Comunità e Consigli pastorali alla prova della integrazione generazionale
Si trovavano allora in quella comunità utilizzatori di ogni tipo di smart phone che è sotto il cielo. All’arrivo di quel link, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua senza traduttore a schermo. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti ‘millennials’? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la lingua delle nostre app preferite? Siamo Baby boomers (1946-1964), Generazione X (1965-1980), Millennials (1981-1996), abitanti della Generazione Zoomers (1997-2012), appartenenti agli Alpha (nati dopo il 2013), e delle parti dell’intelligenza artificiale vicino a ChatGPT, stranieri di Open IA, Gemini e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».
La convivenza tra le generazioni, più che la loro semplice coesistenza, il poter sperimentare esperienze di comunicazione autentica – al di là delle diversità e abissali distanze indotte dai cambiamenti epocali – è oggi, per le comunità cristiane, una autentica nuova ‘Pentecoste’, come la versione un po’ dissacrante del famoso brano degli Atti ci richiama.
Non è vero che i giovani vogliono una chiesa giovane. Essi cercano una comunità ecclesiale adulta e matura, trasparente e sinodale. Non è vero che gli adulti ed anziani si trovino bene in una chiesa ‘matura’, rilassata e rassicurante.
Piuttosto tutti, a ben vedere, ricercano un contesto pastorale capace di dialogare con loro tanto quanto con altre generazioni. E quando questo accade, sono disponibili a contribuire a realizzare un tessuto di relazioni capace di testimoniare come l’ascolto reciproco può avvenire.
Il mosaico generazionale comunitario: una missionarietà ad intra
Per una crescita della comunità cristiana è di tutta evidenza la necessità di sostenere le diverse generazioni che compongono la comunità cristiana stesse. Tutte senza eccezione: dai cosiddetti baby boomer, ormai in gran parte pensionati, alla generazione Z, giovani alla spasmodica ricerca del proprio posto nel mondo, incluso quello religioso.
Il confronto intergenerazionale, certamente faticoso, può favorire una rinascita del tessuto dei legami fraterni e giovare al bene dello spirito comunitario. Occorre saper rassicurare i più anziani dal timore di essere dimenticati, di non avere più un ruolo, di sentirsi superati dai cambiamenti. Così pure assicurare i più giovani che il loro desiderio di sentirsi parte di qualcosa di più grande, lasciare un segno, non andrà deluso.
Non basta tuttavia la buona volontà per far crescere la qualità delle relazioni, specie quando occorre mettere in dialogo generazioni diverse. Occorre dedicare tempo e risorse a questo intento. Oggi la rifioritura delle comunità cristiane necessità di coltivare nuove ministerialità che, in spirito sinodale, sappiano dedicarsi a coordinare ed alimentare relazioni sane ed evangeliche. Ministerialità di ‘giuntura’, in grado di ricucire la ‘veste strappata’, sgualcita e antiquata, che spesso riveste le nostre parrocchie ed oratori. È questa propensione all’incontro ed all’ascolto intergenerazionale la forma pastorale di ‘intelligenza artificiale’ che oggi parrocchie, consigli ed equipe dovrebbero apprendere ad utilizzare.
Proviamo allora a mettere a fuoco qualche aspetto delle tre generazioni adulte con cui è necessario ‘fare comunione’ nelle nostre comunità.
Fare comunità con i baby boomers
I Baby boomers in molte comunità cristiane rappresentano la fascia più presente e talvolta condizionante. Sono le persone più disponibili e quelle che solitamente rivestono più incarichi pastorali. Da loro, volenti o nolenti, bisogna passare.
Sono persone affidabili ma spesso ‘gelose’ del loro ruolo e del loro ‘territorio’ pastorale. Hanno edificato la loro identità ecclesiale sulla lealtà verso la parrocchia di appartenenza, la dedizione agli incarichi loro assegnati ed il rispetto delle gerarchie. Sono stati da sempre esposti alla mentalità clericale, benché laici, che tendono a considerare normale. Oggi fanno fatica ad adattarsi ai nuovi approcci pastorali, agli stili di guida meno verticali e più collaborativi, sono in difficoltà nel comprendere la ‘sinodalità’.
Costruire la comunità e lavorare pastoralmente con i baby boomers richiede un mix di rispetto, ascolto e praticità. Le leve su cui agire sono soprattutto:
- offrire occasioni l’informazione continua e mirata: queste persone amano acquisire e arricchire le proprie competenze e sentirsi meglio al passo coi tempi
- dare riconoscimenti costanti ovvero fare in modo che il loro contributo sia visibile e riconosciuto, anche valorizzando le loro capacità di essere tutor o supervisori di figure più giovani
- garantire delle forme di coinvolgimento e di ascolto nei momenti di cambiamento organizzativo pastorali, così da ridurre le loro resistenze ed aumentarne l’ingaggio
Fare comunità con la Generazione X
È la generazione cresciuta tra contestazione giovanile, avvento del consumismo e profondi cambiamenti sociali, in particolare nei modelli di famiglia ed educativi. La transizione da un mondo industriale ad un altro centrato sui servizi, li ha resi pragmatici, autosufficienti e molto attenti a bilanciare vita privata e lavorativa. Ha vissuto la fase post conciliare, i suoi strappi rispetto alla tradizione ed il suo successivo arenarsi nelle secche dei tanti, velleitari, progetti pastorali.
Per molte parrocchie e comunità pastorali rappresentano ancora oggi la spina dorsale, ciò che consente di tenere in piedi le strutture e l’organizzazione dei diversi servizi che compongono l’offerta ecclesiali e la gestione della presenza pastorale.
La concretezza pragmatica che anima la Generazione X porta queste persone ad una costante ricerca dell’impossibile equilibrio tra la dedizione dei padri e l’inquietudine dei figli. Il loro motto potrebbe essere “cambiare si può ma occorre farlo con metodo”, anche nel contesto ecclesiale.
Per ben riconoscere e valorizzare i talenti della Generazione X occorre tener presente alcuni aspetti, decisivi nel favorire l’esito tra partecipazione e allontanamento dalla comunità:
- rispettare il loro bisogno di equilibrio tra impegno comunitario e vita familiare, assicurando forme di flessibilità nel gestire il loro tempo e i loro incarichi
- curare con attenzione la qualità della comunicazione e delle riunioni a cui vengono invitati: provano fastidio per incontri lunghi e inutili, amano sintesi, essenzialità ed efficacia
- valorizzare le competenze e riconoscere il valore di chi sa fare e portare risultati, senza inutili formalismi burocratici
- garantire un costante coinvolgimento nei processi decisionali, rispetto a cui rispondono volentieri con responsabilità e proposte concrete
Fare comunità con i Millennials
I Millennials, ovvero i giovani adulti di oggi, sono la prima generazione cresciuta dentro la rivoluzione digitale e la globalizzazione. Hanno sperimentato la crisi economica del 2008 con conseguenti effetti di precarietà a livello lavorativo e personale.
Sono persone che cercano soprattutto senso in quello che fanno, prima ancora di chiedere stabilità e sicurezza. Il loro motto potrebbe essere ‘lavorare per vivere, non vivere per lavorare’ o, se si vuole, ‘credere per vivere’ e non ‘vivere per credere’. Per tener fede a questo mantra sono pronti a cambiare strada e lanciarsi in nuove avventure.
La loro presenza nelle comunità cristiane è relativa, sostanzialmente minoritaria e molto discontinua: non sempre si trovano a loro agio nelle attuali situazioni pastorali, dal momento che mal sopportano gli ambienti rigidi. I Millennials faticano ad accogliere e comprendere gli atteggiamenti clericali, i processi di cambiamento lenti e burocratici.
Ai contesti ecclesiali ed alle figure di riferimento chiedono trasparenza e capacità di dare senso a quanto viene loro richiesto: se non capiscono il perché delle decisioni e dei compiti loro proposti tendono a sganciarsi, disconnettersi, fino in diversi casi anche a ‘spegnersi’ sul piano religioso. Sono attratti dal cambiamento ed hanno una grande velocità di adattamento grazie alla loro capacità di fare rete, lavorare in team e in modalità collaborative. Per contro, una volta ‘usciti dal giro’ a seguito di esperienze di sostanziale delusione, è raro che ritornino/rientrino.
Con i Millennials, dunque, il margine di errore consentito alla comunità cristiana è ridotto, mentre il livello di sperimentazione e innovazione richiesto è elevato: due aspetti purtroppo che in genere parrocchie, oratori e comunità pastorali non padroneggiano bene. Un limite che viene pagato (senza sconti) in termini di scarsa presenza e partecipazione.
Per garantire, o almeno tentare, di essere maggiormente attrattivi verso i Millennials servono chiarezza, possibilità di crescita ed offerta reale di spazi/occasioni per consentire loro di sentirsi protagonisti e fare la differenza. Questo si traduce in:
- offrire franchezza e trasparenza, grazie a feedback frequenti che consentano a questi giovani adulti di sapere cosa succede e come stanno andando
- garantire occasioni e opportunità di apprendimento continuo: se imparano, restano
- privilegiare modalità comunicative e informali e veloci riducendo al minimo incontri e riunioni specie se lunghe e formali
- coinvolgere nelle scelte di valore dando loro un ruolo in attività legate a innovazione, esplorazione, inclusione
Dalla ‘coabitazione’ alla integrazione generazionale
Conoscere meglio le diverse generazioni, per altro, è importante ma non sufficiente: è necessario che nelle comunità cristiane si vada oltre, puntando al ‘fare comunione’ intergenerazionale, perché tutti possano ascoltarsi e parlarsi nella propria lingua comprendendosi, e così ri-conoscersi camminando sinodalmente insieme.
A questo riguardo possiamo fin da ora introdurre e sperimentare alcune buone prassi che aiutino a mettere in buone relazioni le diverse generazioni:
- prevedere occasioni e situazioni in cui dare e ricevere feedback nel contesto di team intergenerazionali: ognuno evidenzia tre qualità che ha osservato nelle persone di un’altra generazione. Spesso accade che alcuni punti ritornino diventando riferimenti di forza reciproca inattesi
- guardare al passato con occhi nuovi per riconoscere le qualità che hanno permesso di superare sfide e ottenere risultati: far individuare a persone di diverse generazioni tre successi ottenuti e individuare le qualità che li hanno resi possibili per metterle al servizio della comunità
- attivare relazioni di accompagnamento (mentoring) reciproco tra persone di generazioni diverse per attivare apprendimenti e riconoscimento di competenze nascoste. Ciò può essere realizzato alternando ad esempio i ruoli tra chi guida e chi ascolta così da favorire ed orientare una conversazione generativa
- costruire narrazioni intergenerazionali condivise attraverso storie complementari, sapendo che le storie personali non sono mai isolate, anche temporalmente. Trovare queste connessioni, ad esempio come una decisione difficile presa da una generazione abbia influenzato un’altra, aiuta a costruire un senso di continuità e da meglio comprendersi.
Per una ‘Pentecoste comunitaria’ (lo Spirito Santo non si offende)
Incontri e riunioni lo sappiamo sono un’asse portante dell’attività pastorale e dell’impegno degli operatori pastorali. La frequenza delle riunioni supera la frequenza l’eucarestia …Alcuni studi hanno stimato che si può arrivare ad impiegare anche l’80% del tempo e delle forme di impegno spese in comunità in questa maniera.
La prossima volta che entreremo in una riunione o accenderemo la videocamera per una call, proviamo a mettere meglio a fuoco le persone: tener conto della generazione cui appartengono, considerare con più attenzione che si sta chiedendo loro di lavorare fianco a fianco. Proviamo a immaginare il mosaico di esperienze e valori che, se ben osservato, diventerà un’esperienza pentecostale: un cambio di sguardo per lasciar trasparire la possibilità di costruire qualche cosa di grande, sperimentare ciò che sembra così complicato da realizzare, una ‘Chiesa in uscita’.
