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MANCANO I CATECHISTI / MANCA LA CATECHESI: DUE FACCE MA NON DELLA STESSA MEDAGLIA

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Tempo di lettura: 7 minuti

ARCHEOLOGIA DEL PENSIERO ECCLESIALE

Ogni tanto capita di imbattersi in un articolo di giornale o in un bollettino parrocchiale dove si denuncia il rischio di estinzione di una specie vivente che ha il suo habitat nelle parrocchie italiane e che corrisponde al nome di ‘catechista’.  Non mancano campagne di protezione della specie e appelli affinché si possano avviare pratiche di riproduzione, nella speranza di poter rivedere ‘catechisti’ attraversare gli ameni corridoi e le fredde stanze parrocchiali.

Leggiamo qualche testimonianza dai siti diocesani o dai bollettini parrocchiali:

“Questi ultimi tempi c’è una preoccupazione che sta crescendo sempre più in molti parroci e catechisti che si traduce in un domanda frequente: mancano catechisti, come facciamo?”.

“Non abbiamo catechisti disponibili, né coppie guida. Per cui se nessuno si presenterà per questo servizio ogni famiglia dovrà arrangiarsi… Se nel vostro cuore sentite la chiamata ad accompagnare i nostri bimbi e i nostri ragazzi nella crescita umana e cristiana, non chiudete il cuore: parlatene con il parroco e generosamente mettete a disposizione i vostri talenti”.

“La Parrocchia ricerca con vivo interesse persone disponibili ad intraprendere il servizio della Catechesi, anche in affiancamento ad una catechista già esperta”.

“Cercasi volontari… La parrocchia è alla ricerca di persone che accolgano l’invito a partecipare alla vita della nostra comunità attraverso la catechesi. Essere catechisti è impegnativo, ma in cambio si vive una bellissima esperienza in cui si riceve tanto: i catechisti possono arricchire sé stessi e la comunità”.

“Per quest’anno pastorale siamo riusciti a coprire le diverse fasce di età, ma è stato piuttosto faticoso: abbiamo ipotizzato la possibilità di coinvolgere qualche ragazza presente in oratorio, che inizialmente possa essere di affiancamento e poi assumere questo servizio in maniera più piena. Questo è già avvenuto nel recente passato, ma poi sono emersi impegni scolastici o lavorativi e non abbiamo più potuto fare conto su di loro. Auspichiamo che i catechisti si confrontino sulla modalità di operare nel processo di iniziazione cristiana, curando anche la loro formazione e partecipando alle proposte della diocesi”.

 

LEGGIAMO TRA LE RIGHE

Ciò che emerge da questi materiali culturali è l’esigenza di mantenere una struttura in funzione. Il problema di far in modo che la macchina organizzativa possa funzionare in modo efficiente. La narrazione legittima è quella di garantire l’annuncio a tutti, in particolare ai più piccoli e accompagnarli ai sacramenti. Legittima, solo che dà per scontato un modello culturale ed ecclesiale che chiede di essere profondamente risignificato.

Soffermiamoci sui lemmi usati, le formule che veicolo un modello di controllo e di potere della gestione del meccanismo iniziatico più che della sua esperienza.

“Una preoccupazione sta crescendo in molti parroci e catechisti”: la catechesi è il sentire e la tensione di una comunità e non di parroci e catechisti; relegarla a delle figure istituzionali o degli incaricati è confermare una struttura non conforme alla natura dell’annuncio iniziatico.

“Ogni famiglia dovrà arrangiarsi”: leggasi minaccia.

“Non chiudete il cuore”: moralismo, esortazione plagiante.

“Generosamente mettete a disposizione i vostri talenti”: paternalismo; riferimento a dei talenti che la comunità probabilmente non ha mai fatto nulla per aiutarmi a scoprire.

“Cercasi volontari”: nella parrocchia ci sono battezzati non volontari, ci sono discepoli missionari e non volontari. Questa espressione veicola un modello organizzativo basato su delle figure specializzate e professionali (parroco e collaboratori stretti) e della manovalanza utile al suo mantenimento. Alla faccia della corresponsabilità…

‘La Parrocchia ricerca con vivo interesse”: la parrocchia chi? Chi è che cerca? Una struttura, una istituzione o delle persone reali, vive? È interessata a me come persona, alla mia crescita umano spirituale in un’azione battesimale o al mantenimento?

‘Anche in affiancamento ad una catechista già esperta’: va bene tutto, basta che vieni!

“Partecipare alla vita della nostra comunità attraverso la catechesi”: la partecipazione non corrisponde alla appartenenza; questo è un tema delicato ma si scambiano i servizi con l’essere parte di una comunità che chiede ben altre attenzioni; rivela un modello culturale ecclesiale in cui la parrocchia è vista come agenzia di servizi da mantenere e dove serve personale disponibile per svolgerli.

“Essere catechisti è impegnativo, ma in cambio si vive una bellissima esperienza in cui si riceve tanto”: idealizzazione paternalistica, plagiante, volta a convincere qualcuno a fare ciò che si chiede.

“Per quest’anno pastorale siamo riusciti a coprire le diverse fasce di età, ma è stato piuttosto faticoso: abbiamo ipotizzato la possibilità di coinvolgere qualche ragazza presente in oratorio, che inizialmente possa essere di affiancamento e poi assumere questo servizio in maniera più piena”: processo di reclutamento funzionale alla struttura. Non mi interesso della persona ma della macchina parrocchiale e del suo funzionamento. Le persone sono tutte uguali e sostituibili. In mancanza di altro cerco nel serbatoio/vivaio giovanile al di là di un accompagnamento personale sulla loro specifica vita e crescita spirituale.

“Auspichiamo che i catechisti si confrontino sulla modalità di operare nel processo di iniziazione cristiana, curando anche la loro formazione e partecipando alle proposte della diocesi”: non bastavano dei volontari semplicemente disponibili per gli incontri dei bambini???

 

IL PROBLEMA E’ FUORI?

Nei siti internet diocesani possiamo trovare le seguenti analisi: “Si può pensare, e a ragione, che oggi la vita è molto più complessa di un tempo, e molte donne – che nel settore della catechesi sono sempre state la categoria trainante – ora sono più impegnate nell’ambito lavorativo. Ma andando più in profondità ci si accorge anche che molti adulti hanno una fede fragile, più emotiva e verbale, incapace di investire tutti i momenti della vita e non costruita su ragioni profonde. Il più delle volte è una fede vissuta in modo soggettivo, dove ognuno si costruisce un suo modo di credere, secondo criteri propri che non aiutano l’assunzione di impegni stabili”. Il problema è fuori. Non la pensava proprio così Papa Francesco quando ha chiesto di avviare un cammino sinodale sulla sinodalità, sulla Chiesa e la sua autocomprensione e non sui destinatari del suo annuncio. Se abbiamo ancora una fede culturale ed esteriore, se abbiamo parrocchie dove il senso di comunità non è vissuto pienamente, pensiamo che questo si possa risolvere usando i modelli di evangelizzazione dell’epoca che ha prodotto questi risultati? Perché ciò che oggi chiamiamo iniziazione cristiana non è altro che il residuo del modello della ‘dottrina cristiana’ che di iniziatico a bene poco nelle forme, nei tempi, nello stile e nei soggetti.

 

QUINDI I GENITORI?

Sempre dai siti: “Può essere che tra i genitori, prendendo coscienza della reale situazione di bisogno, qualcuno si offra come nuovo catechista. L’altra invece è quella di propone a tutti i genitori, se veramente hanno a cuore la fede dei figli, di farsi carico personalmente dell’educazione alla vita cristiana. I genitori diventano così i primi veri catechisti dei figli. Guidati e sostenuti da un catechista, potranno offrire ai figli una spiegazione semplice del Vangelo, li introdurranno al linguaggio simbolico-rituale e li porteranno a vivere esperienze di carità” (corsivi miei). L’espressione ‘se veramente hanno a cuore i la fede dei loro figli’ è paternalistica e giudicante. Non sappiamo niente di questi genitori, di queste famiglie ma possiamo partire da degli assunti o principi universali: l’idea è superiore alla realtà. Come quando sosteniamo che sono loro ‘ i primi catechisti dei loro figli’, nello stesso momento in cui pensiamo che questi genitori non hanno a cuore la loro fede, sono distanti dalla comunità, non pregano, non vengono a messa. Non è sbagliato, basta citare alcuni documenti per dargli legittimità: “I genitori devono essere per i loro figli i primi maestri di fede” (LG, 11),” La catechesi familiare trova la sua originalità e la sua efficacia nel carattere occasionale e nella immediatezza dei suoi insegnamenti” (RDC, 152), “Si dovrà perciò chiedere ai genitori di partecipare a un appropriato cammino di formazione, parallelo a quello dei figli” (CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Orientamenti pastorali per gli anni 2000-2010, 7), “Un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica” (IG, 28). Tutto giusto ma ancora l’idea è superiore della realtà. E la realtà risiede altrove. E la realtà non è la verità, è la realtà. E la verità si rivela quando ha possibilità di incarnarsi.

Oggi la famiglia è una realtà fragile e magmatica. Se assumiamo pienamente questa realtà ci è chiesto di partire da due presupposti. La famiglia non comprende il nostro agire ecclesiale e non è in grado (non perché disinteressata o cattiva o giudicante ma semplicemente perché è da un’altra parte e non comprende) di iniziare i propri figli da sola, caricandola singolarmente di questo compito. Secondo, quando parliamo di famiglia oggi non parliamo dei genitori biologici di quel bambino o di quella bambina: essere il genitore biologico non consiste più nell’essere padre o madre di quel bambino; la famiglia consiste in quegli adulti (genitore biologico e compagno/a, nonna, zio,…) che si prendono cura della crescita di quel soggetto e la sostengono. È grave costringere un padre o una madre biologica ad assistere a degli incontri con i propri figli quando nel contesto di quella famiglia rappresenta una figura destabilizzante o critica.

 

RISIGNIFICARE I MODELLI

Se non troviamo più i catechisti è perché questo modello in atto non è più conforme alla realtà, non corrisponde più ai bisogni profondi delle persone e non sa intercettarli. Non è sbagliato è semplicemente non più opportuno. La mancanza di catechisti non rappresenta quindi un problema ma la sintomatologia di una crisi ben più profonda.

L’impianto catechistico settimanale, per classi, con sussidi dalla struttura sistematica, con un metodo descrittivo esplicativo animativo e non iniziatico simbolico, ricco di attività ma scevro di esperienze, dove a volte si ‘usano’ i bambini per recuperare i genitori, non è più opportuno.

Parliamo di comunità, di famiglia ma basta leggere alcune locandine parrocchiali per vedere che si tratta più di un ufficio anagrafe:

  • Iscrizioni in oratorio dal … al… dalle ore… alle ore… Per iscriversi occorre riempire il modulo d’iscrizione, firmare il patto educativo e versale la quota di 10 euro. Gli orari saranno: lunedì 1 elementare dalle… alle; martedì…
  • Festa della catechesi per tutti i ragazzi e i bambini del catechismo: è un momento importante dell’anno catechistico per cui invitiamo alla partecipazione [della serie, se non vieni sei un menefreghista e un superficiale]; ore… ritrovo in oratorio; ore… incontro con i genitori [è una festa? O un processo alle intenzioni? Guardiamoci negli occhi: inferno o sacramenti?] i bambini saranno intrattenuti dagli animatori [del resto loro che colpa ne hanno???]; ore … S. Messa bambini e genitori [meglio specificare… chissà se qualche genitore… ma io non ho detto nulla!!!] Aspettiamo tutti [ma proprio tutti, sia chiaro!!!]

 

Ci sono esperienze diverse? Sì, ci sono. Oggi solo a livello sperimentale, ma ci sono esperienze diverse che andrebbero raccolte, fatte dialogare, messe in comunicazione. Non bastano Osservatori nazionali per sapere cosa viene fatto (logica del controllo e dell’uniformazione): più utili incontri tra esploratori, per riconoscere interpretare scegliere il nuovo che sta già germinando.

Personalmente seguo alcune di queste sperimentazioni in alcune diocesi italiane e pur nella fatica, nella gradualità, è bello cogliere i frutti che ci sono. È bello vedere catechisti e comunità che ritrovano speranza non in qualcosa da fare per gli altri ma per una nuova consapevolezza acquisita.

Per approfondire queste esperienze si può consultare il testo ‘Convertire la catechesi’ LDC e la  relativa sussidiazione ‘Domande sulla Via’ (LDC). Non è la risposta o la soluzione. È un modo di ripensare senza lamentarsi o giudicare riconoscendo che il cambiamento non inizia dagli altri.