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Quale modello di oratorio per adolescenti phygital?

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Tempo di lettura: 6 minuti

Ripensare strutture, spazi e attività come ‘terzi luoghi’ esperienziali, immersivi e interconnessi

È abbastanza intuitivo e facilmente comprensibile il fatto che una proposta pastorale, per essere attraente ed efficace, deve saper leggere i ‘segni dei tempi’ e potersi connettere alle caratteristiche dei suoi destinatari.

Questa ovvia considerazione vale per tutta la pastorale. Ma suona ancor più tassativa ed urgente per la pastorale giovanile, ed oratoriana in particolare. Si tratta infatti di uno degli ambiti pastorali in maggiore crisi, proprio per la grande difficoltà che incontra nel rapporto con i suoi destinatari, le giovani generazioni.

Nuovi adolescenti crescono

Non c’è dubbio che molti oratori stiano facendo del loro meglio per tentare di restare al passo con le profonde trasformazioni prodotte dall’era digitale nelle nuove generazioni (cfr. Se il sogno è imparare a volare – Centro Studi Missione Emmaus _ Gli oratori alla prova del disagio adolescenziale).

Parliamo dei cosiddetti phygital, come gli esperti li hanno già ribattezzati: la generazione dei nati dopo il 2010 ovvero quella dei veri nativi digitali, cresciuti sotto l’influenza dominante di Internet. Sono ragazzi e adolescenti per i quali l’essere in rete e partecipare ai social è espressione ‘naturale’ della vita, che nascono già segnati da una doppia natura: non quella di ‘anima e corpo’, però, ma fisica e digitale, phygital, appunto.

Gli adolescenti phygital vivono ‘onlife’, in cui non vi è separazione tra attività online e offline. Sono da sempre costantemente sottoposti ad una enorme quantità di messaggi e sollecitazioni, a cui negli ultimi tempi si aggiungono gli effetti non sempre ancora prevedibili dell’intelligenza artificiale. Ma come connettersi con chi vive sempre più interconnesso, e come connettere l’annuncio evangelico?

Candele dal doppio splendore

Nel famoso film Blade runner, al replicante Roy Batty, assetato di vita ma programmato a spegnersi nell’arco di brevi anni, il suo ‘creatore’ ricorda che “la luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy”.

La battuta rimanda ad una vita intensa, straordinaria ma effimera, di chi vivendo al massimo consuma rapidamente la sua esistenza. Una metafora che potrebbe applicarsi anche alla generazione phygital, descritta come la generazione dei ‘bambini che invecchiano prima’: i giovani oggi tendono ad essere sempre più ‘precoci’, più esigenti e competenti. E’ sempre più frequente, infatti, assistere all’adozione di comportamenti e preferenze in passato associati a fasce di età più avanzate.

Gli adolescenti phygital – secondo gli studi condotti – si caratterizzano per essere molto pragmatici e anticonformisti. Non sono i ‘nuovi giovani’ ma dei ‘giovani nuovi’, figli di un modo e di una vita tutta da esplorare. E soprattutto sono persone che apprezzano grandemente l’autenticità e ricercano esperienze altamente immersive, multisensoriali.

Esperienze di fede da reinventare  

L’attuale situazione oratoriana è spesso molto distante dalla dimensione phygital: i modelli oratoriani ancora in vigore sono figli dei cambiamenti indotti dalla rivoluzione industriale e non della rivoluzione digitale. Gran parte dell’esperienza oratoriana, per ammissione degli stessi responsabili pastorali, si configura come ‘nastro trasportatore’ delle esigenze di mantenimento della comunità parrocchiale, a sua volta in grave crisi di identità. L’oratorio ‘nastro trasportatore’ è una immagine cruda ma chiara, a cui non seguono però le scelte e decisioni che ci si aspetterebbe. Tanto meno se ne traggono le conseguenze pastorali, rispetto ad un modello di oratorio che va cambiato (cfr. Beati gli oratori fragili, perché rinasceranno – Centro Studi Missione Emmaus)

La proposta oratoriana di una esperienza di fede in prospettiva phygital andrebbe invece ripensata nelle forme e processi di esperienze fortemente immersive. E’ necessario fondere fisico e digitale per un coinvolgimento davvero integrale, pena il rischio di non riuscire a suscitare nei destinatari una reale immersione, quindi interesse ed infine adesione.

Avviare un approccio phygital

Quanto gli oratori sono consapevoli dell’importanza di proporre esperienze altamente immersive in chiave pastorale? L’attuale modello oratoriano potrebbe essere in grado di offrire agli ado phygital esperienze del genere? In che modo l’attuale modello oratoriano può essere ripensato per realizzare esperienze immersive di annuncio?

Per rispondere a queste domande dobbiamo anzitutto tener presente che tali esperienze giocano su cinque fattori:

  • dei processi di comunicazione molto interattivi, a due vie, tali per cui l’adolescente possa sentirsi co-costruttore del processo, coinvolto già nella fase preparatoria dell’esperienza, e non solamente come fruitore finale
  • delle modalità di partecipazione attiva all’evento, con azioni e momenti di coinvolgimento non solo cognitivo ma emotivo e con gesti concreti, in modo da creare un senso di immersione più profondo
  • l’attenzione a ridurre la presenza di ostacoli e inutili distrazioni (burocratici, ideologici, pratici, logistici …), prevedendo forme di facilitazione dei vari passaggi, così da favorire la focalizzazione sugli elementi principale del processo esperienziale e contenere al minimo gli abbandoni
  • la creazione di una narrazione aggregante e coesa, così da correlare tutti gli elementi che compongono l’esperienza in una trama di senso fluida e densa di notizie ed emozioni
  • la possibilità di stimolare i cinque sensi, realizzando in questo modo un’autentica esperienza multisensoriale globale, capace di catturare e mantenere l’attenzione ed il coinvolgimento e così risultare memorabile e significativa

Le domande a questo punto sorgono spontanee: quali fattori, tra quelli sopra segnalati, sono tenuti presenti e implementati nell’attuale modello oratoriano? Quando e come riesce a proporre un approccio multisensoriale che renda le modalità di annuncio davvero coinvolgenti? Le attuali forme e stili oratoriani hanno consapevolezza degli ostacoli da ridurre o non piuttosto finiscono per esserlo? Quanta attenzione vi è nell’attuale modello oratoriano nell’elaborare narrazioni aggreganti e coese dell’esperienza offerta?

Un cambio paradigmatico: oratorio terzo luogo pastorale

Molti segnali ed evidenze fanno ritenere ormai insufficiente un aggiornamento, anche drastico. Al contrario, è più plausibile ritenere necessario un più radiale cambio di paradigma per raggiungere la generazione phygital. 

In particolare, una interessante ipotesi di cambio di paradigma è quella di poter rileggere il modello oratorio in termini di terzo luogo. L’espressione ‘terzo luogo’ si riferisce a un luogo fisico lontano da casa (‘primo luogo’) e dal luogo di studio o lavoro (‘secondo luogo’), che offre esperienze sociali. Il ‘terzo luogo’ ha un’atmosfera decisamente sociale, come ad esempio tra gli altri caffè, librerie, palestre, biblioteche, parchi.

I terzi luoghi designano infatti principalmente spazi collaborativi e di coworking che mescolano gruppi (associazioni, start-up) e condividono le loro risorse in spazi aperti. Il terzo luogo è solitamente uno spazio inclusivo accessibile sia a frequentatori abituali sia nuovi provenienti da contesti diversi, essendo a ingresso gratuito o ampiamente sostenibile per la maggior parte delle persone. Il suo obiettivo principale è l’interazione sociale grazie a un ambiente in cui le persone possono conversare e creare connessioni, facilitate da un’atmosfera accogliente e spesso giocosa.

Per analogia, nella prospettiva di cogliere nuovi modelli di evangelizzazione, è possibile immaginare terzi luoghi ecclesiali, piccole strutture e spazi di ospitalità e di innovazione, molto più flessibili rispetto alle solide tradizionali strutture pastorali cui siamo abituati. Questi terzi luoghi ecclesiali, proprio come analoghe forme nel mondo lavorativo e associativo, non sono progettati a tavolino, anche se possono avere delle istituzioni  pastorali, che le sostengono. In questi terzi luoghi, le esperienze non sono frutto di una strategia pianificata come, per restare al nostro tema, nella classica impostazione oratoriana. Non sono impostate su una logica progettuale fatta di aule, spazi comuni e ricreativi (cortili, porticati), integrati da strutture sportive, cappella e servizi interni (bar, sala conferenze/proiezioni).

Per un modello di ‘oratorio immersivo’

Il modello ‘oratorio terzo luogo’ sembra potersi meglio connettere con le nuove generazioni phygital, ovvero presentarsi e proporsi come autentico luogo di esperienze altamente immersive, integrando tecnologie digitali e spazi fisici, così da creare realtà ed esperienze esperienziali altamente immersive.

Per essere altamente immersivi, questi nuovi oratori dovrebbero ruotare attorno a  tre elementi essenziali

  • l’aspetto fisico comprende gli elementi tangibili che definiscono lo spazio di cui l’aspetto più importante è il design dello spazio stesso. L’aspetto fisico comprende anche elementi multisensoriali che completano il design visivo, ad esempio sottofondi musicali o fragranze diffusi nell’ambiente
  • l’aspetto dei processi comprende sia le azioni ed attività rivolte agli adolescenti – che possono vedere e vivere in prima persona i processi stessi, cogliendone lo stile ed i significati – sia ciò che avviene dietro le quinte, non accessibili a tutti ma essenziali per offrire l’esperienza immersiva desiderata. Entrambi i tipi di processi sono componenti essenziali della proposta: errori in un determinato passaggio può produrre un effetto a catena sulle successive fasi dell’esperienza fino a comprometterne l’efficacia. Mentre le componenti dell’aspetto fisico possono essere considerate come lo sfondo che definiscono spazi e ambienti, i processi assicurano chiarezza e coordinamento rispetto alla relazione e al modo di interagire con la proposta oratoriana e fungono da collegamento con il terzo elemento, le persone.
  • la componente persone rappresenta la sfida più impegnativa; Costituisce infatti un elemento di differenziazione rilevante è difficile da replicare. È decisivo in questo senso che gli educatori i responsabili dell’oratorio siano dotati di qualità in grado di armonizzarsi con le altre due componenti. Questo comporta rielaborare i processi formativi delle figure educative e le loro modalità di presenza e interazione con gli adolescenti, così da offrire al contempo una testimonianza ed una narrazione dell’esperienza coerenti.

Dimensione estetica, processi e persone consentono di operare in modo coeso e coinvolgente. La sinergia di queste tre componenti racconta una storia, evoca emozioni e influenza il comportamento.

Gettare via il mantello

 “Signore, che io veda, di nuovo!”: questa è l’invocazione che la pastorale giovanile e gli oratori dovrebbero mettere al centro delle loro riflessioni e pianificazioni. Aprire gli occhi, vedere questa nuova realtà giovanile, poter vedere ‘di nuovo’ il nuovo cuore dei giovani.

Gli oratori sono oggi nella posizione del cieco di Gerico. Il loro desiderio di riavere la vista sugli adolescenti è grande e sincera. Hanno anche conservato la speranza che un giorno questo potrà accadere, che passi dalla loro strada qualcuno che li possa guarire.

Ma rispetto al comportamento di Bartimeo gli oratori di oggi mostrano una duplice fondamentale differenza: non gridano la loro richiesta, non si ribellano alla loro sofferenza e, soprattutto, una volta chiamati, non gettano via il loro mantello.

Per riavere la vista occorre avere il coraggio di abbandonare le precedenti sicurezze, anche modeste e limitate come può essere il riparo del mantello della tradizione. Sarebbe sufficiente lasciare i familiari e rassicuranti modelli pastorali, sbarazzarsi di ciò che garantiva una parvenza di stabilità per abbracciare l’incertezza del cambiamento.