Dialogando di una recente ‘lettera dei vescovi al clero’, con don Francesco Agostani, amico del Centro studi, è nata questa parabola…
Un uomo aveva due figli. Uno dei due si alzò per rivolgersi al padre, mentre l’altro se ne stava seduto in silenzio.
Disse: “Padre, sento che dentro di me e dentro questa nostra casa qualcosa sta cambiando. Ho l’impressione che qualcuno tra di noi giochi a nascondino. Sento che continuiamo a riempire calendari per attività sempre uguali, che non dicono più niente se non cose già dette l’anno scorso, e l’anno prima. Sento abitudini e scadenze soffocarci e farci quasi mancare il respiro.
Padre, iniziamo e siamo già stanchi, mentre dovremmo sentire il nostro vigore crescere lungo il cammino! Sento l’urgenza di cambiare questo modo di essere-nel-mondo, per essere più fedele al mio cuore e alla vocazione ricevuta e custodita”.
Il padre, assorto, osserva il figlio con sguardo riconoscente: “Tu vieni in aiuto alla mia debolezza” gli dice. Riconosce il bene che compie, riconosce la sua fedeltà quotidiana, la vitalità nel suo servizio, appassionato e pieno di desiderio. Forse un po’ si riconosce nei sogni e nelle speranze di quel giovane… anche lui lo è stato in passato!
Il peso dell’inessenziale
“Calmati e siediti con me” gli chiede “Voglio parlarti”. E inizia. “So che il lavoro che tu svolgi ti schiaccia e ti affatica, ha ritmi e modalità che spesso ti lasciano stanco, appesantito. Le tue fatiche sono reali: non voglio né minimizzarle, né assolutizzarle. So che tu per obbedienza porti il peso di molte responsabilità, spesso non essenziali. Sono queste incombenze che ti tolgono la gioia di far festa, l’entusiasmo di metterti in gioco, il sorriso mentre lavori nei campi insieme con gli altri. So che ti pesa vivere così il tuo lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Senza attraversare le fatiche non nasce nulla di nuovo”
Il figlio lo interrompe. Gli torna alla mente un verso di una canzone di tanti anni prima che parlava del rapporto tra padre e figlio: “da quando ho imparato a parlare, mi è stato ordinato di ascoltare”…
“Vorrei provare a vivere questo lavoro come io sento giusto e opportuno” rilancia. “Vorrei provare a rimodulare i ritmi, le circostanze, le modalità, mantenendomi in ascolto di quell’insieme di operai che ‘in credendo’ non sbagliano un colpo. Persone che mi parlano di leggerezza, passione che può riaccendersi, speranza che può rinascere. Vorrei concentrarmi su di loro, ricordandomi che se la casa è essenziale, è altrettanto fondamentale prendersi cura di coloro che abitano quella stessa casa… insomma, mettere le persone prima delle strutture…”.
Mal comune non fa mezzo gaudio
Sorpreso da questo intervento, perché aveva ancora molto da dirgli, il padre rimane qualche istante in silenzio. Poi prova a riprendere: “Ma non devi fare tutto da solo! Lavorare insieme è meglio. Sono convinto anche io che ascoltare e valorizzare gli altri sia importante. Prendi sul serio la corresponsabilità: oggi è impossibile fare in maniera diversa, il cambio d’epoca in cui siamo ti costringe ad assumere altre posture, non solo aggiustamenti organizzativi ma a credere che si possa ‘camminare insieme’. E anche se non te l’ho mai mostrato, tu non puoi tralasciare questo aspetto, perché risulta fondamentale”.
“Quindi posso scegliere qualcosa che scombini i programmi e le agende? Posso usare di quell’autorità che mi hai partecipato da sempre per percorrere strade nuove, per sperimentare e per vivere un reale e concreto rinnovamento?”. Lo sguardo del figlio si era acceso, mentre diceva queste parole, che per lui rappresentavano il naturale epilogo del confronto.
Ma per il padre il discorso non era concluso, e queste interruzioni cominciavano a infastidirlo: “Innanzitutto riprendi e continua ad ascoltare. Mettiti in silenzio, accetta di essere paziente e dialogante. Medita, rifletti e coltiva una formazione permanente. E’ quello che ti serve per crescere e per cambiare, se e quando sarai pronto per farlo”.
Silenzio.
Lo sguardo del figlio si era lentamente spento, durante l’ennesima esortazione paterna.
Forse avvertendo la delusione, il padre prova a rimediare farfugliando: “Non ho soluzioni da darti, ma desidero davvero accompagnarti… sai, dopotutto in questo tempo di cambiamento non pretendo che tu mi risolvi i problemi ma a starci dentro, ad abitarli con fede”.
Quando il volto si indurisce
“Padre, per accompagnarmi devi muoverti da qui”. Il figlio scandì le parole con una decisa fermezza, sconosciuta al padre, spiazzandolo. Chi era la persona che aveva davanti? Era ancora un giovane, o un adulto che custodiva un sogno, vero e bello, per il quale chiedeva solo una via possibile?
“Per accompagnarmi occorre che tu, padre, scenda nel campo, e che riprendi in mano gli strumenti che i tuoi braccianti usano ogni giorno. Occorre che tu ascolti il loro lamento, che anche tu sieda attorno al fuoco con loro, quando riposano. Che tu veda e tocchi come stanchezza e speranza si intersecano e producono idee non convenzionali; che ti appassioni agli esperimenti, sguardi e gesti imperfetti, incompleti, incerti; che tu sappia distinguere tra tentazioni e tentativi.
Il figlio era ormai un fiume in piena ed anche il fratello silenzioso iniziava ad esserne contagiato. “Oggi non si possono inventare soluzioni mentre cammini nella sala del banchetto, vuota, e immagini come si potrebbe fare per cambiare le cose. Se non sappiamo che pesci pigliare, o come fare meglio le cose che facciamo, occorre solo darsi la regola che possiamo fare tutto, tranne continuare a ripetere quello che abbiamo sempre fatto e non funziona. Neanche io, padre, so come si potrebbe fare, nemmeno io ho soluzioni pronte. Ma mi piacerebbe leggere il tuo nome, accanto al mio, sull’elenco dei compiti della giornata. Mi piacerebbe vedere che anche tu decidi qualcosa che ti riguarda, perché per cambiare, occorre cambiare!”.
Le appassionate parole del figlio avevano colpito il padre come un pugno. “Cosa posso fare io?” era una domanda alla quale non aveva mai pensato. Si era limitato a ragionare attorno a cosa potevano fare gli altri. Questo cambio di prospettiva lo faceva sentire smarrito, interrogato… scosso… forse… vivo?
Cacciò questa sensazione come si scaccia una mosca che ronza fastidiosa. Il figlio stava concludendo la frase: “Forse devo andarmene!”.
Il padre lo guardò pensieroso, ma trovò subito la risposta a che cosa avrebbe potuto fare… “D’accordo, figlio, ti aiuto a fare la valigia!”.
Se il padre perde il sapore …
Dopo non molti giorni, il figlio parte per un paese lontano. Là incomincia a regalare le frasi fatte, i consigli paternalistici, le esortazioni prive di slancio e di prospettive a destra e a manca accumulatesi negli anni. Quasi un riflesso condizionato. La sua riserva però si assottiglia. La carestia l’ha già provata, tra i muri di casa, dove il cibo distribuito sapeva di vecchio e stantio. Ora inizia a provare leggerezza. Trova amici che sono partiti come lui, in avanscoperta. Anche loro hanno provato il disagio e l’incertezza del cambio d’epoca, ma non si sono fermati ad aspettare indicazioni dall’alto. Hanno sentito il desiderio di uscire, coinvolgersi, accompagnare, e così fruttificare e festeggiare in modo nuovo. E comincia anche lui, allora, insieme con loro, a prendere l’iniziativa, coinvolgersi con le storie e con le vite di chi gli vive vicino. Comincia ad accompagnare cammini rinunciando alla ‘superiore’ sicurezza di chi è stato chiamato per guidare e condurre, perché sa come le cose vanno e devono andare. E la sua vita fruttifica di tante esperienze, di racconti, di piccoli grandi gesti coraggiosi che riscrivono storie e le rinarrano, dentro contesti che cominciano a cambiargli intorno perché lui cambia e cresce. Ma non se ne pente, non sente la nostalgia delle parole del padre, semmai della casa.
Così, ogni tanto, prima di andare a dormire, il figlio prodigo chiama al telefono il fratello rimasto. Ne avverte l’affaticamento, indaffarato nello sforzo di mostrarsi adeguato. Sente, telefonata dopo telefonata, crescere dentro di lui la solitudine e lo sconforto, ed anche la rabbia. Del padre parlano poco, i due fratelli, e quando lo fanno dalla bocca del fratello escono parole dure, di rimprovero: “Dovrebbe essere più deciso!”, “Dovrebbe prendere posizione!”, “Dovrebbe essere ben più chiaro e rigoroso di come è ora!”.
Il fratello sembra incapace di capire le situazioni, e come lui sono in tanti: arcigni e preoccupati guardano fuori dalla finestra di casa come si guarda fuori da una cittadella sotto assedio.
Sognando s’impara
Chiude gli occhi il figlio prodigo, e sogna. Sogna che, come è già successo nella storia, una grande carestia spinga il fratello e quegli scampoli di popolo che ancora sopravvivono in casa e nei campi a partire, per andare a cercare vita dove la vita scorre sottotraccia, come un fiume carsico, impetuoso ma nascosto.
E sogna il padre camminare lento verso un futuro che si può riscrivere, se si ha il coraggio di osare. Sogna di essere lui a corrergli incontro, ‘ritrovarlo’ ed organizzare un banchetto; sogna di riscoprire un legame che la paura ha tentato di cancellare, senza riuscirci. Sogna un cammino dove ogni piccolo passo è festeggiato. Dove la gratitudine per il piccolo bene che si vede e che germoglia diventa sorgente d’acqua che zampilla per sempre.
E sogna che da quella festa inizi un’era nuova, dove le cose sono nuove per davvero. E che non si giochi troppo a nascondino, perché “il gioco è bello quando dura poco” (come anche per le lettere dei vescovi ai preti!).
