Cambiare il modo di cambiare
‘Cambio d’epoca’ è un’espressione che sembra essere ormai acquisita in ambito ecclesiale, ma della quale non si colgono ancora le implicazioni. Essa prospetta una frattura temporale profonda, che rende inadeguate, per non dire insignificanti, le prassi pastorali in atto.
Le forme e il linguaggio con cui la fede si esprime si rivelano troppo distanti dall’esperienza di vita delle donne e degli uomini di oggi. I modelli di vita cristiana perdono il sapore, il loro gusto evangelico, e si rafforza una ‘tensione spirituale’ che manifesta in modo concreto l’esigenza di una conversione.
Nel cambio d’epoca non sono sufficienti cambiamenti programmatici, ovvero piccoli aggiustamenti adattativi e resilienti per ritrovare un equilibrio funzionale. Non è quindi opportuno andare avanti cercando di tenere le cose sotto controllo, ma si tratta di un ‘mutare dell’insieme’. In questa situazione, l’esigenza prioritaria del contesto ecclesiale è cambiare strada: l’istanza della conversione appare la scelta più opportuna, che si traduce nella ricerca e nella messa in atto di un cambiamento di paradigma nei modelli pastorali.
Se non cambierete, non entrerete mai
Vi sono infatti due tipi di cambiamenti: il primo consiste nel modificare alcune parti del sistema che lasciano inalterato nel suo complesso lo stesso sistema. Si parla in questo caso di ‘cambiamento di primo livello’, o cambiamento di livello 1.
Questo tipo di cambiamento opera nella logica del problem solving: è la modalità ‘classica, quella più frequente e in cui solitamente abbiamo maggiore esperienza. Il cambiamento si esplica e riduce alla richiesta di un intervento tattico, basato sul tentativo di eliminare o almeno ridurre/contenere il problema in questione. È una forma di intervento che opera a livello dei ‘sintomi’ principali, quelli più evidenti o fastidiosi.
Il cambiamento di livello 1 è solitamente utilizzato anche quando si tratta di affrontare le difficoltà incontrate dall’azione pastorale. L’intervento migliorativo non riguarda il sistema pastorale nel suo insieme e le sue premesse, ma si limita a operare sui suoi aspetti problematici, i ‘sintomi’, mettendo in atto azioni di contrasto delle difficoltà segnalate. Con l’aggravante di ricorrere, quasi alla stregua di un riflesso automatico, a modalità esortative e moraleggianti: ‘impegniamoci di più’, ‘le difficoltà ci rafforzano’, ‘non perdiamo fede e speranza’, ‘cerchiamo di aiutarci meglio’, ‘evitiamo di ripetere gli stessi errori’ … fino all’ormai famoso “Basta rifugiarsi nel ‘si è sempre fatto così’” uno dei mantra ecclesial-pastorali più gettonati negli ultimi anni.
Questi ‘appelli al cambiamento’ non portano a reali cambiamenti, specie se la richiesta di rinunciare alla tradizione non viene accompagnata da valide alternative. Così facendo si finisce per alimentare i cori della curva opposta: “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non quello che trova” … come la sconfortante deriva post – sinodale ben segnala.
In parecchi casi assistiamo, al contrario, all’acuirsi dei problemi che si intendevano risolvere. Chi lavora per introdurre cambiamenti sa che è altamente improbabile riuscire a diminuire o risolvere un problema solo perché un altro, anche autorevole, lo chiede. Anche perché, chi si trova in difficoltà, prima di chiedere di essere aiutato a cambiare, di solito ha già compiuto il massimo sforzo per ridurre il problema senza riuscirvi. Chiedere di sforzarsi ulteriormente sarebbe un intervento inutile, se non peggiorativo. In molti casi rappresenterebbe la replica di una tentata soluzione già rivelatasi fallimentare. Allo stesso modo, sperare che la pastorale possa ridurre i suoi problemi intervenendo sui sintomi del malessere non farebbe altro che generare proprio l’effetto principale del problema: l’accanirsi sulle soluzioni più frequenti ma inefficaci e, dunque, finire per consolidare il sistema che ha generato il problema stesso.
Cambiare il modo di cambiare
Ecco allora l’esigenza di considerare cambiamenti di ‘secondo livello’, o cambiamenti di livello 2. Tali interventi generano il mutamento dell’intero sistema, ovvero del paradigma di riferimento su cui il sistema si regge. Sono chiamati per questo motivo ‘cambiamenti paradigmatici’.
Questo secondo tipo di cambiamento riguarda il ‘non detto’, il ‘non visto’, il ‘non agito’, le delle leggi compositive alla base dell’ordine e della struttura del sistema stesso, date solitamente per scontate (‘cambiamento di un cambiamento’ o ‘cambiare il modo di cambiare’).
L’approccio del Centro Studi Missione Emmaus mira a promuovere e accompagnare un cambiamento pastorale di livello 2: un cambio di paradigma, non solamente il superamento di uno specifico problema pastorale. Ciò che si intende introdurre è la possibilità di un cambiamento dell’approccio pastorale nel suo complesso, perseguito attraverso sperimentazioni (azioni di rottura e discontinuità) in aree strategiche, che a cascata producano cambiamenti più grandi fino a cambiare il sistema pastorale nel suo insieme e nelle sue componenti, prime fra tutte le persone che ne fanno parte (azione trasformativa).
Questa azione trasformativa si esplica e propone in processi di ri-significazione, ovvero la ridefinizione di significati attraverso cui si cambia lo sfondo o la visione concettuale delle diverse proposte pastorali, e di come vengono vissute, cambiando così la prospettiva di intervento e coinvolgimento. È importante sottolineare come questi processi di ri-significazione sviluppano solitamente significative implicazioni nella relazione tra comunità cristiana ed azione pastorale, a partire da un nuovo linguaggio e nuove narrazioni.
Inversione a U, ovvero conversione
Cambiare paradigma è un processo delicato e impegnativo: consiste in una drastica, drammatica (quando non traumatica) rottura dell’equilibrio del sistema in atto. Esso impone un mutamento radicale della visione, dei modelli di pensiero, delle priorità e delle regole e che guidano le scelte e le azioni pastorali che ci sono familiari. Nel linguaggio ecclesiale, questo processo viene solitamente chiamato ‘conversione’. È un evento che si verifica quando vecchie certezze non sono più adeguate e si rende necessario un nuovo approccio, inconciliabile col precedente, per comprendere e affrontare la realtà.
Il testo ‘Inversione a U. Cambiare il modo di cambiare con i processi pastorali’ offre una serie di riflessioni e proposte concrete elaborate in questa prospettiva dal Centro Studi Missione Emmaus (www.missioneemmaus.com), sodalizio nato solo nel 2018, piccolo come un granello di senape che tuttavia in questi pochi anni ha acquisito sempre maggiore notorietà e autorevolezza nel mondo ecclesiale.
‘Inversione a U’ è una selezione di articoli e contributi (tra gli oltre duecento pubblicati) realizzati da Stefano Bucci, Fabrizio Carletti e Roberto Mauri, cofondatori del Centro Studi. Diversi nello stile, i contributi sono accomunati dalla logica e passione che li ispira, come apparirà evidente dalla lettura, orientati a promuovere un cambiamento sistemico e personale. Essi sollecitano una conversione pastorale e individuale profonda, sviluppando sinergie che valorizzino le risorse già presenti nei diversi contesti ecclesiali. Un invito raccolto inizialmente Diocesi e Presbitéri, ed in seguito da Istituti e Congregazioni Religiose, Comunità pastorali. Il testo si articola in quattro sezioni, riprendendo le componenti chiave del cambiamento paradigmatico: visione, forma, narrazione, prassi.
Ad ognuno di essi sono dedicati degli specifici contributi:
- cambiare visione
Un paradigma si caratterizza anzitutto per una propria visione del presente e orizzonte di futuro. Il cambio di visione porta a nuovi sguardi sulla realtà, dare attenzione a dettagli prima ritenuti irrilevanti, ridefinire obiettivi e modalità di verifica, ispirare nuovi ‘sogni missionari’. Nel nostro caso, cambiare visione va nella direzione della ‘antifragilità’, meglio in grado di intercettare la modernità liquida in cui siamo entrati, tessere nuove priorità e criteri distintivi per l’azione pastorale, in discontinuità con gli attuali modelli dominanti.
- cambiare forma
Il cambiamento di visione, se significativo, comporta interrogarsi seriamente sulle configurazioni istituzionali e strutturali che attualmente caratterizzano diocesi, parrocchie, oratori, comunità religiose. Il cambiamento di forma non si riduce a una migliore manutenzione e nemmeno a un energico restyling di consuetudini pastorali il più delle volte semplicemente retaggio di un passato irrecuperabile. Si tratta piuttosto di privilegiare altre forme organizzative, agili, leggere, essenziali, sostenibili, policentriche, in rete: creare e coltivare un design pastorale altro, lasciando ciò appesantisce e imbruttisce.
- cambiare narrazione
Il cambio di paradigma chiede non solo di essere formalizzato ma comunicato. Ogni paradigma si regge e produce narrazioni fondative. Tali narrazioni operano da collante e fondamento per la credibilità del paradigma stesso, fungono da modelli da imitare in chiave valoriale e pedagogica. Non si può vivere e comunicare il nuovo usando vecchie parole: ciascun paradigma, in quanto visione organizzata del mondo opera un cambio di linguaggio, ovvero nuovi termini chiave, immagini iconiche, esempi di riferimento.
- cambiare prassi
Un cambio di paradigma, infine, si attua grazie alla sua capacità di introdurre nuove e diverse prassi organizzative e pastorali: segni e azioni di discontinuità dagli effetti generativi. La prospettiva è quella di mobilitare rinnovate energie spirituali e pratiche, promuovere esperienze, altri inesplorati legami e intrecci tra persone, valori, risorse ecclesiali che sappiano far gustare la bellezza dell’Annuncio salvifico. Ritroviamo questi aspetti nell’episodio di Emmaus, scelto dal Centro Studi proprio per la sua forte capacità di proporre un processo di conversione, ovvero cambiamento di paradigma. La potenza della narrazione della propria storia si unisce alla narrazione di una nuova storia che consegna una nuova visione, dona alla situazione una nuova forma, attivando nuove prassi.
Prima di tornare a Gerusalemme occorre uscire verso Emmaus; prima di ricercare conferme servono le domande; prima del bisogno di sicurezza viene il desiderio di libertà e leggerezza. Siamo in un cambio d’epoca. È opportuno abitare le fratture instauratrici, i luoghi di crisi e le fragilità ecclesiali, in quanto in essi e a partire da essi si dispiega la dinamica trasformativa della Pasqua e si rivela la Grazia di Dio.
‘Guardate gli uccelli del cielo’
Ad un vecchio artista giapponese venne commissionato un dipinto. Una volta terminato, il quadro mostrava un uccellino appollaiato su un ramo nella parte laterale del dipinto. Il resto della tela era vuoto.
Al committente il risultato non piacque. Chiese di metterci qualcos’altro perché, secondo lui, così com’era sembrava un po’ spoglio.
Il maestro rispose che non poteva accontentarlo. L’acquirente insistette «Perché no? Perché non ci mette qualche altra cosa?» «Perché se riempio il quadro, all’uccello non rimarrà spazio per volare»
(Il testo ‘Inversione a U. Cambiare il modo di cambiare con i processi pastorali’ può essere richiesto scrivendo a segreteria@missioneemmaus.com)

