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Quando si cambia davvero?

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Tempo di lettura: 11 minuti

Il cambiamento processuale attraverso crisi e rotture

Nella vita e nel cammino di una persona, un gruppo, un’organizzazione (incluso quelle ecclesiali) l’invito o l’esigenza di attivare un cambiamento – soprattutto oggi – è frequente, immersi come siamo in un cambio d’epoca.

Tuttavia, a ben vedere, i veri cambiamenti sono rari: spesso ci adattiamo superficialmente a eventi nuovi senza una trasformazione reale. Il cambiamento ci scivola addosso, subìto e non agito, rimane qualcosa di esteriore o superficiale: un cambiamento di facciata, a volte nemmeno quello.

Di solito, ciò che chiamiamo ‘cambiamento’ è solo una perturbazione dell’equilibrio del sistema (personale, familiare, lavorativo, organizzativo, ecclesiale). Quello che facciamo è cercare di contenere o assorbire gli effetti con gli opportuni aggiustamenti per mantenere la stabilità: l’importante è salvaguardare l’equilibrio.

Si tratta, beninteso, di un comportamento è fisiologico e prevedibile. Ogni sistema tende naturalmente, sviluppando gli opportuni anticorpi e resistenze, a conservare il proprio equilibrio ed in questo la propria sopravvivenza.

Questa considerazione mette in evidenza l’esigenza di distinguere tra pseudo o finti cambiamenti e cambiamenti autentici, profondi e irreversibili.

Val la pena di evidenziare, dunque, che cosa può essere considerato davvero un cambiamento, ed il modo in cui accade, rispetto ad altre situazioni in cui il ‘cambiamento’ non è cambiamento, al di là del fatto di usare questo termine.

Cambiamento programmatico vs paradigmatico

A questo riguardo può essere utile introdurre la distinzione tra cambiamenti di tipo ‘programmatico’ e cambiamenti definibili come ‘paradigmatici’.

Il cambiamento programmatico non è altro che la risposta all’accadere di qualcosa connesso al diventare diverso, un atto o effetto del mutamento, una modifica o una transizione.

Il cambiamento programmatico opera a livello strumentale, come risposta ai bisogni, è sollecitato dai problemi, condizionato dalle urgenze e dalla logica dei risultati. Si tratta di riportare la novità, l’imprevisto, nella normalità, nelle coordinate del sistema.

Viene definito ‘programmatico’ perché esso è solitamente pianificato, ‘progettato’: individuare ed operare una serie di strategie e azioni relative ad una situazione insoddisfacente per modificarla e raggiungere un punto desiderato. Questo tipo di cambiamento non mette in discussione il paradigma/modello di riferimento attraverso cui il sistema legge e interagisce con la realtà. Non insidia o ridiscute le premesse, la ‘cultura’, i valori, i significati, le credenze che lo guidano, semmai arriva a modificare alcune priorità, procedure o abitudini, atteggiamenti e interessi.

Il ‘cambiamento paradigmatico’, al contrario, consiste in una drastica, drammatica (quando non traumatica) rottura dell’equilibrio del sistema in atto: impone, come richiama l’espressione, un “cambio di paradigma”, ovvero un mutamento radicale delle regole, delle prospettive e dei modelli di pensiero che guidano la nostra visione del mondo. Ciò che, in linguaggio ecclesiale, viene chiamata ‘conversione’.

È un evento che si verifica quando vecchie certezze non sono più adeguate e si rende necessario un nuovo approccio per comprendere e affrontare la realtà, inconciliabile col precedente.

Galileo è stato inquisito perché proponeva un cambio di paradigma. La sua ‘colpa’ e pericolosità consisteva non tanto nel contenuto delle sue scoperte, quanto sulla diversa visione del mondo che ne derivava. Nessun teologo era così sciocco da contestare le sue evidenze scientifiche. Il vero intento era fargli rimangiare l’affermazione che la Bibbia insegna come si va al cielo, e non come va il cielo”, ovvero il fatto che la Scrittura non va intesa come manuale scientifico, ma testo spirituale: un cambio di paradigma inaccettabile! Sappiamo come è andata a finire, seppure con grave ritardo: la Chiesa riabilitò ufficialmente nel 1992, riconoscendo che la condanna del 1633 era stata un errore.

Diversamente dal cambiamento programmatico, un cambio di paradigma non può essere pianificato, non risponde ad una logica progettuale: non ha il controllo dei tempi e delle risorse e non ha risultati attesi, perché non se ne conosce ‘né il giorno, né l’ora’.

Esso è governato e si focalizza sui processi: ristruttura i copioni relazionali e procedurali, introduce una nuova cultura organizzativa e nuovi linguaggi, e lavora sulla ritessitura del senso/significato (perché), la valorizzazione dell’esperienza e degli apprendimenti, la leggerezza del desiderio.

Adattamento e resilienza: l’illusione di cambiamento

Non si può rinunciare a cambiare, ma non si intende o si è in grado di cambiare seriamente. Che fare?  Come poter riuscire a ‘sterilizzare’ il cambiamento, renderlo accettabile per un sistema, sia esso umano o organizzativo?

Per nostra fortuna, ci sono due strategie che – se ben impiegate – possono aiutarci nell’alimentare e sostenere l’illusione del reale cambiamento, per cercare di impedire che l’equilibrio del sistema collassi, ed essere costretti a cambiare paradigma. Queste due strategie sono l’adattamento e la resilienza.

L’adattamento è solitamente il primo e più immediato modello di risposta all’emergenza, la modalità attraverso cui si cerca di ristabilire o recuperare l’equilibrio messo a rischio o almeno cercare di ridurre il danno in un certo ambito di riferimento. La capacità di adattamento – sia personale, organizzativa o pastorale – va considerata una grande risorsa, in quanto risponde ad una logica di sopravvivenza. L’agire adattativo risulta di fatto un antidoto, una resistenza al vero cambiamento: la prospettiva del cambiamento è percepita come un ostacolo/pericolo/imprevisto da gestire, non un’opportunità da cogliere, se non in senso genericamente migliorativo.

Anche a livello pastorale, l’adozione del modello di adattamento risponde alle esigenze di garantire la continuità della struttura pastorale stessa: si tratta di difendersi, salvare il salvabile.

La resilienza, a sua volta, non accoglie ma ‘rimbalza’ il cambiamento: ciò che è resiliente resiste alle perturbazioni che sollecitano al cambiamento, opponendovisi, per poterli superare e soprattutto ‘non arrendersi’.

L’approccio resiliente interviene, spesso alleandosi con gli sforzi adattativi, quando le situazioni critiche o le sfide toccano livelli tali da non rendere più sostenibile il permanere nella propria zona di confort, e le capacità di tolleranza psicofisica o organizzativa sono messe a rischio.

Quando la pastorale adotta il modello della resilienza opera una resistenza attiva alla situazione traumatica: più si è esposti al rischio, più ci si avverte vulnerabili, più occorre riscoprire e testimoniare i ‘fondamentali’: la solidarietà in primis, la costanza, la fedeltà, il sacrificio.

Chi vuole salvarsi, si perderà

Quando ci si trova immersi e coinvolti in un cambio d’epoca – di cui una delle caratteristiche chiave è il cambio di paradigma – l’approccio adattativo-resiliente è inadeguato e destinato alla inefficacia. Un interessante esempio di fallimento nel fronteggiare il cambiamento è quanto accaduto nel settore degli smartphone ai due grandi marchi BlackBerry e Apple iPhone.

Blackberry nel primo decennio del nostro millennio era leader di mercato, grazie al primo smartphone lanciato nel 2000. Esso riprendeva in termini innovativi la visione della telefonia classica: tastiera fisica, tasti a pressione, posizionamento con forte accento sulla sicurezza e l’uso lavorativo, compattezza e comodità d’impiego in un design distintivo.

Il lancio dell’iPhone Apple nel 2007 rappresenta un cambio di paradigma rispetto al passato: eliminazione della tastiera e delle modalità di gestione manuale: touch screen e attivazione comandi per sfioramento, grande integrazione tra lavoro e divertimento, focus sulla flessibilità e non solo sulla affidabilità. In breve, iPhone diviene rapidamente il nuovo modello di riferimento degli smartphone e leader di mercato.

BlackBerry sceglie di resistere al cambiamento paradigmatico introdotto da Apple con un cambiamento programmatico, scegliendo una strategia adattavo-resiliente: si sforza di ottimizzare e migliorare i suoi telefoni restando fedele alla modalità tastiera, rendendoli di fatto obsoleti; migliora i propri sistemi operativi, senza altrettanti aggiornamenti software. Nel giro di pochi anni BlackBerry cessa la produzione di smartphone e sparisce sostanzialmente dal mercato.

 Le parrocchie sanno nuotare?

In campo pastorale, un esempio di cambiamento programmatico attraverso strategie adattativo-resilienti è dato, a nostro avviso, dalla scelta (ormai pluridecennale) di procedere per accorpamenti territoriali. La forma più diffusa è l’unità/comunità pastorale, ovvero l’aggregazione di più parrocchie.

Si tratta di una scelta che risponde e salvaguarda chiaramente il paradigma in essere: la parrocchia come realtà organizzata a presidio del territorio, centrata su figure clericali, e avente come interlocutrice una comunità stabile, in cui le dimensioni della vita – sociale, culturale, economica e religiosa – coincidevano.

È ormai assodato che oggi questo scenario è profondamente mutato. La ‘modernità liquida’ che plasma il cambio di epoca trasforma la percezione dello spazio, del tempo e delle relazioni, sostituendo la prossimità fisica con la connessione virtuale. Questo processo, insieme alla secolarizzazione e all’individualismo, genera una “parrocchia liquida”, segnata da appartenenze fluide e da tensioni tra partecipazione comunitaria e consumo religioso (A. Borras).

È altrettanto evidente, tuttavia, che le diverse forme di ristrutturazioni parrocchiali riflettono il tentativo di adattarsi alla scarsità di sacerdoti e alle nuove condizioni sociali. Quello che non cambia (o non si intende cambiare) è il paradigma/modello cui ci si ispira. Non resta da parte dei vertici ecclesiali, con buona pace del clero minore e dei laici più sensibili, che spronare ad essere resilienti, a ‘tenere la posizione’. Il costo in termini di stress nel presbiterio e nelle comunità è sempre più alto: aspetti ormai studiati e approfonditi, ma rispetto a cui ancora prevale l’illusione di pianificare il cambiamento.

Attivare un cambiamento di paradigma impone un modo completamente diverso di interpretare il rapporto territorio-parrocchia: la sfida è passare da una logica di territorio a una logica di presenza, dove “la Chiesa è dove sono i battezzati; la parrocchia dove sono i parrocchiani”.

Lo stesso dicasi per un’altra realtà pastorale in profonda trasformazione, l’oratorio, che ci si sforza di ‘salvare’ con continue quanto improbabili iniezioni di iniziative e progetti adattativi e resilienti per provare a bloccare l’emorragia giovanile.

Non basta cambiare la metafora (oratorio ‘laboratorio’, oratorio ‘cantiere’, oratorio ‘casa’ …), non bastano gli ingenti contributi economici di Fondazioni bancarie per non morire pastoralmente dissanguati. Occorrono nuove forme, ‘otri nuovi’ che possano contenere il ‘vino nuovo’ della buona novella alle giovani generazioni. O dobbiamo aspettare che si levi il grido ‘l’oratorio è nudo’, come nella favola di Andersen, per deciderci ad affrontare un salto trasformativo, ovvero un processo pasquale di morte e resurrezione?

Collassare, implodere, rinascere

Non si cambia per il gusto di cambiare. Si cambia per necessità, per amore, per sete di conoscenza…  in ogni caso per la profonda insoddisfazione e insostenibilità rispetto alla situazione in cui ci si trova. Quando i vantaggi del cambiamento superano la fatica di mantenere l’equilibrio, le resistenze, gli alibi, gli accomodamenti vengono meno, ed il cambiamento (la conversione, in linguaggio religioso) avviene. E tuttavia, benché ineluttabile, quando il cambiamento arriva non è facile accoglierlo, come si è visto. Si tratta, ribadiamo, di un passaggio di discontinuità, di rottura, sia esso personale o organizzativo: il vero cambiamento è un processo di trasformazione, sempre ‘spiazzante’, da uno stato ad un altro, che può riguardare persone, idee, abitudini, contesti e sistemi. Esso comporta un cambio di paradigma, che dà al sistema una nuova forma, una diversa/ nuova relazione nei rapporti ed equilibri tra le sue parti, una nuova mentalità e visione, un nuovo linguaggio e nuove prassi.

Se il cambiamento è così impegnativo e rischioso, perché e come avviene? Cosa può produrlo se i sistemi tendono all’omeostasi, a mantenere l’equilibrio?

Va detto anzitutto che benché il cambiamento sia un evento di novità, non pianificabile, esso non arriva mai all’improvviso. Il cambiamento non è mai casuale, è un evento preparato: c’è sempre un periodo di ‘incubazione’, più o meno lungo che lo precede e lo prepara.

Non a caso entrambe i due drastici eventi di cambiamento proposti dal cristianesimo, il Natale e la Pasqua, sono preceduti da periodi che li preparano. Avvento e quaresima non generano né producono per sé stessi il cambiamento ma evidenziano quelli che in linguaggio evangelico chiamiamo ‘segni dei tempi’ che lo annuncia.

Apocalisse quotidiana

Più in generale, un cambiamento di paradigma, come ricorda Thomas Kuhn (“La struttura delle rivoluzioni scientifiche”), non avviene come percorso progressivo lineare e cumulativo, ma attraverso un cambio radicale di prospettiva che sostituisce il vecchio quadro di riferimento con uno nuovo. Quando emergono anomalie, dissonanze, credenze che il paradigma non può più spiegare, si entra in una crisi che apre un nuovo periodo, con il contestuale sviluppo di un nuovo linguaggio. Inizialmente, si cercano soluzioni adattativo-resilienti per superare la crisi, ma i ripetuti falliti tentativi rende insostenibile l’equilibrio e portano al collasso. A questo il sistema è posto di fronte ad un bivio: implodere o approdare ad una globale riorganizzazione, un nuovo paradigma, una diversa ‘mappa della realtà’.

Questa descrizione può sembrare ‘apocalittica’, ma i cambiamenti di paradigma non sono così infrequenti, anche nel nostro quotidiano. Non riguardano solo i grandi capovolgimenti scientifici come la rivoluzione copernicana, la teoria darwiniana o la relatività di Einstein.

Pensiamo ad esempio ad una situazione problematica, un rompicapo cognitivo che vorremmo risolvere: all’inizio procediamo per tentativi ed errori, quindi facciano dei cosiddetti ‘errori intelligenti’, ovvero sbagli che in realtà servono a prendere meglio la mira. Fin qui però abbiamo alzato l’entropia del compito ma senza arrivare ancora a nulla. Poi, quando stiamo per rinunciare, arriva un insight: ‘vediamo’ improvvisamente una nuova relazione tra gli elementi, riorganizzando completamente il quadro

Si è creata una diversa visione delle cose, un cambio di paradigma che ci fa subito dimenticare i tentativi falliti, da cui non torniamo indietro: le cose di prima sono passate ….

Il processo di cambiamento

Il cambiamento avviene all’interno di un processo, indicativamente composto da tre passaggi: frattura, sperimentazione, affermazione.

  1. come già accennato, il cambiamento prende avvio da una serie di fratture: è la fase in cui si producono e rendono necessarie l’interruzione delle consuetudini e una rottura delle vecchie routine. Spesso si verifica a causa di eventi esterni o di una “disconferma delle aspettative” (ad esempio, un problema che fino a ieri non esisteva ma oggi è evidente). In questa fase del processo, l’aspetto decisivo è attivare e facilitare una volontà di cambiamento, per superare le resistenze e la paura legate all’incertezza;
  2. il collasso dell’equilibrio/sistema porta alla sperimentazione: questa è la fase di transizione e attuazione vera e propria del cambiamento, in cui le nuove pratiche, i nuovi comportamenti e gli atteggiamenti vengono introdotti. È il momento in cui le persone iniziano ad apprendere e sperimentare nuove modalità. È fondamentale in questa fase, per superare incertezza e timore, chiarire i benefici del cambiamento, fornire supporto, formazione, comunicazione per favorire l’apprendimento e la partecipazione proattiva;
  3. l’ultima fase, di affermazione, opera al fine di consolidare i cambiamenti avvenuti, rendendoli la nuova normalità e formando nuove abitudini. Le nuove strutture, ruoli e comportamenti vengono rafforzati per evitare il rischio di adattare le vecchie abitudini. In questa fase il cambiamento ha bisogno di buone nuove narrazioni per affermarsi e consolidarsi (come ben dimostra l’importanza e il ruolo dei vangeli). Il racconto del cambiamento è così importante che, per certi versi, ‘sta più in alto’ del cambiamento stesso: narrare il cambiamento incoraggia a camminare nel cambiamento con maggiore convinzione, senza istruzioni prefabbricate.

I segni di cambiamento

 Una volta che il cambiamento è stato consolidato, si crea un nuovo stato di equilibrio, pronto ad attendere un eventuale nuovo ciclo di cambiamento.

Possiamo provare, a questo punto, ad indicare alcune caratteristiche o aspetti che aiutano a cogliere e riconoscere il vero cambiamento, quello paradigmatico:

  • Il cambiamento è repentino: la rapidità del cambiamento è ciò che lo rende spiazzante ed insieme altamente difficile da prevedere e controllare. Il ritmo rapido del cambiamento imprime una diversa percezione del tempo, rendendolo più veloce ed insieme denso: fa trabordare dal chronos (lo scorrere regolare del tempo) al kairos, il tempo speciale, propizio della grazia e delle scelte di vita. Il cambiamento costringe e consente di passare attraverso la cruna dell’ago: un passaggio decisivo, rapido, drammatico.
  • Il cambiamento è discontinuo: chiede e introduce una rottura, una chiara differenza tra il prima ed il dopo, chiama ad un cambio di direzione, una conversione. Il cambiamento procede per salti, interrompendo il senso di continuità e sicurezza. Per questo è spesso accompagnato da smarrimento, sorpresa, disorientamento: chiede la disponibilità a lasciarsi andare, l’apertura al rischio, all’improbabile, al desiderio, alla promessa.
  • Il cambiamento è globale: esso coinvolge l’intero assetto del sistema interessato e tutte le relazioni tra le sue componenti (premesse, valori, priorità, prassi, linguaggi, …). Il cambiamento di un sistema non è mai un evento isolato o isolabile, dal momento che i sistemi non sono la semplice somma delle loro parti, ma tutte le parti sono tra loro interdipendenti, dove ogni elemento influenza e viene influenzato dagli altri.
  • Il cambiamento è irreversibile: chiede di prendere posizione, di scegliere e non voltarsi, di non fare come la moglie di Lot. Il cambiamento apre nuove porte mentre ne chiude altre: una volta sperimentato, non si torna indietro, nonostante le fatiche e le incertezze (“ecco, faccio nuove tutte le cose”). Lo stesso passato viene riletto con gli occhi nuovi del cambiamento in atto: niente della vita vissuta appare come prima, le esperienze fatte acquistano nuovo senso, i gesti familiari acquistano sapore diverso, la fuga diventa ritorno, come per i discepoli di Emmaus.
  • Il cambiamento è leggero: esso porta a valorizzare l’essenziale, liberare dal superfluo e da ciò che appesantisce e offusca: fa pulizia, libera da zavorre e fantasmi del passato consentendo un maggiore respiro. La ricerca di leggerezza, più ancora che l’insoddisfazione o il dolore, è il motivo profondo che spinge e attua il cambiamento, perché “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. (I. Calvino).
  • Il cambiamento è riequilibrante: la destabilizzazione ed il collasso del sistema implicato dal cambiamento prelude al raggiungimento di un livello di stabilità migliore. Si tratta di pervenire ad una sostenibilità del sistema superiore alla precedente, per consentire una ‘vita nuova’ oltre ad una nuova vita. Il cambiamento fa raggiungere al sistema uno stato di equilibrio maggiormente dinamico e sviluppare ordine da disordine attraverso l’autoregolazione, come accade ad esempio nell’apprendimento.

Per concludere: attivare il cambiamento

Per operare un cambiamento nel sistema non occorre necessariamente agire sull’intero sistema. Sappiamo infatti che in un sistema aperto, ovvero interagente con l’ambiente esterno, uno stesso stato finale, per il principio di equifinalità, può essere raggiunto partendo da diverse condizioni iniziali e attraverso percorsi differenti.

Se consideriamo quali componenti chiavi del sistema i tre aspetti di visione- pratiche- narrazione, un cambiamento può essere attivato agendo anche su una sola di queste componenti, dal momento che questo coinvolgerà le altre, per il principio di interdipendenza, producendo così un cambiamento globale, attraverso cui il sistema perviene a una nuova forma ed equilibrio.

Prendiamo come esempio l’ipotesi di operare un cambio di paradigma nella pastorale giovanile, piuttosto che continuare ad utilizzare l’attuale approccio adattivo-resiliente.

Il sistema ‘pastorale giovanile’ si caratterizza per:

– una sua visione/rappresentazione della gioventù (idee dominanti, credenze, assunti attraverso cui è percepita e descritta)

– le pratiche inerenti al mondo giovanile (il modo di operare, le iniziative, le azioni ed i tempi…) indicativamente collegate alla visione

– le narrazioni sviluppate in relazione alla condizione giovanile, all’azione pastorale, i linguaggi utilizzati…

Intervenendo e modificando una di queste componenti, le altre ne saranno influenzate: si creerà una circolarità che costringerà il sistema a ripensarsi, ed operare un cambiamento. Se si modificano drasticamente le pratiche, verrà a modificarsi anche la visione/rappresentazione; intervenire sulla visione/rappresentazione attiverà nuove diverse, e così via.

Abbiamo bisogno di cambiamento. Abbiamo bisogno di cambiare paradigma. Forse possiamo imparare dai ‘cavernicoli’ protagonisti del simpatico e illuminante film di animazione ‘I Croods’, dove possiamo vedere in azione le indicazioni sopra sinteticamente descritte.

Ecco come inizia:

Siamo cavernicoli. Restiamo sempre nella nostra caverna, notte dopo notte, giorno dopo giorno. Usciamo solo quando dobbiamo lottare per procurarci il cibo in un mondo duro e ostile.

Seguiamo le regole: il nuovo è male, la curiosità è male, uscire di notte è male. In pratica tutte tutto quello che è divertente è male.

Ma questa è la storia di come tutto è cambiato in un istante. Perché noi non sapevamo che il nostro mondo stava ormai per finire. E non c’erano regole nella nostra caverna che potessero prepararci a questo.

Vi fischiano per caso le orecchie? Buon cambiamento!