Dal riqualificare gli spazi al convertire lo sguardo pastorale sullo sport
Un campo d’oratorio non è mai stato soltanto un rettangolo di gioco. Nella tradizione oratoriana è un luogo educativo, relazionale e simbolico: spazio di corpi in movimento, di regole condivise, di conflitti da accompagnare e di appartenenze da costruire. Oggi, però, quel campo torna al centro in modo nuovo e inatteso.
Il recente Protocollo d’intesa tra il ministro per lo Sport e i Giovani e la Presidenza della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, che destina 50 milioni di euro “per promuovere la realizzazione e la riqualificazione di spazi dedicati allo sport negli oratori situati nelle aree urbane caratterizzate da maggiori fragilità sociali ed educative” trasforma il “tesoro del campo” da immagine pastorale a questione concreta.
Così, “Il tesoro del campo”, titolo di un documento pastorale dell’ormai remoto 2013, dedicato allo sport in oratorio, non suona più soltanto come un’immagine evangelica o una suggestione educativa. Ora, davanti ai nuovi fondi destinati agli impianti sportivi oratoriani, il campetto oratoriano non nasconde un tesoro da trovare ma è esso stesso il ‘tesoro’ da far fruttare.
La notizia potrebbe sembrare solo una buona occasione, una bella opportunità offerta agli oratori, capace di rilanciare la ‘partita’ con lo sport, specie quelli bisognosi di rilancio (cfr. R. Mauri, Campo Base. L’oratorio che verrà? Ed. Centro Studi Missione Emmaus, 2024).
Quando il campo torna al centro
Per gli oratori, dunque, il “tesoro del campo” diventa una risorsa economica ancora prima che pastorale: più fondi, più strutture, più attività, più presenza.
Proprio qui si apre il nodo decisivo: questa disponibilità di risorse sarà soltanto un’occasione gestionale o diventerà una provocazione pastorale? Il rischio è che gli oratori si limitino a rimettere a nuovo gli impianti, rafforzando una presenza territoriale già riconosciuta; la possibilità più feconda, invece, è che il campo diventi il luogo in cui la Chiesa ripensa il proprio sguardo sullo sport, non più come attività accessoria o semplice strumento educativo, ma come soglia di annuncio, discernimento e trasformazione cristiana.
In questa prospettiva, la vera domanda non è solo come utilizzare bene i fondi, ma che cosa la comunità ecclesiale saprà vedere nel campo: un patrimonio da amministrare, una leva di controllo, oppure un luogo concreto in cui lasciarsi convertire dalle domande, dai desideri e dalle fragilità dei giovani. Se un granello di fede può spostare una montagna, una montagna di denaro può sollecitare una domanda di fede? Su questi aspetti la pastorale dello sport è chiamata a cambiare i propri modelli ed approcci.
Il rischio di riconquistare invece di ascoltare
Pochi aspetti come il rapporto tra sport, parrocchia e oratorio, mostrano con tanta evidenza gli effetti della secolarizzazione, ovvero il progressivo indebolimento del peso dell’autorità e dei riferimenti religiosi nella vita delle persone e della società.
Fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso gli oratori detenevano di fatto quasi il monopolio della pratica sportiva amatoriale e giovanile, soprattutto calcistica, grazie alla capillarità dei campi sportivi di cui disponevano (F. Archambault, Il controllo del pallone, Le Monnier, 2022).
Il senso di appartenenza e lo spirito collaborativo tra società sportive e contesti parrocchiali e oratoriani erano dati per scontati, così come il rispetto degli obiettivi e dei programmi pastorali (“prima la messa, poi la partita”).
Dagli anni Settanta lo scenario cambia: molte società sportive, pur nate in oratorio, si emancipano progressivamente dalla matrice ecclesiale. Pur senza una rottura esplicita, si sviluppa nei fatti un processo di separazione: la relazione tra società sportive e oratorio diventa una convivenza dettata dall’opportunità (l’uso degli impianti, in primis il campo, appunto) ma con linguaggi, tempi e priorità sempre più distanti. Molte società sportive, quando riescono, lasciano la ‘casa del padre’: agli inizi di questo millennio i gruppi sportivi presenti in oratorio sono circa un terzo rispetto ai decenni precedenti.
La pastorale prende atto della situazione solo alle soglie del nuovo millennio con la Nota ‘Sport e vita cristiana’ (1995), in cui riconosce il ritardo e i limiti della propria comprensione del fenomeno sportivo e cambia prospettiva: dallo ‘sport cristiano’ alla ‘visione cristiana dello sport’, cercando di recuperare terreno e di rendere nuovamente attrattiva la proposta sportiva oratoriana.
Ora il Protocollo d’intesa opera un’ulteriore svolta e lo scenario cambia nuovamente. Ora la partita potrebbe cambiare. Potenzialmente gli oratori potrebbero ritornare in netto vantaggio nel rapporto con le società sportive dilettantistiche, sempre alla ricerca di fondi e risorse: una posizione che può restituire capacità decisionale, ma anche alimentare la tentazione di di un nuovo collateralismo ecclesial-clericale, nonostante il chiaro monito di Papa Francesco: “non siamo più in un’epoca di cristianità”.
Su cosa scommette davvero la Chiesa
Non illudiamoci. Lo Stato, con la scelta di investire sugli oratori, scommette soprattutto sulla capillarità di una rete costruita nel tempo dalla Chiesa sul territorio. Prima ancora che sulla qualità dello “sport d’oratorio”, il Protocollo sembra puntare oratori sulla tenuta degli oratori come presidio sociale, sulla loro azione di contenimento del disagio giovanile, lasciando ampia libertà sui modi.
La domanda, d’altra parte, riguarda anche la chiesa: su cosa intende scommettere?
Da un punto di vista pastorale, la domanda decisiva non è quanti campi esistano sotto i campanili: è quale vita generino, quale significato assumano e che cosa oratorio e sport possano originare insieme. Se il finanziamento rende nuovamente centrale il campo sportivo, la risposta ecclesiale non può limitarsi a gestire meglio spazi, convenzioni e società sportive.
Il clero impegnato nella pastorale sportiva è certo consapevole che “non si diventa preti per fare il presidente di una società sportiva”. Un’affermazione ovvia. Ma allo stesso tempo, seguendo un certo pragmatismo clericale, la nuova disponibilità di fondi pubblici rende ancora più urgente non ignorare una realtà così importante dentro l’oratorio, anche a rischio di appiattirsi sugli aspetti gestionali ed organizzativi.
Un oratorio che accompagna i conflitti tra genitori, allenatori e ragazzi non sta semplicemente gestendo una società sportiva: sta trasformando il campo in un luogo di alleanze, limite e corresponsabilità. Allo stesso modo, una comunità che si chiede chi resta fuori dal gioco, chi fatica a sostenere i costi o chi non trova spazio nelle squadre più competitive comincia già a leggere lo sport come soglia pastorale.
Soprattutto, occorre interrogarsi sul tipo di esperienza cristiana che lo sport può generare: occorre integrare e superare a questo proposito la classica e riduttiva visione educativa e leggere e rinarrare l’esperienza sportiva nei suoi significati di processo iniziatico, attraversamento simbolico di prova, limite, caduta, riscatto e rinascita.
Perché l’educazione non basta più
Chiediamoci, allora: qual è il contributo specifico dello ‘sport d’oratorio’ rispetto allo ‘sport laico’? Davvero basta dire che è “educativo” per sancirne la differenza? La domanda va posta senza scorciatoie, perché proprio su questo punto la retorica pastorale rischia di diventare più rassicurante che convincente. Ridurre il cuore dello sport alla sua intenzionalità educativa è una forzatura: nessun giovane fa sport per educarsi o per farsi educare, ma per divertirsi e ancora di più per esprimere non solo quello che sa fare, ma quello che intende sfidare e ciò che sogna di diventare.
Beninteso: lo sport può certamente avere un’importante funzione educativa. Può formare non solo un atleta, ma una persona più matura e consapevole; soprattutto in età evolutiva, sostiene l’acquisizione e il consolidamento delle competenze psico-fisico-sociali di base, le cosiddette soft skills.
La sensibilità educativa è certamente un terreno prezioso di incontro tra sport e pastorale, ma non basta più a distinguere la proposta ecclesiale.
Va onestamente riconosciuto che l’oratorio non può rivendicare automaticamente un primato educativo nello sport rispetto ad altri contesti. Anche in ambito oratoriano si sono verificate esperienze problematiche, non diverse da quelle presenti in altri ambienti associativi sportivi. Viceversa, alcuni settori giovanili di realtà sportive professionistiche risultano oggi molto strutturati e formativi, mentre molte società sportive oratoriane si reggono su figure generose ma non sempre adeguatamente formate o accompagnate.
Attenti, dunque, a giudicare lo sport, soprattutto quello altrui, solo in base al suo presunto valore educativo. Si rischia di essere a nostra volta giudicati dallo sport. Lo sport possiede criteri di verità molto severi: chiede coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si pratica, tra i valori dichiarati e le relazioni effettivamente generate. Proprio per questo può diventare, per l’oratorio, non un terreno da riconquistare, ma un luogo in cui lasciarsi convertire.
Per questo la Chiesa non può limitarsi a dire che il proprio sport è educativo: deve mostrare quale esperienza di senso, discernimento e salvezza può generare.
Si tratta di un passaggio chiave nei rapporti tra sport e pastorale, che chiede in primis una ‘conversione’ alla pastorale ancor prima che allo sport.
Perché la nuova partita sia davvero evangelica, occorre un cambio di paradigma, superare un orizzonte esclusivamente etico-educativo e assumere un paradigma più iniziatico e trasformativo. Occorre un approccio nuovo, più distintivo e profetico, capace di mostrare che cosa lo sport può rivelare dell’uomo, della comunità e come possa esprimere e incarnare un percorso vocazionale ed un processo salvifico.
La grammatica spirituale dello sport
La strada dello sport educativo resta preziosa, ma non basta se la Chiesa vuole offrire una proposta davvero originale. Il punto distintivo non può essere soltanto la trasmissione di valori: ‘anche i pagani lo fanno’, si potrebbe dire, come molte realtà sportive laiche testimoniano con qualità. Lo sport custodisce qualcosa di più profondo: la ricerca del valore, la speranza di potercela fare, l’esperienza di attraversare rischio e limite fino alla possibilità di una rinascita. È qui che il campo può tornare a essere davvero un tesoro: non perché produce risorse, ma perché può generare conversione, umana e spirituale.
Sport e pastorale condividono il desiderio di sollecitare la persona a trascendere sé stessa e a raggiungere una consapevolezza più piena della propria esistenza, anche attraverso il confronto con l’imperfezione e il limite.
Una panchina lunga, una convocazione mancata, un infortunio o una partita persa possono diventare momenti in cui un giovane impara a dare nome al limite, a riconoscere il proprio desiderio e a ripartire senza ridurre sé stesso al risultato ottenuto.
La proposta pastorale può allora compiere un passaggio decisivo: leggere l’esperienza sportiva non solo in termini etico-educativi, ma come percorso trasformativo. Lo sport mette in gioco vita, limite, prova, caduta e ripartenza. Proprio per questo può diventare un’esperienza comunitaria di discernimento, responsabilità e salvezza.
Questo non significa sacralizzare lo sport né applicare alla competizione una semplice metafora religiosa. Significa riconoscere che l’esperienza sportiva parla una grammatica elementare dell’esistenza: preparazione, prova, limite, appartenenza, sconfitta, perdono, ripartenza. Una grammatica che rimanda ad un processo di grande valore spirituale. Dentro questa grammatica la proposta cristiana può parlare di salvezza senza riduzionismi pedagogici o peggio moralistici.
Alla pastorale è chiesto un cambio di paradigma: non limitarsi a interpretare lo sport dall’esterno con categorie già definite, ma imparare ad abitarlo dal di dentro, con uno stile sinodale. Significa riconoscere nella pratica sportiva la tensione tra forza e fragilità, limite e desiderio, caduta e ripartenza, perché proprio lì può aprirsi un’esperienza di rinnovamento, di conversione, di vocazione.
Non basta rifare i campi
Il Protocollo d’intesa è dunque un bivio. Può inaugurare una stagione nuova, in cui lo sport torna a essere soglia di incontro, annuncio e discernimento vitale e spirituale; oppure può restare un’occasione solo parzialmente colta, se i campi diventano soltanto beni da amministrare, difendere o concedere.
Qui si decide se il campo sarà davvero un tesoro. Lo sarà quando un conflitto tra genitori, allenatori e ragazzi sarà accompagnato come esercizio di parola, limite e corresponsabilità.
Non basterà rifare i campi. Bisognerà imparare ad abitarli come luoghi della grazia, luoghi vivi di relazione, discernimento e annuncio.
