L’esigenza di cambiamento tra identità ed appartenenza
La Diocesi di Milano ha recentemente diffuso un documento sul tema “Fede e accoglienza: l’oratorio come luogo di incontro interreligioso”. La Nota ribadisce la capacità dell’oratorio di essere “pronto ad accogliere anche quelli che sembrano ‘lontani’ dai percorsi confessionali cristiani”: Una sottolineatura a prima vista sostanzialmente ovvia, in quanto accoglienza e apertura appartengono da sempre allo stile oratoriano, che non sembra giustificare l’esigenza di uno specifico intervento chiarificatore.
Al di là dei riferimenti territoriali e degli obiettivi specifici, tuttavia, l’uscita del documento è una buona occasione per una riflessione più ampia sul travaglio vissuto dall’attuale modello oratoriano ed in generale sulla effettiva tenuta pastorale delle comunità cristiane che dovrebbero sostenerlo.
Accoglienza vs identità
La Nota solleva una questione assai delicata, mai presentatasi con questa evidenza prima d’oggi: il pericolo che l’oratorio smarrisca la sua identità profonda, a fronte della fragilità della comunità cristiana nella quale è inserita e fa riferimento.
Il documento è costretto ad ammettere che se da un lato “l’identità ecclesiale confessionale degli oratori è ben radicata”, dall’altro “si avverte spesso l’esigenza che tale identità – di origine e di missione – venga confermata e precisata. (..) La percezione psicologica che talvolta circola sottotraccia e che l’accoglienza di tutti sulla spinta di ragioni umanitarie e sociali, contribuisca a indebolire l’identità cristiana, anziché valorizzarla”.
La posta in gioco è dunque molto più alta del tema dell’apertura e accoglienza offerti dall’oratorio, aspetti sui quali non ha mai avuto particolari problemi. Anche la crescente insostenibilità organizzativa e pastorale che coinvolge molti oratori, specie quelli più piccoli, poveri, periferici ed il rischio concreto di assomigliare sempre più ad ‘aree pastorali dismesse’, nella loro drammatica evidenza (se la si vuol vedere) non sono ancora l’aspetto più grave.
Ciò che rende davvero fragile e vulnerabile l’oratorio come mai prima non sono solo o tanto i bassi numeri, la carenza di risorse e le fatiche organizzative. Per questi aspetti basterebbero i finanziamenti a fondo perduto che qualche Fondazione bancaria è periodicamente disponibile a garantire.
Quello che è davvero preoccupante non sono i processi di ‘desertificazione giovanile’, gli ambienti chiusi la gran parte del tempo, le strutture affittate a terzi o riqualificate per altre funzioni: la vera minaccia all’identità oratoriana viene dall’interno, si trova a monte, consiste – lo ribadiamo – nella fragilità e inconsistenza della comunità cristiana a cui l’oratorio si richiama e a cui chiede di potersi appoggiare.
La ‘teoria’ è chiara e recita più meno così: l’oratorio è l’espressione della cura educativa della comunità cristiana, e l’esperienza credente dei battezzati rende l’oratorio unico nel suo contesto, accogliendo le diversità dei fenomeni che possono manifestarsi.
La realtà però è diversa: all’oratorio mancano le retrovie della comunità ecclesiale, e chi è impegnato al fronte se ne rende sempre più conto, anche se è difficile ammetterlo. Il punto davvero critico va invece ricercato alla base, ed in particolare nel dare per scontato che dietro l’oratorio vi sia una solida comunità di chiara identità cristiana educante a suo supporto.
Nastri trasportatori inceppati
È significativa, al riguardo, la coraggiosa ammissione di un autorevole responsabile di pastorale oratoriana: “non possiamo più utilizzare il nastro trasportatore. Sì, magari funziona ancora benino qua e là. Ma non possiamo più farci affidamento completamente. Un grande nastro trasportatore è ad esempio l’iniziazione cristiana. Un altro è l’oratorio estivo. Tutta l’esperienza oratoriana per tanti anni è stata considerata un grande nastro trasportatore”. Ci permettiamo di aggiungere che questi ‘oratori trasportatori’ somigliano ai nastri aeroportuali usati per i bagagli: funzionano in modo intermittente, passano dal pieno al vuoto rapidamente, continuano a circolare su loro stessi meccanicamente ripetitivo.
L’oratorio ‘nastro trasportatore’ è una cruda ma chiara immagine a cui non seguono però le scelte e decisioni che ci si aspetterebbe. Tanto meno se ne traggono le conseguenze pastorali, rispetto ad un modello di oratorio finito e che va cambiato.
Anche ammesso che l’oratorio possa avere un senso come ‘cinghia di trasmissione’ educativa della parrocchia, questo legame strumentale mostra sempre meno senso e utilità, dal momento che non è più così chiaro a cosa è collegato, cosa trasporta, verso dove. Perché allora si continua a proporre una narrazione dell’oratorio inattuale, magari infarcita con commenti tipo “l’oratorio ha sempre affrontato i cambiamenti e si è sempre saputo adattare, lo farà anche con le sfide di oggi”? Questo negazionismo – non sappiamo quanto in buona fede o opportunistico- rende la situazione oratoriana ancor più drammatica.
Non riconoscere questa realtà e continuare nella retorica apologetica della importanza dell’oratorio, della sua tradizione e valore, rischia di essere fuorviante e mistificatorio. In questo senso, il documento citato è una occasione mancata nel ridurre il problema al tema degli animatori ‘non cristiani’ dell’oratorio estivo: un approccio tattico-emergenziale dietro la facciata della riflessione strategica. Una navigazione a vista. Ma forse, nella fase di incertezza attuale, non poteva essere diversamente.
Identità vs appartenenza
La fragilità della comunità cristiana riverbera e coinvolge ovviamente, anche la fragilità della comunità educante dell’oratorio. La cosa è resa evidente dalla potenziale confusione tra identità e appartenenza presente nel gruppo di volontari e responsabili dell’oratorio, in cui il senso di appartenenza tende ad essere più presente e più forte che delle valenze identitarie.
L’appartenenza indica il bisogno di far parte di un gruppo organizzato, il grado in cui si sente accettato e valorizzato, ricevendo supporto e autostima, grazie alla condivisione di valori e obiettivi. L’identificazione si riferisce all’azione di riconoscere l’identità di qualcuno e qualcosa, riconoscendola come distintiva e distinguendola da altre, presa a modella ed assimilandone i tratti caratteristici. L’appartenenza rimanda alla rete di legami, alla condivisione e difesa delle regole. L’ identità riguarda ciò che è distintivo e rende riconoscibile una visione specifica di sé, dell’altro, della realtà.
Identità e appartenenza sono aspetti strettamente collegati ma non equivalenti: non sempre una forte appartenenza si traduce in una altrettanto marcata adesione identitaria. Proprio nella possibile distanza tra livello di appartenenza e livello di identità può essere individuata la maggiore o minore fragilità della comunità educante.
Il punto non è essere in oratorio, avere dei legami socioaffettivi con esso (appartenenza) ma essere dell‘oratorio (identità), ovvero riconoscersi nella sua visione e missione come testimoni credibili. Non è sufficiente essere parte del progetto educativo oratoriano (ammesso che questo esista e sia adeguatamente esplicitato e condiviso) se non ci si riconosce e testimonia la sua radice profonda di natura evangelizzante prima ancora che socializzante.
Una mappa tipologica
Possiamo provare a descrivere, seppure in modo schematico, la composizione della ‘comunità educante’ oratoriana a seconda che il rapporto tra l’aspetto della ‘identificazione’ e della ‘appartenenza’ sia alto o basso, come illustrato nella tavola a fianco.
- gli ‘appassionati’ (alta appartenenza vs bassa identificazione)
Rappresentano spesso il gruppo più numeroso di chi si impegna in oratorio. Sono persone che si trovano bene e ben inserite nel contesto organizzativo, che contribuiscono attivamente a gestire (‘il nostro oratorio’). Hanno ruoli e compiti precisi, anche di responsabilità, e interessati a far bene nel loro ambito. L’appartenenza all’oratorio è tuttavia tendenzialmente slegata dal legame con il resto della parrocchia e più in generale dalla dimensione di fede e pratica religiosa. Tra gli ‘appassionati’ troviamo responsabili sportivi, baristi/e, qualche educatori/trici e volontari/e, che sanno più della loro attività che di Gesù Cristo e della parrocchia. Troviamo anche diversi ‘figli d’arte’, ovvero persone che seguono l’esempio dei genitori a suo tempo oratoriani, e per questo tendenzialmente tradizionalisti o nostalgici.
- gli ‘occasionali’ (bassa appartenenza vs bassa identificazione)
Sono soprattutto figure che collaborano con l’oratorio attraverso ‘prestazioni occasionali’, mirate, specialistiche e a tempo determinato. Possono essere considerati dei ‘fornitori di servizi’ funzionali a risolvere problemi ed esigenze dell’oratorio. Si tratta di un gruppo meno numeroso, molto eterogeneo, in cui troviamo l’esperto e lo specialista in qualche campo, insegnanti, gli operatori di cooperative di servizi (doposcuola…), come pure molti degli animatori a tempo dell’oratorio estivo, gli ospiti, talvolta qualche catechista. Anche per costoro l’intervento prestato e richiesto in oratorio è fondamentalmente individualistico, senza particolari rimandi comunitari, di tipo strumentale e utilitaristico
- i ‘testimoni’ (alta appartenenza vs alta identificazione)
Vivono con assiduità e coerenza l’impegno in oratorio, consapevoli e attivi promotori della sua azione evangelizzante della e nella comunità cristiana. Sanno dare l’esempio e assegnano molta attenzione al ‘senso del fare’, più che al fare in sé stesso. Vivono fortemente non solo i legami ed il clima educativo-valoriale ma operano come co-costruttori della visione oratoriana, che si sforzano di aggiornare. Tra essi vi sono sia religiosi che laici, catechisti ed educatori stabili di gruppo, figure di servizio, della solidarietà e del lavoro di rete, intra ed extra ecclesiale.
- gli ‘inviati’ (bassa appartenenza vs alta identificazione)
Hanno ‘sposato la causa’ ma non vivono significativi e regolari legami con le figure e la vita oratoriana, spesso per ragioni di forza maggiore. Sanno bene cosa è l’oratorio in senso teorico dottrinale ma sono meno preparati sulla sua gestione concreta, essendo in un contesto di ‘multiappartenenza’. Nonostante ciò, vi si trovano figure di alta responsabilità, sia educativa che decisionale, come incaricati di pastorale giovanile ‘multi-oratorio’ di comunità, diaconi e consacrati destinati part time, ‘supervisori’ e ‘commissari’ oratoriani per le emergenze.
Oltre l’appartenenza
Nella situazione attuale, solitamente gli oratori hanno una comunità educante composta in maggioranza da ‘appassionati’ e integrata da ‘occasionali’, due tipologie caratterizzate da un limitato livello di identificazione. L’appartenenza non sempre compensa gli aspetti identitari.
Questo sbilanciamento sull’appartenenza aumenta la fragilità identitaria della comunità oratoriana e quella complessiva del sistema ecclesiale a monte (parrocchia, …) originando l’inadeguatezza del ‘nastro trasportatore’ ed i suoi inceppamenti, sopra segnalata. Il fatto poi che in diversi casi le funzioni decisionali (‘inviati’) si ritrovino poco integrate con una effettiva appartenenza complica ulteriormente la situazione e condiziona l’effettiva incidenza e capacità di guida dei ‘testimoni’, spesso costretti a rincorrere le situazioni e tamponare le emergenze.
Se l’oratorio intende continuare ad essere e proporsi come espressione educante della comunità cristiana, composta di adulti nella fede, allora il problema è che questa comunità non può e non è più essere data per scontata, ma va (ri)costruita.
Cambiare modello
La vera sfida che oggi si prospetta all’oratorio non è tanto la sua capacità di adattarsi al cambiamento d’epoca ma raccogliere con coraggio profetico il cambiamento stesso. Il cambio di paradigma con il quale la pastorale oratoriana e giovanile deve confrontarsi chiede a sua volta un cambio di modello, non meri aggiustamenti. Occorre lavorare su una nuova consapevolezza, nuove priorità, un rinnovato discernimento. Abbiamo già avuto modo di trattare ampiamente questo tema (cfr. “Campo Base. L’oratorio che verrà?”, ed. Centro Studi Missione Emmaus). Qui vogliamo ulteriormente segnalare alcuni aspetti del cambio di paradigma oratoriano, nella prospettiva di renderne l’identità più distintiva e attraente.
Da trazione catechistica a trazione vocazionale
L’attuale modello oratoriano, come l’immagine del ‘nastro trasportatore’ ben richiama, ruota di fatto sulla prima socializzazione religiosa e il percorso di iniziazione cristiana sacramentale. Un modello di accoglienza a bassa soglia, in grado di coinvolgere famiglie e bambini, ma sostanzialmente privo di sbocchi una volta giunti alla preadolescenza.
Il nuovo modello di oratorio inizia dove l’attuale finisce, ovvero dal post cresima in poi. Si sgancia dai ‘percorsi di catechismo’ per concentrarsi su percorsi vocazionali, iniziatici ed esperienziali, ovvero quei passaggi trasformativi grazie ai quali l’adolescente ed il giovane vengono accompagnati alla scoperta del proprio posto nella vita e nel mondo.
Da trazione infantile a trazione adolescenziale
Oggi l’oratorio è un luogo per famiglie e bambini (senza dimenticare nonni e parentado vario), un luogo ‘protetto e sicuro’ per socializzare, intergenerazionale, ma sostanzialmente incompatibile con le dinamiche emancipative dalla preadolescenza in poi. Frequentare l’oratorio è per molti (pre)adolescenti una cosa ‘da sfigati’. Per assurdo, il distacco dall’oratorio assume significati iniziatici, di rottura con l’infanzia e la ricerca di autonomia.
Il nuovo modello di oratorio intende ribaltare la percezione. L’oratorio è un luogo a misura non di famiglie, bambini e adulti ma a misura di (pre)adolescente, dove i primi sono solo eventuali ospiti e i secondi protagonisti. Il nuovo oratorio è un luogo di autonomizzazione e sperimentazione: non la ‘carovana’ in cui crescere ma l’occasione di sfuggire allo sguardo dei genitori e andare per conto proprio a Gerusalemme per interrogare la vita.
Non una ‘casa’ in cui ancora una volta trovare ulteriore rifugio, ma una ‘tenda’ dove vivere e condividere il rischio di imparare a vivere e scoprire sé stessi egli altri.
Da trazione clericale a trazione sinodale
L’attuale modello di oratorio ha come perno e vertice una figura religiosa, solitamente un sacerdote, un/a consacrato/a. La figura del responsabile laico d’oratorio dipende comunque dai vertici ecclesiali.
La carenza di consacrati non ha cambiato la sostanza ma solamente accentuato e reso più complicato, stressante e spersonalizzato il carico di responsabilità in capo al clero, costretto a seguire più oratori contemporaneamente. Le attuali equipe di governance, specie se inter-oratoriane, non sono ancora realmente decollate, mancano di adeguata stabilità e procedure efficaci. Di fatto, si oscilla tra due fuochi, non sapremmo dire quale dei due sia peggiore: da un lato la neo-centralizzazione, dall’altro la frammentazione. In diversi casi il parroco di turno finisce per essere, piaccia o meno, il ‘collo di bottiglia’ che decide dei tempi e dei modi, in cui programmi e proposte, senza il suo placet rischiano di insabbiarsi. In diversi altri casi, la fragilità delle equipe ed il turn over dei consacrati, lascia spazio solo al ‘fai da te’, al disincanto ed a forme di velleitario neo-campanilismo.
Il nuovo modello di oratorio vuole esercitarsi ed esercitare lo stile sinodale (che non si risolve/riduce nella semplice collaborazione), fare palestra di discernimento. Il nuovo modello di governance si affida e si basa su delle equipe a composizione mista, dotate di reale autonomia decisionale e di iniziativa, affidate ad un coordinatore scelto dalla equipe stessa. Anche la figura del responsabile di oratorio viene riletta in chiave sinodale e comunitaria, evitando forme di verticismo e clericalizzazione dei laici.
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Non sono certo un pugno di ragazzi e adolescenti musulmani o agnostici – attirati in oratorio da legami amicali e da proposte per il tempo libero, lo studio o lo sport – che possono indebolire l’azione educante dell’oratorio. Ci rifiutiamo di pensare che la crescente richiesta di adolescenti musulmani di fare gli animatori all’oratorio estivo metta in crisi i suoi riferimenti identitari.
L’ oratorio è nato da un sogno, ed oggi ha bisogno di un nuovo sogno, fedele a quello originale: rinnovare la scelta dei poveri e degli ultimi tra i minori, come fece a suo tempo don Bosco. Una scelta ed una prospettiva profetica e dunque identitaria, prima ancora che socioeducativa. Non tutti i modelli di oratorio sopravvivranno ai nuovi ‘segni dei tempi’. Beati gli oratori che sanno essere fragili, di essi è il futuro.
