Come restare fedeli alla propria vocazione quando la vita cambia?
È la domanda che attraversa queste pagine. Pensare la vocazione come un ‘processo con Dio’ significa interrogare il rapporto tra la continuità di una scelta e le trasformazioni attraverso cui quella scelta prende forma.
Siamo stati abituati a descrivere la vocazione, soprattutto la ‘chiamata’ religiosa, come una risposta positiva: essa esprime il ‘sì’ a Dio, qualcosa di definitivo e definito una volta per tutte. Non si deve fare altro che riconoscere la volontà di Dio e aderirvi.
«Dio vi ha pensato insieme da sempre» si sentono dire le coppie al corso di preparazione matrimoniale con espressione decisamente retorica. «Dio da sempre ti ha voluto prete/suora» è quanto si ricorda a chi si consacra. Senza dimenticare l’immancabile affermazione: «La mia libertà è il disegno di Dio su di me» proposta da tanti predicatori e catechisti in splendida buona fede.
La vocazione è qui presentata come il ‘progetto di Dio’ su ognuno di noi: un progetto da riconoscere, al quale aderire e restare fedeli. Alla persona spetta, seppur liberamente, soprattutto accoglierlo e aderirvi al meglio delle proprie possibilità, cercando di comprenderne e attuarne la volontà.
In questa rappresentazione della vocazione, il problema nasce quando la permanenza della scelta viene identificata con l’immodificabilità del cammino. Il desiderio di fedeltà al compimento della propria vita finisce allora per escludere ogni cambiamento. La radicalità e l’irreversibilità della scelta vengono interpretate come assenza di spazio per ripensamenti o esitazioni, facendo pesare su chi li attraversa un senso di colpa presentato come inevitabile. Anche il richiamo evangelico a non volgersi indietro (Lc. 9,62) viene così impiegato per rafforzare questa interpretazione. Chi attraversa un ripensamento può allora viverlo come un trauma esistenziale e spirituale, o come un radicale fallimento.
Vocazione: un processo co-creativo
E tuttavia ci domandiamo se questa visione ‘progettuale’ della vocazione colga interamente il dinamismo della vita: i cambiamenti attraverso cui ne comprendiamo il senso, cioè il significato e la direzione. Forse a Dio non interessa tracciare ogni passo, ogni grande scelta della nostra vita come un destino, un fatto da compiere, o una provvidenza da indovinare.
Forse anche Dio tiene conto che tutti imparano a stare al mondo soltanto per tentativi, un po’ per volta (forse anche lui, quando si tratta degli uomini). Forse Dio preferisce accompagnarci a imparare, piace impegnarsi nell’avventura di farci diventare vivi per davvero. Come ci ricorda il filosofo francese F. Jullien, più che una vita ‘giusta’, ‘ricca’, ‘piena’ ciò che fa la differenza è la ‘vita viva’ (cfr. Risorse del cristianesimo ma senza passare per la via della fede). La vocazione potrebbe essere letta e vissuta non soltanto come un seme impiantato nel cuore dell’uomo, ma anche come il frutto dell’interazione tra molteplici aspetti della crescita. Alla metafora del seme si affianca così quella del processo: non soltanto un progetto predefinito cui aderire, ma una co-creazione umana e divina.
È questa l’ipotesi che vorremmo esplorare: pensare la vocazione come un ‘processo con Dio’, dinamico, aperto e condiviso, che evolve e si scopre nel tempo (per approfondire il tema ‘processo’ vedi l’articolo Cos’è un processo pastorale, Blog Centro Studi Missione Emmaus).
Il processo vocazionale come narrazione vitale
Plutarco, nella sua opera ‘Vite parallele’, racconta di come gli Ateniesi conservavano la nave sulla quale Teseo era tornato salvo con i giovani, sostituendo progressivamente il legname deteriorato con inserti nuovi. La nave nel tempo divenne così occasione per discutere la permanenza dell’identità attraverso il cambiamento: alcuni filosofi la consideravano ancora la stessa, altri no.
Il problema della nave di Teseo attraversa anche la vocazione: che cosa rimane quando cambiano gli elementi di una vita? Non basta descrivere ciò che viene sostituito; occorre comprendere che cosa tiene insieme i cambiamenti e consente di riconoscervi una storia. Il passaggio dalla permanenza dei singoli elementi alla continuità del racconto apre la prospettiva narrativa; nella lettura di fede qui proposta, quella storia viene interpretata come una ‘storia di salvezza’.
Il filosofo Daniel Dennett propone di comprendere il sé come un ‘centro di gravità narrativo’, ovvero il punto verso cui convergono le storie che raccontiamo su noi stessi e quelle che gli altri raccontano su di noi, intrecciando ricordi e aspettative, sensazioni e interpretazioni.
Anche per Ricoeur, il racconto mette in relazione la permanenza e le trasformazioni di una persona, senza cancellarne le tensioni. Non è soltanto una descrizione successiva dei fatti: seleziona gli eventi e li configura in una trama attraverso cui la vita può essere interpretata.
Considerare la vocazione in termini di ‘centro di gravità narrativo’ non consente solo di operare una sintesi creativa tra identità e cambiamento ma permette di coltivare una dimensione intermedia tra le due dimensioni principali che compongono il processo vocazionale: il presente, la realtà concreta e il futuro, l’immaginazione del possibile, da distinguere dall’immaginario: l’immaginario è ciò che non esiste, ciò che sta solo nella testa; l’immaginare è un ordine di realtà con la stessa consistenza del mondo che tocchiamo, solo che per percepirlo serve una diversa capacità di visione, quella del sogno profetico, delle intuizioni che non sappiamo spiegare razionalmente.
Il riferimento al ‘centro di gravità narrativo’ mette in luce la connessione tra i racconti di una vita, dando luce e respiro al tema della ‘promessa salvifica’ che ogni vocazione esprime. La narrazione vocazionale permette infatti di collegare momenti che, considerati isolatamente, appaiono sconnessi, cercando una direzione e un senso nella successione degli accadimenti.
La prospettiva narrativa permette dunque di interrogare la continuità dell’identità e la fedeltà vocazionale attraverso il cambiamento: riconoscere una continuità nel proprio racconto significa anche interrogare la promessa di fedeltà e la responsabilità della persona nel suo percorso di discernimento delle scelte operate nel tempo.
Le fasi del processo vocazionale
Se la narrazione permette di riconoscere una continuità attraverso i cambiamenti, possiamo ora domandarci come cambi, lungo il cammino, il modo di vivere la relazione vocazionale. La dinamica può essere riletta non soltanto come ‘progetto di Dio su di noi’, che ci spetta riconoscere e accogliere, ma come ‘processo con Dio’, al quale partecipiamo e contribuiamo nella libertà.
Nel considerare la prospettiva della vocazione come processo, diventa interessante poter provare ad immaginare quali principali fasi attraversino e compongano il processo vocazionale. Possiamo in estrema sintesi individuarne tre. Le denominazioni ‘infantile’, ‘adolescenziale’ e ‘adulta’ sono usate qui in senso analogico: descrivono modi di vivere il rapporto vocazionale, non l’età anagrafica delle persone. La scansione propone una chiave di lettura del cammino, non uno schema nel quale ogni esperienza debba necessariamente rientrare:
- La fase vocazionale ‘infantile’ è la stagione di esordio, segnata dall’eteronomia: il riferimento che orienta la scelta è anzitutto esterno alla persona. Il rapporto con Dio è vissuto come totale dipendenza, per certi versi come ‘fusione spirituale’, nella fiducia e nell’obbedienza al suo volere. Il ‘chiamato’ si percepisce soprattutto come colui che risponde: si affida e spera nella bontà e nell’aiuto divino. Il compito di questa fase è assimilare gli obblighi morali, i doveri spirituali e i vincoli comportamentali della scelta vocazionale, anzitutto quelli del contesto di riferimento: famiglia, parrocchia, ordine religioso.
- La fase vocazionale ‘adolescenziale’ è la stagione ‘agonistica’ ed insieme momento di crisi, letteralmente intesa (distinguere, giudicare): un passaggio vocazionalmente fondamentale, per niente scontato. Il processo appare centrato sull’affermazione di sé e sulla ‘personalizzazione vocazionale’. Il distacco dalle certezze precedenti si esprime nella determinazione a lottare contro le costrizioni, a ribellarsi e, se necessario, a contestare o rifiutare quanto ricevuto. Questo passaggio iniziatico è scandito da prove e ‘tentazioni’; comprende la ‘solitudine’ spirituale che la fedeltà alla vocazione esige e l’esperienza del ‘silenzio di Dio’, vissuta come intollerabile. È la notte della ‘delusione’, intesa come momento di profondo realismo. Il ‘chiamato’ passa dal ‘rispondere a Dio’ al ‘chiedere conto a Dio’ e a coloro che lo rappresentano della bontà e sostenibilità della’ promessa’.
- La fase vocazionale ‘adulta’ è la stagione dell’‘alleanza’: il dialogo con Dio si accompagna a una confidenza e a una maturità spirituale ritrovate, frutto di pazienza e saggezza. Il compito principale è andare oltre la ‘schiavitù della legge’ per cogliere il dinamismo dello Spirito che irrora il senso e le prassi vocazionali. Il ‘chiamato’ può ora ‘ascoltare’ e ‘parlare’ con Dio e condividere con lui la possibilità di ‘tornare come bambini’: non un ritorno alla dipendenza iniziale, ma un’apertura vissuta da adulto, capace di fecondità e generatività spirituale. Da questa posizione guarda al mondo e alle esperienze, scoprendo altre possibilità di realizzazione e pienezza della propria vocazione.
In una prospettiva processuale, questa presenza di fasi può essere letta come una storia di salvezza, personale e comunitaria. La narrazione salvifica aiuta a prendere coscienza del cammino, a interpretarlo e a discernere, al suo interno, promessa, impegno e scelte. La lettura di fede non coincide tuttavia con la sola organizzazione narrativa degli eventi, ma ne propone un’interpretazione. Per rispondere alla domanda «Che cosa devo fare?» occorre anche interrogarsi: «Di quale storia di salvezza mi trovo a far parte?». La comprensione della storia orienta le scelte, mentre le scelte contribuiscono a darle forma.
Chi può raccontare la propria vocazione?
Il processo vocazionale, in quanto strettamente legato alla costruzione narrativa dell’identità, si esprime nello spazio tra chi narra e chi ascolta. È uno spazio intersoggettivo, quindi esposto e vulnerabile: non posso controllare interamente come l’altro mi racconta. Questa apertura rende possibile una comprensione condivisa della storia, senza cancellare la responsabilità di chi vive e racconta la propria vocazione.
Questo spazio richiede una capacità di attenzione nel senso richiamato da Simone Weil: una sospensione del proprio giudizio, un ascolto che non sia già la preparazione di una risposta. La ‘presentazione laterale’, cioè il passaggio dal raccontarsi all’ascoltare come si viene raccontati, richiama qui l’apertura allo sguardo dell’altro. Nella medesima prospettiva, la grazia può essere pensata come un incontro aperto alla sorpresa, capace di preludere a un cambiamento della propria condizione o di innescarlo.
Un uomo viveva in una casupola tonda con una finestra tonda e un giardinetto a triangolo. Non lontano dalla casupola c’era uno stagno pieno di pesci. Una notte l’uomo fu svegliato da un rumore tremendo e uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto.
Nel buio si diresse verso lo stagno, inciampò in una grossa pietra, poi cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore proveniva dall’argine dello stagno: si precipitò e vide che c’era un grande buco da cui usciva tutta l’acqua insieme con i pesci. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestrella tonda, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna (Karen Blixen in ‘La mia Africa’)
Chi raccontava questa storia ne tracciava anche il disegno: la casupola tonda, il giardino a triangolo, gli spostamenti dell’uomo, le cadute e i momenti in cui riusciva a rialzarsi. Sulla carta appariva così la cicogna che l’uomo, nel racconto, riconosce soltanto il mattino dopo nelle orme dei propri passi. La figura lega i singoli eventi in un insieme che non era visibile mentre il cammino si svolgeva.
La cicogna non era visibile a ogni passo, eppure prendeva forma attraverso quei passi. L’immagine illumina il processo vocazionale se la leggiamo come una figura riconosciuta attraverso il cammino, non come la prova di un percorso già interamente fissato. Mentre viviamo, non possediamo sempre il disegno della nostra storia; possiamo però assumerne la responsabilità e lasciarci aiutare a riconoscerne le connessioni. Lo sguardo dell’altro non ci sostituisce: apre il nostro racconto a una comprensione condivisa.
“Cosa vuoi che io faccia per te?”
Considerare la vocazione come ‘processo con Dio’ significa allora tenere insieme promessa e cambiamento, libertà e ascolto. La fedeltà non si misura soltanto nella permanenza di una scelta, ma anche nella responsabilità con cui la si vive attraverso il cambiamento. Non si tratta di conoscere in anticipo tutta la figura, ma di rispondere del prossimo passo: è così che una vita prende forma come storia di salvezza, e diventa ‘vita viva’.
