Skip to main content Scroll Top

Lasciare andare per rinascere

WhatsApp Image 2026-09-29 at 09.22.08
Tempo di lettura: 6 minuti

LA CRISI ECCLESIALE COME UN DATO DA INTERPRETARE E NON UN PROBLEMA DA RISOLVERE

Sono un prete. Vivo da circa otto anni in prima persona il cambiamento d’epoca indicato da Papa Francesco nel 2015. Questo passaggio non chiede alla Chiesa di difendere più tenacemente le forme ricevute, ma di discernere ciò che lo Spirito sta facendo nascere nella realtà: la crisi non è soltanto un problema da risolvere, è un dato da interpretare. Stare in prima linea (così interpreto la mia condizione ecclesiale) non è una condizione così terribile e pericolosa; certo, vivo qualche scossone, come quando sull’aereo c’è qualche leggera turbolenza. Per la maggior parte del tempo, il volo è tranquillo: se uno nelle mie condizioni vuole, può tranquillamente continuare a fare il prete come si faceva una volta: la messa, qualche confessione, qualche incontro… insomma una vita tranquilla, anche se in qualche occasione più caotica del solito.

Un’inquietudine che interroga

Può capitare però che una turbolenza più violenta scuota la normale tranquillità.  Per me prete queste turbolenze più potenti sono state le notizie degli scandali legati prima agli abusi e poi gli aggiornamenti rispetto all’abbandono del ministero da parte di alcuni confratelli che stimo e che ho imparato a guardare anche come padri e maestri.  In questo clima inquieto mi è capitato di riflettere su qualche intervento proveniente dai “superiori”, come ci hanno abituato a chiamare fin dal seminario coloro che “stanno più in alto”.  Devo ammetterlo apertamente: non sono mai riuscito a ricevere questi suggerimenti come antidoto alla pressione.  Non credo che i superiori siano degli sprovveduti. Credo che siano semplicemente lontani, non per loro espresso desiderio (anzi, credo che i più soffrano la situazione, sentendosi confinati a compiti di rappresentanza e di controllo, più che di accompagnamento e di supervisione), ma per conformazione di un “crescere in autorità” che drammaticamente mi sembra separi chi guida da chi viene guidato.

Pensare, per non cadere nella tentazione

In seminario uno dei nostri professori, interrogato intorno ad un augurio che avrebbe voluto rivolgerci, disse questa frase affascinante: “Non voglio dirvi cosa pensare, ma voglio dirvi di pensare!”  Pensare. Cosa potrebbe dire per me? Cosa potrebbe voler dire per la nostra situazione di Chiesa?  Provando a tracciare i confini di una risposta interpreto l’invito, in questa prospettiva: non credo significhi moltiplicare opinioni, ma leggere in profondità ciò che accade, mettere in relazione le esperienze e riconoscere le vie che contengono una promessa.  È strettamente legato al discernimento: lo Spirito continua ad attrarre la Chiesa verso la Bellezza che salva il mondo, verso il nostro pieno compimento in Gesù. Chi pensa non si limita ad immaginare.  Si lascia interpellare, lascia che i tasselli delle varie esperienze si mischino.  Chi pensa interroga e ascolta (cf. Luca 2,46) e tutti si stupiscono delle sue risposte, di quello che diventa possibile di fronte a chi si fida non della perfezione delle proprie intenzioni, ma della profondità che possiedono le intuizioni che è lo Spirito stesso a suggerire.  Chi pensa procede, per la maggior parte per tentativi ed errori, dentro un contesto che degli errori non ha paura perché serenamente è disposto ad imparare da quegli stessi errori, non perché li valuta, ma perché li rilegge dentro una dinamica di continuo apprendimento.  Nessuno di noi sa come si fa a vivere il tempo presente, ma siamo le novantanove pecore lasciate insieme sul monte! Il pastore va a cercare la perduta, mentre noi possiamo investire la nostra fiducia in chi continua a portare avanti la sua opera di salvezza confidando anche in noi, che siamo il suo popolo, mettendo la nostra fiducia anche in chi con noi, sfida le insidie della notte stando vicino e condividendo la nostra sorte.  Chi pensa parte da un punto fisso, e smette di mettere i puntini sulle “i”.  Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, chiedeva alla Chiesa di tornare al kerigma e di custodirlo. A lungo ho pensato che fosse soltanto un richiamo rivolto all’annuncio catechetico. Oggi mi domando, insieme con voi, se il kerigma non sia piuttosto il criterio essenziale con cui attraversare il futuro: non l’unico contenuto della nostra storia, ma il bagaglio irrinunciabile con cui avventurarci nella prateria immensa e nell’abisso affascinante di un mondo ancora da scoprire.

Cartografi pastorali cercasi

Non si tratta di buttare al macero tutta la storia del pensiero cristiano e teologico.  Abbiamo bisogno di nuove mappe, tenendo ben presente che le mappe sono state disegnate in base alle conoscenze possedute. E se ad un certo punto le osservazioni rimodulano le conoscenze, occorre tenerne conto. Ricordando che la realtà è superiore all’idea.  E così, chi parte da un punto fisso tiene questo come la condizione senza la quale non si può procedere. Chi mette i puntini sulle “i” si limita a giudicare cosa fanno gli altri, e se gli altri fanno bene, in base a ragionamenti e pensieri che possono ingannare, anche se provengono dalla nostra storia, perché più adatti al tempo nel quale sono stati formulati, piuttosto che all’oggi (che è il tempo nel quale la salvezza sta entrando nella nostra casa).  E qui credo si apra davanti agli occhi il passaggio più delicato, che è una possibilità.  Siamo abituati a giudicare l’esperienza spirituale degli altri.  Quello che pensano, quello che dicono…insomma, la loro teologia.  Per secoli, nella storia della Chiesa a creare contrasti è stata proprio la teologia, e anche in questo momento di passaggio non ci stiamo lasciando sfuggire l’occasione.  Occorre creare le condizioni perché punti di vista diversi possano essere ascoltati, messi alla prova e corretti dall’esperienza: è lo stile che il percorso con il Centro Studi Missione Emmaus mi ha insegnato a chiamare “antifragile”.

Un punto d’arrivo promettente

Viviamo in un momento particolare della storia della Chiesa.  Il pensiero corre di nuovo ai confratelli che innescano in me la turbolenza. Penso a coloro che smettono di fare il prete perché fare il prete non regala loro più la gioia. Quelli che sono fregati dalla forma e non dalla sostanza!  Corro con il pensiero a quelle volte che mi viene da selezionare chi fa bene e chi fa male, senza accorgermi che ogni esperienza ha qualcosa di buono che va salvaguardato…il grano che vive in mezzo alla zizzania (Mt 13,26).  Al posto di accusarci reciprocamente che non stiamo vivendo il vero cristianesimo, potremmo partire dal presupposto che lo stiamo facendo tutti in modo diverso, e che questo diverso non è un problema da eliminare, ma una ricchezza da riscoprire!  Insomma, permettere a chi vuole rimanere attaccato alla tradizione di rimanere, e a chi vuole partire di partire, perché tutti possano crescere per gli apporti reciproci.  In questo caso, credo, l’accordo su ogni cosa non può essere il punto di partenza, ma può diventare un ottimo promettente punto di arrivo.

Il sospetto nei confronti del “liberi tutti”

Per combattere contro questo pericolo, si invoca una autorità che controlli e che sanzioni.  Il controllo da parte dell’autorità in fondo obbliga l’autorità stessa in una scomoda posizione e l’intero corpo presbiterale si adatta a non far cambiare nulla e a rimanere immobile.  In effetti è abbastanza prevedibile che se si sa di essere sottoposti a controllo, si evita di comunicare, per paura di venire etichettati come strani o come modernisti.  Lo spazio per la parresia (franchezza) diminuisce, e le relazioni si sterilizzano, fermandosi al piano di una delicata e formale compiacenza reciproca.  Non è il momento di sentirsi a disagio perché il giocattolino che ti hanno messo nelle mani si sta sgretolando e tu stai provando la drammatica sensazione di non sapere dove mettere le mani per fare in modo che lo sgretolamento rallenti.  Il giocattolino si sta rompendo? Forse perché è lo Spirito santo che vuole insegnarci un altro modo di essere Chiesa. Si, un modo molto diverso da quello che abbiamo imparato e che stiamo tentando con tutti i nostri sforzi di tenere in piedi.

Fantascienza o profezia?

Mi sembra che oggi lasciare andare le vecchie mappe e i modelli ecclesiastici interiorizzati sia la scelta più saggia rispetto a quello di continuare una ristrutturazione che a lungo andare non serve, perché produce frustrazione e la sensazione di essere impiegati in un’opera senza senso e senza futuro.

E allora immagino preti, vescovi e Papa in ascolto delle esperienze vissute da quelli della prima linea. Immagino preti in viaggio – sulla via – che tornano a confrontarsi perché hanno osato adattare l’annuncio alle condizioni nelle quali si trovano. Li immagino tornare, con sulla bocca e nel cuore la gioia di vedere piccoli frammenti di resurrezione che impreziosiscono un conte-sto che, ad un primo sguardo sembra solo abitato dalla noia e dalla stanchezza e dalla disillusione.  E immagino i pastori, che incoraggiano e sostengono, in atteggiamento utile di accompagna-mento e di discernimento continuo.  E insieme ai vescovi e ai padri immagino possano esserci anche gruppi di laici che si muovano esercitando il munus profetico ricevuto nel Battesimo… un dono che edifichi il futuro, ponendo in essere azioni di rinnovata bellezza in un mondo che ne ha drammaticamente bisogno.

Fantascienza? Forse. Profezia? Speriamo. Ma una cosa appare certa: il futuro – anche della Chiesa – comincia quando smettiamo di difendere per paura ciò che si sta sgretolando e impariamo ad ascoltare ciò che nasce. Lasciare andare non significa perdere la verità: significa liberarla dalle forme che non riescono più a comunicarla.  Non siamo destinati a custodire ceneri, ma a riconoscere i raggi dell’aurora di cieli e terre nuove.