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Da popolo di Dio a bolle devozionali

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Tempo di lettura: 6 minuti

Se la liturgia diventa ostaggio delle confort zones

Pubblichiamo volentieri, anche quale spunti di riflessione in questa pausa estiva, un contributo di don Francesco Agostani, parroco della Diocesi di Milano e collaboratore del Centro studi

Nel Novecento la democrazia si è fondata su grandi spazi condivisi: partiti di massa, giornali nazionali, televisioni generaliste, sindacati, università. Luoghi in cui persone spesso anche molto diverse erano costrette a incontrarsi, discutere, confliggere dentro cornici comuni. Quel mondo si sta frammentando. La partecipazione non scompare, ma cambia forma: diventa intermittente, personalizzata, selettiva. Ognuno costruisce il proprio ambiente informativo, il proprio palinsesto culturale, il proprio ecosistema cognitivo.

La citazione è tratta da un recente articolo comparso sull’ultimo numero della rivista di divulgazione scientifica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (D. Palano, L’aula vuota. L’università nel secolo della solitudine, VITA E PENSIERO, 3 – 2026).

L’articolo mette in luce un fenomeno che mi ha interessato, provocato e spinto a scrivere alcune riflessioni che volentieri vorrei condividere. L’autore analizza le percentuali di frequenza degli studenti nei grandi college americani, numeri che testimoniano una seria diminuzione. Un dato che lascia supporre una lenta e progressiva trasformazione della percezione dell’università e dello studio nel cuore e nell’esperienza delle giovani generazioni.

Quello che un tempo era un luogo di incontro, relazione, confronto e crescita — sottolinea l’autore — anche grazie al rapporto diretto con i docenti e con gli altri protagonisti della vita universitaria, sta assumendo una forma diversa: gli atenei si trasformano sempre più in piattaforme di learning, facilmente accessibili anche a distanza. Viene così meno il coinvolgimento personale e diretto, insieme a quei processi propri della presenza. Aspetti che non costituivano semplici effetti collaterali, ma elementi essenziali dello stile e del cammino di crescita di un giovane che, studiando e confrontandosi con gli altri, procede verso la propria maturazione e adultità.

Dalle aule universitarie alle assemblee liturgiche

Quello che un tempo era un luogo di incontro, relazione, confronto e crescita — sottolinea l’autore — anche grazie al rapporto diretto con i docenti e con gli altri protagonisti della vita universitaria, sta assumendo una forma diversa: gli atenei si trasformano sempre più in piattaforme di learning, facilmente accessibili anche a distanza. Viene così meno il coinvolgimento personale e diretto, insieme a quei processi propri della presenza. Aspetti che non costituivano semplici effetti collaterali, ma elementi essenziali dello stile e del cammino di crescita di un giovane che, studiando e confrontandosi con gli altri, procede verso la propria maturazione e adultità.

Terminata la lettura dell’articolo subito ed inevitabilmente, dato il mio incarico pastorale, ho pensato alle nostre chiese e ai nostri spazi comunitari. Anche in questo caso percepisco quel lento e progressivo spopolamento, che fa cambiare la conformazione di una esperienza spirituale e comunitaria rispetto agli schemi usuali dentro i quali siamo abituati a configurarle. Il popolo di Dio, categoria ecclesiologica centrale per il Concilio Vaticano II, sta virando verso un’altra categoria, che mi pare assomigli a quella identificata dall’autore dell’articolo.

Come il popolo universitario sta lentamente lasciando spazio alle bolle, così anche le nostre assemblee liturgiche sembrano virare dal popolo di Dio alle bolle personali. I cosiddetti  ‘praticanti’ si muovono sempre più secondo una loro personale prossemica religiosa: prendono posto singolarmente, mantenendo una distanza di sicurezza dalle altre, e restando poco inclini ad avvicinarsi tra loro, per incontrarsi e per interagire.

Lontano dal desiderio di giudicare una realtà che sta assumendo una forma diversa rispetto a quella alla quale sono abituato, vorrei condividere un piccolo lavoro di discernimento: dopo aver riconosciuto questo aspetto come possibile chiave di lettura di una realtà che sta cambiando, provo ad accennare qualche interpretazione, stimolando a mia volta, almeno   spero, il vostro pensiero e la vostra riflessione, così che entrambe possano crescere e maturare ulteriormente.

Un cambio di prospettiva nei confronti di Dio

Cosa mi dice una fede vissuta da bolle?

Mi suggerisce innanzitutto un cambio di percezione nel rapporto con Dio. Quel Dio che ha comunicato ad un popolo la sua alleanza e che, vivendo a stretto contatto con un popolo ha mostrato i prodigi della sua mano e del suo braccio santo.

Oggi quel Dio viene chiamato ad entrare più profondamente nelle vicende umane delle singole storie personali o familiari. Si fa riferimento a Dio per chiedere aiuto in situazioni molto private, che difficilmente sfociano in manifestazioni pubbliche e comunitarie.

Questo mi permette di comprendere la difficoltà reale che percepisco intorno a me.  Quando, ad esempio, durante la celebrazione si arriva al momento della preghiera universale, più comunemente conosciuta come preghiera dei fedeli.

Questa particolare forma di orazione infatti prevedrebbe un’articolazione corale e un’espressione comunitaria, ma dentro le forme che ora conosciamo, di corale e di comunitario mi sembra resti ben poco.

Quando le preghiere sono lette dal lettore, spesso sono preparate da qualcuno che interpreta le notizie del mondo, trasformandole in intenzioni. Si esprimono così pensieri di vicinanza, di sostegno, di cambiamento che interessano altri e che devono funzionare nel cuore di questo o di quello, senza interagire con chi propone la preghiera – il quale, percependosi bolla – si sente giustamente poco coinvolto in quello che dice.

Quando poi la forma della preghiera perde la sua forma preparata per lasciare spazio all’espressione spontanea, si registra un vuoto che solo apparentemente sembra riluttanza, dal momento che, se riletto dentro questo nuovo orizzonte, esprime potentemente che la preghiera è roba che riguarda me e Dio, e che quindi, andare a dire qualcosa a tutti serva a poco o a niente.

Un cambio di prospettiva nei confronti degli altri

Quando mi capita di invitare le persone allo scambio della pace, percepisco un fastidio e una irritazione collegata al gesto che facevo fatica a rileggere prima. Insomma, mi sembrava impossibile che persone che si conoscono, e che fuori da Chiesa si salutano, facciano fatica ad incontrarsi dentro nello spazio liturgico…

Ora, pensando alle bolle provo a rileggere queste emozioni dentro un contesto che mi sembra più profondo. Non è menefreghismo, quello che paralizza le persone al loro posto durante la messa (o non è solo menefreghismo): può essere anche un modo di vivere quel gesto conformemente al proprio sentirsi dentro un assemblea. Ma che a dire il vero, più che una vera e propria assemblea, è un raduno di bolle che hanno la loro omeostasi, una collezione di comfort zone si potrebbe dire, e che sentono come minaccioso per la loro stessa esistenza interagire troppo con gli altri.

E ancora… trovo molto appassionante passare a ritirare le sedie sparse tra le navate e dietro le colonne della Chiesa dove normalmente celebro la messa. Mi colpisce sempre lo zelo e la cura che mettono i miei fratelli e le mie sorelle nel trovare l’anfratto dove potersi isolare. La sedia, prima accessorio riservato alle messe più frequentate, oggi è arredo indispensabile per vivere celebrazioni per le quali sarebbero sufficienti le panche, che purtroppo però non permettono di scegliere il proprio posto, e di esserci in chiesa senza bisogno di vedere o di farsi vedere, come se la celebrazione della messa e di qualsiasi altra azione liturgica fosse solo un podcast da ascoltare, o una piattaforma multimediale a disposizione di chi vuole nutrire la sua esperienza spirituale.

Interpretare per scegliere

Dopo l’interpretazione di questi piccoli scenari di vita parrocchiale con questo nuovo paio di occhiali, mi domando: e ora, come posso fare per integrare questa visione nella mia azione pastorale, in modo tale che – senza farci la guerra – possa essere accolta, compresa e trovi nella Chiesa uno spazio di espressione (e quindi un contesto di cura e di attenzione?). Sarebbe troppo facile infatti esortare i fedeli ad uscire dalla bolla. Sarebbe troppo semplice pensare di dover tornare indietro a quando si riuniva in chiesa il popolo dei credenti e tutti erano un cuor solo e un’anima sola (!?!).

In un mondo popolato da bolle, mi pare utile provare a seminare un diverso stile di approccio e di relazione. Non posso chiedere alle bolle di superare la paura dell’incontro, imponendolo come regola e come precetto.

Posso però assumere questo stile come proprio per me. Posso provare ad interagire con chi preserva la sua bolla mostrando un’umanità che si compromette e che incontra. Una umanità che non teme lo sguardo diretto, che tende una mano, che scova tutti e tocca tutti, permettendo istanti che conservino la sorpresa di una bolla che interagendo con un’altra non la fa esplodere, ma ne dimostra tutta la duttilità e la plasticità che possiede.

Rimanendo nella metafora, immagino possibile per me non andare in giro a minacciare le bolle con la parola che punge o con il gesto che minaccia.

Immagino però possibile avvicinarmi cordiale e tendere una mano, nello stesso gesto potente e significativo che Gesù stesso ha utilizzato in più di una occasione, con il lebbroso o con la figlia di Giairo, con la suocera di Pietro o con il mio amico Zaccheo, con la Samaritana e con la maggior parte delle bolle che popolano le pagine del Vangelo.

Oltre la preservazione

Una bolla tra altre bolle, che possa esprimere la fiducia di non perdere, quando incontra. Una bolla tra altre bolle che non punta all’autopreservazione, ma che si espone, lasciando che sia possibile alle altre bolle derubricare quell’apertura e quello slancio come follia o come gesto che apre una soglia, e  che inaugura qualcosa di nuovo, che possa essere bello, desiderato e nuovo, oltre che possibile.

Come spero si comprenda, l’obiettivo di questa azione non è quello di rompere le bolle. Piuttosto sono alla ricerca di una forma di interazione che sia rispettosa di questa configurazione, pur volendo superarla. Per andare avanti, piuttosto che volgersi indietro, per intuire una prospettiva nuova che permetta, anche alle bolle di crescere e di cambiare. Restando aperti…