Skip to main content Scroll Top

Il futuro della Sinodalità: come cambia l’entropia del sistema ecclesiale

per art entropia
Tempo di lettura: 7 minuti

Note a partire da Lievito di pace e di speranza, documento di sintesi del Cammino sinodale italiano

Nei giorni scorsi è stato diffuso il documento di sintesi del Cammino sinodale italiano “Lievito di pace e di speranza”, frutto di un percorso travagliato e non privo di eclatanti sorprese (COSA È SUCCESSO REALMENTE NELLA SECONDA ASSEMBLEA SINODALE – Centro Studi Missione Emmaus).

Sappiamo bene, infatti, come la vera innovazione introdotta dal Cammino sinodale risiede proprio nell’aver creduto e adottato un metodo sinodale: una esperienza di partecipazione che ha inteso coinvolgere capillarmente il territorio e tutte le componenti del popolo di Dio; un cammino condiviso che ha permesso di delineare un quadro ricco, articolato e profondamente realistico della Chiesa italiana attuale.

Il documento di sintesi rappresenta e offre una ricca mappa di una Chiesa, quella italiana faticosamente (più che felicemente) in cammino, un complesso sistema ecclesiale consapevole delle sfide del presente e desideroso di affrontarle con il Vangelo come bussola.

La sinodalità cambia l’entropia del sistema ecclesiale

Per provare a cogliere non solo i punti chiave del documento ma, soprattutto, il suo potenziale impatto, vorrei utilizzare una analogia con quanto accade nei sistemi fisici.

Immaginiamo di fare un piccolo simpatico esperimento: prendiamo un bel bicchiere alto riempito per metà di caffè, in cui mettiamo delicatamente della panna sopra al caffè. Quindi, in un secondo momento, di mescolarli insieme con un cucchiaino.

All’inizio il sistema è a bassa entropia. L’entropia è una misura del grado di disordine o casualità di un sistema e tende ad aumentare nel tempo. Essa indica la tendenza naturale di un sistema di passare da uno stato ordinato a uno disordinato. Nella prima situazione, come si può notare, caffè e panna pur essendo a contatto, convivono l’una sopra l’altro, distinguendosi abbastanza chiaramente: vi sono, in altre parole, relativamente pochi modi per riorganizzare gli atomi nella panna e nel caffè senza modificare il loro aspetto macroscopico.

Un sistema con molte modalità di riorganizzazione senza apparenti variazioni macroscopiche ha alta entropia; uno con poche modalità, bassa entropia.

In questo caso, il sistema è, pertanto, a bassa entropia, ovvero ordinato e con poche occasioni di aumentare il ‘disordine’. Ma se, agitando il tutto con un cucchiaino, cominciamo a scambiare la panna con il caffè, il nostro bicchiere assume un diverso aspetto (seconda situazione). Alla fine, tutto è mescolato insieme e l’entropia è relativamente alta: potremmo scambiare qualsiasi punto della miscela con qualsiasi altro punto e il sistema resterebbe essenzialmente invariato. L’entropia è aumentata nel corso del processo proprio come ci aspettiamo in base al secondo principio della termodinamica.

L’aumento dell’entropia non è necessariamente contrario all’aumento della complessità: all’inizio, quando la panna galleggia sopra il caffè, il sistema è semplice, a bassa entropia e bassa complessità. Dopo aver mescolato, nella terza situazione, tutto appare di nuovo uniforme e semplice, ma ad alta entropia. È nella fase intermedia, quando panna e caffè si intrecciano in filamenti intricati, che il sistema appare complesso. Dunque, la complessità cresce tra la bassa e l’alta entropia, per poi diminuire.

Giri di cucchiaino

L’analogia con il sistema ecclesiale e la sua organizzazione pastorale appare, ci auguriamo, abbastanza evidente: veniamo da una situazione in cui il ‘mondo ecclesiale’ era pensato e proposto in modo semplice e ben distinto tra le sue parti e rispetto al ‘mondo’, un sistema ecclesiale a bassa entropia, che si sforzava di rimanere tale.

Oggi ci troviamo nella fase intermedia, caratterizzata da complessità e trasformazione, e sarebbe vano tentare di mantenere le cose come in precedenza, quando le realtà erano distinte e separate.

Ma con quale ‘cucchiaino’ è stato innescato e alimentato il rimescolamento? Un primo decisivo intervento è stato il Concilio vaticano II, ormai sessant’anni fa. Il ‘cucchiaino conciliare’, prendendo atto dei segni dei tempi avviò una rilettura del rapporto chiesa-mondo e dei rapporti interni tra le componenti del popolo di Dio. Il processo innescato da quell’evento è un punto di non ritorno: l’entropia del sistema ecclesiale prese ad aumentare, così come la complessità: basti pensare alle sfide dell’evangelizzazione ed alle tensioni che abitano le nostre realtà cristiane. Come fa notare Diotallevi, esperto sociologo della religione, “anche se il cammino avviato dal Vaticano secondo dovesse subire una sconfitta, non si tornerebbe semplicemente alla chiesa preconciliare. Essa è comunque finita e manca ogni condizione interna ed esterna per ricostruirla” (La chiesa si è rotta – Frammenti e spiragli in un tempo di crisi e opportunità, Rubbettino ed.,2025).

Il secondo decisivo rimescolamento l’ha dato, il recente giro di cucchiaino sinodale, avviato nel 2023, di cui il documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza” è l’esito più recente: non un sinodo qualsiasi ma un ‘Sinodo sulla sinodalità, che porta decisamente verso la terza situazione, ovvero ad un cambiamento del sistema ecclesiale caratterizzato sia da una alta entropia che da una relativa bassa complessità.

Curare le piaghe

Non ci interessa in questa sede proporre una recensione del documento. Piuttosto, vorremmo rimarcare come esso si inserisce ed esprime un ulteriore punto di non ritorno nella rivisitazione del sistema ecclesiale italiano. La terza parte del testo è, da questo punto di vista, forse la più interessante: si concentra sull’organizzazione della vita ecclesiale e sulla corresponsabilità nella guida delle comunità, suggerendo di ripensare il volto e la forma delle parrocchie affinché diventino realtà più missionarie e accoglienti. Essa sollecita inoltre a valorizzare gli organismi di partecipazione e a promuovere stili di guida maggiormente collegiali e meno clericali.

Le questioni sollevate dal Documento sono strategicamente aperte e decisive: non si tratta solo di valutare il lavoro svolto, ma di interrogarsi sul futuro della Chiesa italiana e sulla sua capacità di rispondere alle attese del nostro tempo. Le risposte dipenderanno dal modo in cui le comunità sapranno continuare a vivere uno stile sinodale, fatto di scelte pastorali profetiche, decisioni condivise e percorsi di rinnovamento. Una indiretta ma chiara risposta, forse, alla domanda “per chi è e – prima ancora – di chi è il cammino sinodale? È affare dell’apparato ecclesiastico (rimpolpato di ‘operatori pastorali’) o è affare dell’intero popolo di Dio che cammina in questo tempo in questa storia?” (Diotallevi, ibidem).

Nelle raccomandazioni il documento mette il dito nelle principali ‘piaghe’ che affliggono il corpo ecclesiale e l’azione pastorale, tra cui emergono:

  • la riflessione sulle strutture diocesane e sul loro necessario rinnovamento, rivedendo l’organizzazione delle curie diocesane nell’ottica di una pastorale più unitaria e integrata, essenzializzando e razionalizzando i Servizi e gli Uffici pastorali,
  • il richiamo a che i Servizi e gli Uffici pastorali e amministrativi garantiscano la dimensione spirituale del lavoro comune e maturino un orizzonte condiviso con momenti di conversazione e discernimento nello Spirito
  • la riarticolazione delle parrocchie o unità pastorali in “comunità di comunità”, piccole comunità vicine alla vita delle persone, tra loro coordinate, che favoriscano esperienze evangeliche di comunione e di servizio
  • una presenza più significativa delle donne nei processi decisionali e nei ministeri
  • la particolare attenzione alla formazione dei ministri ordinati, dato il loro costitutivo apporto alla vita sinodale e missionaria delle comunità, che dovrà esprimersi già dall’accoglienza di un giovane in Seminario
  • l’offerta di percorsi di formazione permanente alla corresponsabilità ministeriale, pensati da équipe formative competenti allargate a laici e laiche, per far maturare competenze nel lavoro in gruppo, nell’esercizio dell’autorità e del potere in una logica di servizio, nella gestione dei conflitti, nella cura delle relazioni
  • un’animazione più sinodale delle comunità, costituendo “gruppi o équipe ministeriali” (diaconi, laiche e laici, sposi, consacrate e consacrati) o “animatori di comunità” che, collaborando con il parroco, curino l’animazione pastorale e liturgica delle comunità più piccole una gestione trasparente e solidale dei beni ecclesiastici come elementi fondamentali della credibilità ecclesiale
  • l’urgenza di rinnovare le proposte per l’Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi, superando quanto oggi appare segnato da linguaggi e modalità obsolete.

Tutti aspetti – ci si permetta l’affondo – sui quali il Centro Studi Missione Emmaus, pur nella sua minuscola realtà, ha anticipato i tempi, accompagnando numerosi interlocutori ecclesiali (curie e clero diocesani, congregazioni e istituti religiosi, assemblee sinodali, Caritas, consigli pastorali e uffici) con un crescendo di richieste, a conferma di quanto sia avvertita l’esigenza di nuovi approcci pastorali.

Le sfide del cammino futuro

Il futuro della sinodalità si configura, come si può immaginare, quale attività complessa, onerosa e rischiosa, che implica la necessità di confrontarsi con imprecisioni, contraddizioni e difficoltà tipiche di un aumento del ‘disordine libero e creativo’ nel sistema ecclesiale, processo che chiede attenzione e capacità di guida e modalità di gestione condivise. Occorre operare al riguardo opportune azioni di discernimento rispetto ai diversi livelli operativi nel processo di partecipazione comunitaria:

  • burocratico: l’attività viene eseguita per dovere, senza apportare elementi di innovazione o manifestare particolare coinvolgimento, limitandosi alla raccolta di dati e prevedendo il coinvolgimento della comunità esclusivamente tramite figure istituzionali e in occasioni consultive
  • utilitaristico: secondo questa prospettiva maggiormente proattiva, la collaborazione con la comunità è considerata principalmente uno strumento per ottimizzare l’efficienza dei servizi, senza tuttavia attribuire rilevanza all’ascolto autentico o al coinvolgimento attivo
  • idealizzante: qui la partecipazione viene riconosciuta come valore teorico, senza tuttavia affrontare in modo concreto le eventuali criticità e complessità: si adottano metodologie partecipative innovative, confidando che la sola loro applicazione sia sufficiente a conseguire i risultati sperati, ma incontrando difficoltà nella traduzione delle proposte in azioni efficaci
  • accompagnamento innovativo: è la posizione più evoluta, in cui si valorizzano le tensioni dei soggetti coinvolti e si promuove la gestione costruttiva delle differenze e dei conflitti, al fine di generare risultati concreti e progressi significativi nel contesto di riferimento.

È importante sottolineare che queste quattro logiche rappresentano tipologie astratte: nella realtà concreta, si presentano spesso in modo combinato e sfumato. Tuttavia, mantenere consapevolezza di questi gradienti aiuta a orientarsi nei processi di partecipazione e rinnovamento comunitario.

Il coraggio di pensare, la volontà di fare

Questo esito del Cammino sinodale sarà capace di avviare un processo di reale rinnovamento? Nella meditazione introduttiva all’Assemblea (Atti 15,22-31), Sabino Chialà, priore di Bose, ha ricordato come il coraggio di pensare sia fondamentale nella e per la Chiesa. Gli anziani di Gerusalemme e i fratelli, di fronte alle novità, non si fanno paralizzare dalla paura, ma si radunano, riflettono e pensano insieme. Oggi la Chiesa italiana ha anch’essa un urgente bisogno di non temere il pensiero critico e la riflessione comunitaria.

Il successo del Cammino sinodale, e la sua capacità di avviare un reale processo di rinnovamento della fede, dipenderanno molto dalle parole che saranno pronunciate. Ma ancor più dai gesti e dai segni che le accompagneranno: se i semi contenuti nel documento saranno sostenuti e alimentati da voci coraggiose di credenti, il rinnovamento potrà diventare realtà e non rimanere lettera morta. Coloro che hanno preso parte al sinodo saranno realmente disposti e capaci di mettere in pratica quanto proposto e deliberato? Sapranno affrontare la sfida della concretezza quotidiana traducendo in azioni ciò che lo Spirito ha suggerito?

Senza dimenticare che la responsabilità di avviare questi processi rimane nelle mani dei Vescovi, i quali continuano a detenere il potere decisionale: una responsabilità grande, in cui il rischio di perdere la loro credibilità è alto, considerando che ‘chi pone mano all’aratro e poi si volta non è adatto per il regno di Dio’.

L’entropia del sistema ecclesiale è definitivamente cambiata.