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De-infantilizzare la formazione /5

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Tempo di lettura: 10 minuti

Una Chiesa dis-infantilizzata è una Chiesa che sa corrispondere ai reali dinamismi della vita, riuscendo così a comunicare con efficacia la propria ‘buona novella’; allo stesso tempo sa anche trasfigurare la realtà, liberandola dagli elementi di schiavitù che non permettono alla vita il suo divenire. Una Chiesa adulta, quindi, non è solo una chiesa autonoma, che ha superato le sue dipendenze ideologiche, affettive, possessive, ma anche liberante, scomoda, audace e creativa (EG 33).

“Il sancta sanctorum della persona è la sua libertà viva, il suo esistere al di fuori di ogni schema. [Certo è che questo richiede un cammino verso la santità, che] è possibile solo attraverso l’esperienza, la comunione personale, la contemplazione incessante del volto di Cristo, la ricerca del proprio io più autentico e della propria umanità nel Figlio di Dio” (P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, p. 223).

Quanto è stato discusso nei precedenti articoli richiede necessariamente uno slancio sul piano della formazione. Nel ripensare i linguaggi, le forme, le narrazioni, gli apparati simbolici oggi in uso. Gli attuali modelli rischiano al contrario di marcare le dipendenze, di schiacciarci all’interno delle tensioni che abbiamo posto alla base di questo studio, sulla serie separare-verticalità-circolare-chiuso-di fianco. Vorrei suggerire alcune proposte formative in grado di mettere in crisi alcune nostre certezze, che ci compromettano e non ci lascino fuori, che ci implichino senza possibilità di dirci neutrali. Esperienze attraverso cui non dover dare risposte. Esperienze che ci spoglino e ci mostrino vulnerabili. Proposte capestro, sbilanciate, non eque.

Ogni proposta poggia su alcune delle tensioni che abbiamo individuato, generando dei setting esperienziali dove metterci alla prova, sperimentarci oltre lo schiacciamento infantilizzante. Laboratori di de-infantilizzazione.

Laboratori di impotenza: verso la discontinuità e l’orizzontalità

 Spazi e luoghi dove praticare la volontà di ‘poter non fare’. La capacità di sospensione. La gestione della frustrazione di un non agito intenzionale, in grado di permettere l’agire e la presenza di altri. Per uscire dalla forza gravitazionale del cerchio, per sostenere con autorità un’orizzontalità responsabile. Uno spazio dove porre attenzione sul non esercizio del ‘poter fare’, purificando la propria capacità di potenza in una logica comunionale. Un tempo dove lasciarci raggiungere dalla realtà senza innescare meccanismi di controllo, senza reagire, per poi entrarvi in risonanza dopo una fase di attesa e ascolto.

Uno spossessarsi del proprio ‘poter fare’ indotto da un modello appreso, interiorizzato. Diverrà necessario prendere consapevolezza di questi modelli, delle tensioni sottese ad essi.

Lo psicanalista Lebrun in dialogo con il biblista Wénin, rimarca come Il soggetto è si autonomo ma condizionato. Può esistere solo assumendo o rifiutando la sua eredità. La sua libertà è nel non essere costretto a ripetere. Poter fare un passo di lato e non essere vittime del gioco di prima, ma al contrario afferrare la proprio opportunità affinché le cose cambino. Nel desiderio di vita la benedizione comunque agisce. (J.P. Lebrun, A. Wénin, Le leggi per essere umano, pp. 71-72).

La sospensione del fare è presa di consapevolezza dei condizionamenti del nostro agire. Di come i pensieri e i gesti siano indotti da un discorso che ci precede. Disattivare la ripetizione di un fare indotto da tale discorso, è ritrovare la propria libertà. È riconnettersi con il reale, i dinamismi della vita, e sperimentarsi in modo autentico.

Laboratori di vuoto: verso l‘apertura e il faccia a faccia

 Rispetto ad una formazione che fa forza sul ‘pieno’, su una iper-determinazione dello spazio e del tempo, qui ci si espone all’esercizio della libertà personale. Luoghi in cui tessere sul vuoto fili liberi e responsabilizzanti, dove esporsi all’errore, all’incerto, al non già determinato. È il regno delle domande e non delle risposte. È il faccia a faccia con se stessi e gli altri. È esercizio dello spazio aperto, dell’esperimento.

Un laboratorio dove sperimentarsi attraverso esperienze non ordinarie, che ci chiedano di uscire dalla nostra bolla abile e competente, liberando gesti e parole nuove. Fare esperienza e narrare quanto visto e sentito a sé e agli altri.

Un’esperienza, per essere tale e non una semplice riproduzione del passato, è uno shock che ci mostra senza difese, nudi. È esposizione radicale, senza mediazioni o intercessioni che supera la pura dimensione individuale mettendola in crisi (W. Benjamin).

I concetti e le parole chiave di una epoca producono forme e modi di dire tipici di essa e rappresentano il modo in cui una esperienza può avere luogo in quel tempo. L’esperienza, tuttavia, smaschera l’insufficienza di ogni linguaggio. Porta con sé un’eccedenza, un eccesso che non si cancella nella sua narrazione, e consegna una promessa, che qualcosa di nuovo può avvenire.

 Laboratori di incompletezza: verso la discontinuità e lo stare di fronte

 Un percorso per acquisire una consapevolezza sana di sé, liberante. È bagnarsi i polsi nel torrente della realtà, dove non ci si salva da soli, ma ci si incammina verso orizzonti di reciprocità.

“L’incompiuto si lega, è vero, al vocabolario della vulnerabilità, ma anche (e io direi soprattutto) all’esperienza della reversibilità e della reciprocità. La vita di ciascuno di noi non basta a se stessa” (J.T. Mendonça, La mistica dell’istante. Tempo e promessa, p. 113)

Un laboratorio dove conoscere i propri personali talenti, le componenti di grazia che ci abitano, e prendere atto di quelli che ci mancano per entrare in relazioni autentiche, evitando processi di transfert: cercare negli altri ciò che siamo noi, giudicare negli altri ciò che non amiamo di noi. Accogliere ed integrare la discontinuità, la non regolarità, e sapergli stare di fronte, senza cadere in atteggiamenti mimetici o evitanti o conflittuali.

È proprio dall’abitare questa soglia di incompletezza che è possibile generare uno scambio di crescita reciproca e generare percorsi di sviluppo comunitario.

“Parlare a partire dal già conosciuto paralizza anche il divenire dell’uno e dell’altro. Il dire non parla più, ripete il detto in una situazione nuova dove il senso si perde. Spesso il discorso sta in mancanza di senso. Restando adattato ai bisogni, almeno parzialmente, non ha più rapporto con il desiderio, che sempre chiede di rimanere in relazione con il divenire e con il presente – un presente in attesa di un divenire che in genere resterà senza seguito a causa di una parola inappropriata” (L. Irigaray, La via dell’amore, 19).

Uno spazio dove dare valore al desiderio senza mortificarlo o auto-sabotarlo, dove fornirgli una struttura aperta alla reciprocità e non chiusa in una sua ripetizione infinita e degenerante (solo godimento o bramosia). Per sorgere all’esistenza occorre un desiderio. Per rinascere occorre desiderare. Nessun cambiamento può nascere da una sola costrizione o da una rinuncia.

L’infantilità può tendere al desiderio incontrollato e vorace oppure al suo opposto, alla repressione del desiderio stesso. Incapacità di regolazione, sola fissazione su di un estremo, morte del soggetto e quindi morte della reciprocità.

Laboratori d’aria: verso l’unire e l’orizzontale

“L’educazione del respiro ha un significato speciale. Dei molti ritmi vitali che abbiamo in noi, il respiro è il più ricco. […] È quel ritmo mediante il quale l’uomo sta in contatto con la vastità dello spazio, con l’oceano dell’aria, insomma con tutto sul circostante” (R. Guardini, Volontà e verità. Esercizi spirituali, p. 60).

L’aria è quel medium che tutto unisce e racchiude ma senza possedere. È Luogo che nutre e che permette l’essere. L’aria è quel luogo orizzontale in cui ci possiamo toccare nella distanza: “Creare uno spazio per l’etica del respiro/vita che aprirà nuovi spazi per il futuro scambio di gesti lievi, come la compassione, la pazienza e la cura. […] Verso una logica più radicale della soggettività; radicale nel senso del diventare più ricettivi, al respiro e alla vita dell’altro” (L. Škof, Filosofia del respiro, p. 41). La filosofa Irigaray ribadisce queste riflessioni: “La fedeltà all’essere esige che si rinunci ad appropriarsi dell’altro senza rinunciare pertanto al proprio, che si costruisca il prossimo a partire da un proprio che non sarà mai appropriazione. Da quel momento, io mi avvicino all’altro rinunciando a ridurlo a me, o al mio. Lo mantengo in un intorno d’aria, lasciandolo essere nell’autonomia del suo soffio anziché assimilarmi il suo essere attraverso parole” (L. Irigaray, L’oblio dell’aria, p. 14). Per l’autrice questo permetterà di superare un infantilismo dettato dalla paura dell’abbandono, della solitudine.

Respirare è accogliere e restituire alla vita. È stare nel flusso dentro un ritmo vitale e corrispondergli. Un ‘laboratorio d’aria’ non è pensato per apprendere o per cambiare. Non è un corso di formazione ma un’esperienza che desidera generare una intensità di vita, di contatto, di ascolto, di parola, di corporeità. Non c’è un prima e non c’è un dopo, ma il presente del respiro e del suo ritmo.  Prima e dopo coesisteranno nell’atto, nell’esperienza che si proporrà di vivere. Non sono in gioco competenze, abilità, conoscenze. È uscire dalla padronanza. È esplorazione, è perdita, è processo a zig zag. Qui conta l’estetica più che l’etica. Il gusto più che il giusto. Quindi non la correttezza del gesto ma la sua autenticità. Non il rispetto della regola ma l’ascolto della vita emergente.

Laboratori di inadeguatezza: verso l’apertura e la discontinuità

‘Beati gli inadeguati, di essi sono i processi pastorali’. È un’espressione che mi piace usare perché chiarisce la natura di un processo pastorale: un cammino di apprendimento continuo che avviene passo passo, a contatto con la realtà. Essere adeguati presupporrebbe di aver già rinchiuso il dinamismo processuale dentro griglie preesistenti, riducendolo ad una pura ripetizione del già visto e sentito. Solo quando si iniziano a fare cose nuove si dà la possibilità a nuovi pensieri di emergere, insegnava Nicolò Cusano. Solo attraverso una nuova esperienza c’è la possibilità che nuove parole, nuovi gesti fioriscano.

Un laboratorio che chiede l’apertura continua, l’impossibilità di una chiusura del cerchio, e alla luce di un reale che ci convoca, l’accettazione di punti di rottura e discontinuità rispetto a quanto appreso ed esperito.

È il passaggio da esperto a perito. In un cambio d’epoca, non è di aiuto porci di fronte agli eventi da esperti. Con l’approccio di chi sa, che ha fatto esperienza e conosce e descrive, spiega. Il presente spiegato è punto di arrivo, per chi è già arrivato e invita gli altri a raggiungerlo senza muoversi oltre. Un po’ come i sapienti alla corte di Erode.

Eppure la formazione più che abilitare l’apertura al totalmente nuovo e altro, si preoccupa di proporre in un breve tempo tante esperienze per formare esperti. Pensiamo all’ansia nei seminari di proporre quante più esperienze possibili ai candidati al sacerdozio. Sapranno di certo indicare dove Gesù potrà nascere senza mai raggiungerlo realmente.

Il perito è colui che tenta, prova, esplora, per cercare dentro le cose. Il presente è tempo di inizi. Ci consente, ci permette un altro ancora. Si cerca la differenza, il differenziale, la frattura instauratrice che un’esperienza è in grado di realizzare. È un eccesso che apre a nuovi inizi. Un po’ come i re magi che inseguono la stella per incontrare l’inizio degli inizi, colui che era presente fin dalla creazione del mondo.

Abilitare periti, più che formare esperti, è atto prima di tutto spirituale.

È proprio dello spirituale. La spiritualità, infatti, mostra un vuoto o, come direbbero i mistici, mostra cosa non è qui. Mostra un’assenza che chiama e non una conferma. Non è insegnamento religioso.

Laboratori di ritmo: verso la discontinuità e l’unire

Ritmo è canto, è danza, è poesia. Allo stesso tempo ritmo può essere meccanizzazione dei gesti, riproduzione ciclica, monotonia. È la nostra concezione del tempo, il modo in cui lo abbiamo interiorizzato e segna i nostri gesti e il nostro respiro.

“La verità è che abbiamo bisogno di riconciliarci con il tempo. Non ci basta un concetto di tempo lineare, ininterrotto, meccanico, puramente storico. Il continuum omogeneo del tempo che la teoria del progresso disegna non conosce la rottura che la novità sorprendente comporta. E questa novità è la redenzione. […] Senza il riposo l’azione resta irrisolta, incompiuta” (J.T. Mendonça La mistica dell’istante, p. 35).

L’esperienza è invito ad un gesto. Oltre il gesto ordinario e standardizzato, funzionale e servo delle aspettative proprie e altrui. Un gesto che ci pone all’interno del ritmo delle cose, ci fa partecipare al loro accadere. Rispetto ad un gesto non liberato che si muove sopra o sotto le cose per maneggiarle senza conoscerle e penetrarle. Cambia la cadenza, il modo in cui le cose cadono, accadono. Permette la trasformazione di una forma e ci permette di prenderne parte.

Il nuovo ritmo definisce una rottura dell’apparente catena causale dove si annida una promessa di felicità. Diviene una modalità inedita di significazione della realtà. Permette di trasgredire la narrazione corrente. Capovolgimento. Come toccare il lebbroso, lavare i piedi del discepolo, frenare la spada, gettare le reti dall’altro lato o più in profondità… si determina una pausa, sospensione del noto, apertura ad un vuoto rispetto alla continuità, passaggio dal concavo al convesso.

La filosofa e teologa Isabella Guanzini ricorda come sia nella tradizione cristiana che islamica distingue due prassi: l’opera della creazione e l’opera della redenzione (I. Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, p. 110ss). Nell’ambito cristiano la tradizione associa la prima al Padre e la seconda al Figlio, in Allah la prima è affidata agli angeli e la seconda ai profeti. La seconda è quindi attribuita all’uomo (o all’uomo nuovo). E in entrambi i casi la redenzione è bene che preceda contro-intuitivamenfe la creazione… come il Figlio era prima della creazione del mondo. L’agire del fare chiede di essere proceduto da un redimere per evitare di rimanere succubi e schiavi della propria opera. E per evitare ogni possibile delirio di onnipotenza.  “È come un varco o una cavità nel flusso del tempo, in cui le nostre azioni e produzioni possano un certo modo sedimentare. E in cui si ponga una distanza fra noi e il nostro operare” (Ibidem, p. 111).

Questa necessaria rottura del ritmo, del poter fare, per assumere anche il ritmo del riposo e il ritmo della festa, porta a riunire e non separare il tutto dell’umano, a non efficientarlo, renderlo solo produttivo, ma riconciliarlo a sé e al mondo, all’Essere.

Laboratori di domande: verso lapertura e il faccia a faccia

La volontà di fissare è tentazione o pia illusione: “Là dove Dio è rivoluzionario, il diavolo appare fissista” (De Certeau), lui non ha un piano B. L’esperienza vera è violazione.

Stare nel complesso chiede di esserci senza semplificare o ridurre tutto a un nome o un codice o un mansionario. È restare aperti alle scorrerie della vita e di volta in volta coglierne dei segni per ri-orientarsi. È prestare attenzione alle domande più che alle risposte, che rappresentano pezzi di strada già percorsi.

Viviamo un tempo in cui siamo invitati a stare nella domanda, oltre la fretta di chiudere. Oltre la tentazione rassicurante di fissare. Allo stesso tempo, assistiamo ad un cambiamento antropologico che ci chiede di rileggere il tema della fragilità, intesa oggi come una ridotta tolleranza alla frustrazione, all’abitare le tensioni, allo stare nell’incerto. Fatica nel gestire la frustrazione del non determinato ancora. Queste due dimensioni, restare nella domanda senza chiuderla in una risposta, e bassa tolleranza alla frustrazione, generano una forte tensione e delle contraddizioni di cui siamo spettatori anche nell’agire ecclesiale.

La poca tolleranza alla frustrazione, per questioni intuibili e che non vado ora ad esplorare, penso sia un elemento caratterizzante l’attuale condizione di fragilità di un giovane. Se prendiamo atto di questo allora il nostro modo di rapportarci a loro, di predisporre setting di accompagnamento, cambia, in quanto abilitarsi a questa tolleranza non avviene in chiave terapeutica o paternalistica e nemmeno solo cognitiva o esortativa, ma nel predisporre esperienze di frustrazione e nell’aiutarli ad elaborarle senza sostituirci ad essi. Porre domande che non prevedono nell’accompagnatore una risposta, ma incamminarsi insieme lungo le vie che esse permettono di tracciare.

In un cambio d’epoca ci possiamo attrezzare di domande che ci aiutino a passare dal problem solving al problem setting, dal problema (caos) alla possibilità (kairos). Questo non vuol dire non riconoscere che ci sono delle criticità, ma è diverso affrontare quelle attraverso domande problematizzanti (Perché la gente non viene più a messa? Perché non troviamo più catechisti? Perché non riusciamo a vivere in modo fraterno in comunità?)  rispetto all’uso di domande che esprimano una esigenza di sviluppo, che ci aiutino a visualizzare strade, possibilità. “Formulare queste criticità sotto forma di domande di sviluppo è il primo passo per condividere e co-creare come comunità o team il futuro processo di cambiamento” (E. Rizziato, Verso un umanesimo della vita organizzativa).