La giusta distanza.
È il titolo di un film del 2007 di Carlo Mazzacurati ambientato nel Polesine. Un giornalista praticante infrange il confine della giusta distanza dagli avvenimenti che la professione gli imporrebbe, indaga su un omicidio andando oltre l’apparenza della superficie fatta da stereotipi e pregiudizi
La giusta distanza potrebbe essere il titolo dei film che ci facciamo noi chiamati a facilitare processi, accompagnare gruppi, coordinare attività, immaginare sperimentazioni perfino influenzare discernimenti altrui.
La giusta distanza con il punto interrogativo.
Quale giusta distanza?
Quanto basta potrebbe essere una risposta che arriva dalla scena gastronomica.
Che poi è un attimo pensare che educatori, adolescenti e comunità siano ingredienti da mettere insieme, mixare e passare alla cottura secondo nostra discrezione. Potrebbe saltare fuori un capolavoro culinario. Più sovente risulta un mappazzone.
Quale giusta distanza?
C’era una volta.
C’era una volta un lupo che arriva in un paese portando nel proprio fagotto un sasso. Bussa, trattasi di lupo educato, alla porta della casa dove abita la gallina. Chiede di entrare. La gallina bloccata dalla paura non è in grado di opporsi.
La più grande sorpresa è che il lupo non ha intenzione di cucinare la gallina ma le propone una zuppa di sasso.
È un attimo che in casa arrivano gli altri animali. Riducono la distanza e accorrono spaventati a casa della gallina.
Sanno che i lupi mangiano gli altri animali. Il lupo però li rassicura e propone una cosa insolita: preparare una zuppa con un sasso, che non ha bisogno di altro che di una pentola e dell’acqua.
Incuriositi e un po’ diffidenti, gli animali lo lasciano fare. Mentre la pentola bolle, il lupo osserva che con una carota sarebbe ancora più buona, poi con una patata, poi con qualcos’altro. Uno dopo l’altro, gli animali portano gli ingredienti, e la paura lascia il posto alla curiosità e alla voglia di stare insieme. Alla fine mangiano tutti attorno alla stessa tavola, lupo compreso.
Il lupo accoglie qualsiasi ingrediente che i singoli animali propongono. Nessuna stroncatura. Nessuna esibizione di scadenza. Accoglienza incondizionata dei gusti altrui.
Del resto lui ha iniziato la zuppa mettendo un sasso nel pentolone.
La storia è una profonda allegoria sulla condivisione, sull’ospitalità e sul superamento dei pregiudizi. Il sasso di per sé non dà sapore alla zuppa; è solo il pretesto che spinge la comunità a unire le forze e mettere in comune le proprie risorse, trasformando la diffidenza iniziale in un momento di calore e amicizia.
Il lupo alla fine se ne va.
Tutti gli animali vorrebbero trattenerlo.
Ma lui si incammina per le vie del paese, nel cuore di una sera invernale, con nel fagotto il suo sasso.
Certo perché anche nelle favole i sassi non si cuociono.
La zuppa di sasso. È un albo illustrato. Edito da Babalibri che si rifà a una favola della tradizione.
Può dare qualche spunto a noi chiamati a facilitare processi, accompagnare gruppi, coordinare attività, immaginare sperimentazioni perfino influenzare discernimenti altrui su quale sia la giusta distanza da mantenere.
Ci suggerisce che nostro compito è semplicemente creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimersi e valorizzare i propri talenti utilizzando gli ingredienti disponibili nella propria dispensa.
Creare le condizioni e presidiarle abitando una giusta distanza che non è mai data, che deve essere individuata in un dinamismo relazionale ma che è prerogativa per creare condizioni di ascolto.
Il sasso è apparentemente inutile alla riuscita della zuppa. Fondamentale per la riuscita del processo.
Il lupo se ne va. Non occupa spazi non propri.
Continua il suo percorso. Non torna indietro dalla stessa strada. Non si richiude nella propria tana.
Continua il viaggio per un’altra strada. Va avanti. Percorre altri itinerari.
Accompagnare processi è un’esperienza di cambiamento in primis per chi è chiamato a facilitare.
Nulla rimane come prima. Ad eccezione del sasso.
La zuppa di sasso è stata uno degli strumenti di crescita e facilitazione utilizzati in “Oratorio 3P – Persone, progettualità, processi” realizzato con il Servizio per la pastorale giovanile della diocesi di Novara.
Il centro studi Emmaus ha formato e supervisionato nel biennio pastorale 2024-2026 l’équipe di facilitatrici e facilitatori che hanno accompagnato sei équipe territoriali di educatori in altrettante sperimentazioni sul territorio per immaginarsi e sognare oratori possibili.
Ma questa è un’altra storia.
