Voglio parlare di questo sistema di pensiero. Della istintiva tendenza di una civiltà eminente e prestigiosa ad abusare del suo stesso privilegio per farsi del vuoto intorno, interpretando la nozione universale, esclusivamente in rapporto alle dimensioni che le appartengono, ovvero a pensare l’universale a partire dai suoi soli postulati e attraverso le categorie che essa riconosce come proprie. Abbiamo visto le conseguenze di tutto questo: strappare l’uomo da se stesso, strappare l’uomo dalle sue radici, strappare l’uomo dall’universo, strappare l’uomo dall’umano, isolarlo definitivamente in un orgoglio suicida o in una forma razionale e scientifica delle barbarie.
Aimé Césaire, Discorso sulla negritudine
Ad un convegno del Sovvenire, almeno dieci anni fa, rivolsi a Mons. Nunzio Galantino (allora segretario della CEI) la seguente domanda: ‘In questo convegno si è parlato molto di trasparenza come criterio di giustizia nella gestione dei beni. Le chiedo se è sufficiente? Possiamo parlare, cioè, di trasparenza senza riflettere sula governance? In quanto, un parroco può anche affiggere il resoconto delle spese e delle entrate, ma se la comunità non è stata parte delle scelte che li hanno determinati, quale rilevanza può avere questo unico criterio?”. Con mia profonda delusione – essendo stato un affezionato lettore della rubrica di Galantino sull’inserto culturale della domenica del Sole 24ore – la risposta si è concentrata sul termine governance, attraverso un sorriso ironico, bollandolo come inappropriato rispetto alla cultura ecclesiale.
La Treccani fornisce la seguente definizione di governance: la maniera, lo stile o il sistema di conduzione e direzione di un’organizzazione. Nelle Tracce attuative del sinodo universale si legge: “Processi in stile sinodale. In generale, si raccomanda che il metodo sinodale non si riduca ‘a una serie di tecniche di gestione degli incontri’, ma sia vissuto come ‘esperienza spirituale ed ecclesiale che implica crescere in un nuovo modo di essere Chiesa’. Le indicazioni metodologiche andranno dunque declinate in una varietà di processi (discernimento, governance, ascolto, formazione, ecc.), caratterizzati da obiettivi diversi ma accomunati dal fatto di svolgersi in stile sinodale.”
Dopo una decina di anni questo termine sembra non scandalizzare più la cultura ecclesiale. Penso sia un bene, non tanto per un migliore funzionamento delle strutture, ma per salvare, finché siamo in tempo, il maggior numero di vocazioni.
Le scuse indotte dalla struttura
“Non ho tempo? Dove trovo lo spazio in agenda? Non ho collaboratori? Sarebbe bello ma…”
Scuse. Scuse lecite, perché sono il frutto di tensioni che le persone – leggi i consacrati – sentono ribollire dentro loro inducendoli a reagire. Scuse necessarie per proteggersi dal tanto, dal troppo, dal complesso, dalle aspettative degli altri e da quelle che loro stessi hanno verso di sé.
Scuse o reazioni di cui non è tanto responsabile il soggetto che le pronuncia quanto l’organizzazione e più precisamente il modello di governance nel quale costui è inserito. Un’organizzazione ecclesiale che, senza entrare nel merito della sua fondatezza teologica, venne concepita per un’epoca diversa da quella attuale, un’epoca in cui il cristianesimo era ancora una religione culturale e il ruolo del consacrato e la partecipazione dei fedeli erano garantiti.
L’organizzazione ecclesiale era pensata per gestire e controllare l’azione della Chiesa in un dato territorio, ritenendo ‘tutto il territorio’ come uno ‘spazio’ cristiano. La partecipazione e il numero dei consacrati permettevano di agire questo modello che si basava su uno stile di leadership solitaria e autodiretta. Il mondo è cambiato, spazzando via la società cristiana ma lasciando il vecchio modello di governance – alias la gestione del potere – e la leadership solitaria è divenuta per necessità eroica, o per addolcire la pillola, di servizio (servant leadership): il potere è servizio. C’è molta ipocrisia in questa frase se non tiene conto di una realtà organizzativa oramai disfunzionale. Il leader monarchico, solitario, ora solo e denudato della sua sacralità sociale, non può fare altro che immolarsi come eroe martire, crocifisso dal suo stesso sistema di potere, dai suoi stessi discorsi e non dai potenti del mondo. Per questo la sua sofferenza è percepita come irrilevante e passa inosservata nella società.
Un leader eroico usa tutta la propria volontà e capacità personale per portare avanti la comunità o l’istituto di cui ha la responsabilità. Deve essere sempre sul pezzo e fa fatica a perdonarsi i propri errori o le proprie mancanze. Deve poi trovare delle autonarrazioni scusanti per poter mantenere in piedi la sua visione eroica di leadership. Questo alimenta verso gli altri l’idea che sia un superuomo e si rimane delusi quando ci si accorge che possa essere anche solo un po’ meno delle aspettative. Fa sorridere leggere i ricorrenti post in internet dopo che qualche sacerdote lascia o compie qualcosa di inappropriato: ‘ricordatevi che siamo essere umani’. Il doverlo affermare mostra tutta la patologia della situazione. Mostra paradossalmente tutto il contrario di ciò che si dice e anche di ciò che la teologia tradizionale afferma. Come, del resto, fa sorridere leggere in un documento del 2026 che non ci siano impedimenti nella Chiesa al fatto che le donne possano assumere ruoli di guida. Sorriso amaro.
Chi è tentato di sottrarsi da questo suicidio – perché non si tratta di martirio -, come ci raccontano i recenti fatti di cronaca, è oggetto di scandalo. È la risposta del dispositivo di autoconservazione del modello clericale, in quanto quello ‘scarto’ del sistema rappresenta non semplicemente un ‘uscito’ ma una minaccia alla tenuta del mascheramento ancora in atto nella Chiesa rispetto al tema del potere. È colui che non accetta di compiere il suo ‘martirio’ eroico. Tutto questo è disumanizzante.
Questi consacrati sono immersi nella struttura di potere esistente e non sono completamente consapevoli di quanto, in realtà, essi stessi stiano limitando la capacità della loro comunità o del loro istituto nel perseguire quel proposito pastorale che desiderano vivere. Il sistema di un leader eroico è infatti limitato dalle sue capacità. Basterebbe ricordare il dialogo tra Mosé e suo suocero Ietro: ‘perché siedi qui da solo… così facendo farai del male a te stesso e al tuo popolo’.
Modelli di governance interiorizzati già dal seminario o nelle case di formazione. E’ sufficiente riflettere sui dispositivi di governance e di potere che si instillano in quegli anni di studio e di con-figurazione. Lì, tuttavia, ancora tutto funziona, ‘piccolo mondo antico’. Tutto è regolato e scandito nei ritmi e nelle irruzioni ovattate di realtà, tenute sotto controllo. L’esposizione è bassa alle scosse umane che si presenteranno al di fuori, una volta assunto un incarico. La dinamica è di tipo genitoriale, padre-figlio – la chiamiamo paternità spirituale – che poi si ripercuoterà sui fedeli laici nelle comunità. “Devo essere un buon padre e ce la metterò tutta”. Tutto questo genera un carico personale di aspettative che nel momento in cui resteranno frustrate vanno ad intaccare l’autostima personale. Ci si può scusare raccontandocela con la fatica a cambiare per la paura di perdere il controllo, ma anche questa è solo una scusante razionale di una tensione ben più profonda.
Si è portati ad agire da buoni genitori che cercano di responsabilizzare i propri figli. Con tutte le buone intenzioni di delegare, ma che non reggono con l’attuale struttura di potere in quanto restano dentro l’archetipo genitoriale ed espongono chi ottiene la delega a divenire potenziali vittime di ‘cecchini’ comunitari oltre che delle dinamiche paternalistiche del delegante.
Stessa sintomatologia la vediamo nei contesti in cui più sacerdoti condividono l’incarico pastorale in una comunità e laddove solo uno di loro ha canonicamente l’autorità di parroco. Gli altri, parroci collaboratori, entrano in uno stato depressivo o di insofferenza perché esclusi dal modello di governance per loro naturale, creando dei sottosistemi di governo dove poter continuare a sentirsi di essere nel ruolo, pena l’annientamento.
Dal ruolo al processo
Riflettere in merito ad una tensione sistemica chiede di non collocare la responsabilità sul singolo. Ci è chiesto invece di ripensare nel sistema Chiesa la gestione del potere non tanto per far funzionare meglio le strutture ma per permettere alle persone di esistere, di vivere, e non limitarsi a sopravvivere.
I processi ci vengono in soccorso per uscire dalla necessità di una giustificazione pseudo-teologica all’attuale sistema di governance e di ruoli. Parlare di ministerialità laicali e più in generale di corresponsabilità, di chiesa sinodale (se si è ancora autorizzati a parlarne) è porre la questione della governance al centro dell’attenzione. Tuttavia, queste intuizioni teoriche non sono sufficienti se non si accompagnano a processi di ridistribuzione di questo potere, processi che non richiedono necessariamente di mettere in discussione la gerarchia ma semplicemente la risignificano dentro un sano principio di realtà.
Uscire da una visione coloniale di Chiesa clericale. Le citazioni di Aimé Césaire sul colonialismo, per quanto possono sembrare fuori luogo toccano delle questioni nevralgiche. Soprattutto nel mostrare gli effetti di questo sistema di pensiero sul colonizzatore più che sul colonizzato:
La colonizzazione disumanizza anche l’uomo più civilizzato, e l’azione coloniale, la conquista fondata sul disprezzo dell’uomo indigeno, e giustificata da questo disprezzo, tende inevitabilmente, a mutare anche colui che la intraprende. Il colonizzatore, per salvaguardare la propria buona coscienza, si abitua a vedere nell’altro la bestia, si allena per trattarlo da bestia, e tende obiettivamente a trasformassi lui stesso in bestia. … Io parlo di milioni di persone a cui è stato inculcato con grande accortezza la paura, il commesso di inferiorità, la soggezione, la prostrazione, la disperazione, il servilismo. (Discorso sul colonialismo).
Non sta parlando di Chiesa ma di funzionamenti dell’umano, e questo, in quanto ‘esperti di umanità’, dovrebbe toccarci.
La definizione chiara di processi di governo, sul piano decisionale e comunicativo, chiedono si essere espliciti, strutturali, e non semplici enunciazioni. Infatti, quando si vuole rinunciare ad una struttura di potere esplicita senza un adeguato dispositivo sostitutivo, si favorisce il nascere di una struttura implicita politicizzata e resistente al cambiamento.
È quindi necessario spostare la polarizzazione del potere dal ruolo o dalle persone al processo, facendo sì che esso – custodito da appositi facilitatori – crei quello spazio sacro in grado di prendersi cura delle persone che interagiscono per uno scopo di bene e di garantire il perseguimento di questa missione. Si intende definire dei metodi o delle regole di comunicazione e partecipazione, come il cammino sinodale ha timidamente cercato di introdurre. Non è sufficiente dichiarare di voler mettere al centro l’ascolto, il dialogo, le relazioni, senza creare degli spazi-tempi in cui attraverso un metodo ed una facilitazione, si possa dialogare in modo corresponsabile fuori dalla relazione genitore/padre-figli. Comunicazioni in cui tutti sanno che contano non perché gli viene concesso da qualcuno ma perché è il processo che lo tutela vincolando le procedure.
Si potrebbe obiettare che in questo modo si perderebbe naturalezza e familiarità nel ritrovarsi insieme nella casa/famiglia comunità. Affermazioni ideologiche in quanto nessuna forma relazionale e comunicativa è naturale ma è culturalmente connaturata in un sistema di discorsi che la precede e che in un sistema malato di familiare c’è bene poco, semmai c’è di paternalismo o di maternalismo. Ogni riunione è basata su regole e condizionamenti inconsci. Qui si tratta di creare quelle condizioni esplicite di partenza che oggi mancano, al fine di mettere in modo un dinamismo corresponsabile di ogni battezzato come partecipazione consapevole e adulta al dinamismo del Regno.
Altrimenti, scriveva bene Aimé Cesairé:
Una civiltà che si dimostra incapace di risolvere i problemi causati dal proprio funzionamento è una civiltà decadente.
Una civiltà che sceglie di chiudere gli occhi di fronte alle questioni cruciali è una civiltà compromessa.
Una civiltà che gioca con i propri principi è una civiltà moribonda
