanno volare, nessuno lo ha loro insegnato e sono impreparati al riguardo. È proprio questo aspetto a far sorgere il dubbio che forse gli oratori, nati e cresciuti come volatili da cortile, in recinti ben definiti, provino ad immaginare di essere dei volatili di alta quota, dai confini aperti.

Ben inteso, diversi oratori – come l’indagine evidenzia – ci provano, con buona volontà, tenacia ed anche creatività. Le buone intenzioni non mancano. Ai desideri però non sempre corrispondono buone azioni: sognare o immaginare di volare non significa saperlo fare in concreto: “il passaggio più difficile – fa notare l’indagine – si è rivelato quello dalla definizione ideale del progetto alla sua applicazione concreta. In diversi casi l’accompagnamento ha permesso di arrivare fino al progetto scritto, ma non molte volte si è poi tradotto in azione”.

Piuttosto che niente, meglio piuttosto

L’intuibile imbarazzo nel riconoscere le proprie difficoltà interne, porta a trasformare le tentate soluzioni proprio nel problema che si vorrebbe affrontare: “la ricerca ha messo in luce anche come per le realtà ecclesiali, il disagio adolescenziale sia avvertito come un tema che potremmo chiamare di ‘confine’, perché suscita frequentemente alcuni interrogativi su fin dove debba spingersi l’azione della comunità ecclesiale, su quale sia effettivamente il suo compito, se non vi sia il rischio di confondere il piano pastorale con quello dell’erogazione di servizi sociali”. Un bell’esempio di resistenza al cambiamento: quando la soluzione al problema è troppo difficile, la soluzione diventa il problema.

Alla fine, dunque, occorre arrangiarsi, mettendo in atto una sorta di ‘fai-da-te’, un aspetto che gli oratori conoscono bene. Taluni oratori si illudono di diventare abili al volo provando a modificare le strutture, intraprendono ‘diete educative’ al fine di ‘perdere peso’, arrivando talvolta anche a sopportare delicati interventi di ‘chirurgia plastica pastorale’; altri tentano di avvalersi di ‘protesi alari’ cambiando connotati educativi; altri ancora prospettano ‘sessioni di autocoscienza’ formativa con professionisti esterni.

Nella maggior parte dei casi questi tentativi sono visti con favore ed incoraggiati dagli Uffici pastorali e dai vertici diocesani, disposti a “sostenere la for­mazione degli operatori, favorire la costituzione di equipe multidisciplinari, con­tribuire ad alleanze territoriali”. Tuttavia, questi sforzi di aggiornamento, pur necessari, rischiano di non essere sufficienti se non sono inquadrati e sostenuti da un nuovo modello di oratorio. Se l’oratorio vuole seriamente impegnarsi verso il disagio giovanile deve ripensarsi, non solo provare a mobilitarsi. Imparare a volare, ‘diventare aquile’, comporta anzitutto un cambio di paradigma pastorale. Non funziona pretendere che siano gli ado a cambiare mentre la comunità educante resta in attesa, senza mettersi in discussione. Non si può provare (o fingere) di saper volare finché si può contare sul favore del vescovo di turno; non basta vincere un bando di Enti e Fondazioni varie per cambiare mentalità, magari restando in balia dei tempi e modi di erogazione dei fondi.

Un sistema fragile

Sembra doveroso a questo punto chiedersi i motivi per i quali gli oratori non sanno volare, e domandarsi se tali motivi siano immodificabili oppure si possa intervenire, ammesso che lo si voglia fare.

A questo riguardo, al di là dell’ennesimo plauso retorico agli oratori come validi presidi educativi, l’indagine aiuta indubbiamente a far luce sulla situazione. Il suo maggior merito, a nostro avviso, sta nel dare un segnale d’allarme alle realtà oratoriani ed ai responsabili pastorali nell’evidenziare ciò che condiziona negativamente gli oratori nel raccogliere la sfida posta dal disagio adolescenziale.

Riprendendo quanto lucidamente esposto nelle conclusioni del lavoro di ascolto ed esplorazione sul campo condotto dai ricercatori, tali motivi sono attribuibili a tre nodi strutturali, tre fragilità tra loro connesse, tutte riconducibili al modello di oratorio ereditato dalla tradizione:

a) la fragilità organizzativa nella gestione dei processi: i tempi e i modi di intervento sono di fatto spesso “lasciati alla buona volontà delle persone, senza un quadro di lavoro preciso”

b)la fragilità nei processi decisionali, (ac)centrata sulle figure clericali: “questo fa sì che i cambiamenti del parroco o del coadiutore portino a forti rallentamenti nelle decisioni e quindi, di fatto condizionino molto la possibilità di costruire progetti a lungo termine”

c) La fragilità della comunità educante che dovrebbe sostenere l’oratorio, ovvero la “diminuzione delle persone disponibili a mettersi in gioco dal punto di vista educativo all’interno delle diverse comunità. Questo dato rafforza ‘la paura di non farcela’, il timore di non avere la forza di portare avanti progetti ritenuti troppo impegnativi”

Non può non preoccupare, inoltre, il richiamo finale del report alla difficoltà degli oratori a chiedere loro per primo aiuto nello svolgere il loro mandato educativo. Gli oratori vanno aiutati a “saper chiedere supporto” segnalano i ricercatori, sottolineando che “per prevenire il disagio dei ragazzi occorre infatti contrastare, innanzitutto, il disagio educativo vissuto a volte dagli oratori”. Una sottolineatura, preoccupante e giustamente provocatoria: come può sostenere chi ha bisogno di essere sostenuto? Come può cogliere la domanda di supporto chi non sa chiedere supporto? Come si può accompagnare un ado a gestire il disagio ed i lutti che la crescita comporta, chi non sa cambiare ed elaborare la perdita di un certo modo di fare oratorio, assolutizzando la propria tradizione?

Dal cortile al cielo: un cambiamento paradigmatico

 Come se ne esce? Cosa può rendere l’oratorio più attraente agli occhi degli ado di oggi? Come l’oratorio può ‘riconciliarsi’ con gli ado e prospettare una ‘nuova alleanza’ con loro?

Non illudiamoci, non ci sono scorciatoie. Occorre lavorare su una nuova consapevolezza, nuove priorità, un rinnovato discernimento. Il passaggio chiave è quello di cambiare paradigma di riferimento: da un modello di oratorio adattativo-resiliente ad un modello ‘anti-fragile’. L ‘anti-fragilità indica una capacità che si può sviluppare quando ci si trova in una condizione di particolare vulnerabilità.

L’oratorio anti fragile suggerisce un diverso modo di concepire e vivere crisi e difficoltà, ovvero non come qualcosa a cui dover resistere, ma come un’opportunità di crescita e sviluppo: è leggero, facilita il “lasciar andare” e libera dall’ossessione del controllo, coltiva uno sguardo curioso e sapientemente innocente.

Il ripensamento dell’oratorio in chiave di paradigma anti-fragile consente di affrontare le tre fragilità in una nuova prospettiva, attraverso un processo trasformativo:

  • a livello organizzativo: l’oratorio anti-fragile si propone agli ado non come luogo rifugio ma come ‘campo base’, organizzazione flessibile e leggera, che renda possibile il rischio di imparare a vivere e scoprire sé stessi egli altri. Esso si distacca dalle funzioni di ‘nastro trasportatore’ finalizzato alla prima socializzazione religiosa e si concentra sugli ado. Rispetto all’attuale approccio di iniziazione sacramentale, centrato sui bambini, privilegia quello di iniziazione vocazionale, marcatamente esperienziali
  • a livello decisionale: l’oratorio anti-fragile evita il ‘collo di bottiglia’ clericale che decide dei tempi e dei modi, esercitando(si) nello stile sinodale, che non si risolve/riduce nella semplice collaborazione verticale preti-laici. Esso fa e fa fare palestra di discernimento, così che i processi decisionali sono affidati e basati su delle equipe a composizione mista, dotate di reale autonomia decisionale, affidate ad un coordinatore scelto dalla equipe stessa. Anche la figura del responsabile di oratorio viene riletta in chiave sinodale e comunitaria, evitando forme di verticismo e cooptazione clericalizzata dei laici
  • a livello di comunità educante: l’oratorio anti-fragile richiede un rinnovamento profondo delle figure di riferimento, non sovrapponibili a quella del catechista o dell’animatore di gruppo. Il focus è dato dal lavoro educativo su quei passaggi trasformativi grazie ai quali l’adolescente viene accompagnati alla scoperta del proprio posto nella vita e nel mondo. Occorrono per questo figure “sapienti”, tenaci e pazienti a un tempo, in grado di accompagnare l’incedere sincopato tipico degli ado, partendo da esperienze iniziatico-trasformative e la loro ri-narrazione, per giungere a nuovi livelli di consapevolezza

Oratori in fuga?

Qualcuno ricorderà il bel film ‘Galline in fuga’, uscito ormai oltre 25 anni fa. Nella fattoria-campo di lavoro la proprietaria controlla quante uova ha ‘prodotto’ ciascuna gallina, e quelle sotto la media sono destinate a diventare sformato di pollo. Per sfuggire al loro crudele destino le galline si addestrano con duri esercizi di abilità e di destrezza. Ma non sono sufficienti. Occorre passare dal buon volontarismo a scelte strutturali di cambiamento, ovvero il ricorso ad un velivolo ricostruito sulla memoria di un vecchio gallo cedrone. L’aereo infine riesce a decollare, supera il recinto, e vola nello spazio.

Nel film le galline ce l’hanno fatta: non sono diventate aquile ma si muovono libere in un bel prato.

E gli oratori? Ce la faranno ad uscire dal paradigma che impedisce loro di prendere il volo? Non lo sappiamo. Ma c’è un tempo per pensare come risolvere i bisogni del presente ed un tempo per coltivare un nuovo “sogno missionario” di oratorio e farlo germogliare.