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LA CHIESA PUÒ AGIRE NELLA COMPLESSITÀ?

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Tempo di lettura: 4 minuti

CRITERI PER UN’AZIONE PASTORALE CAPACE DI ABITARE LA COMPLESSITÀ.

 

Edgar Morin, nella sua opera introduttiva sulla ‘complessità’, la descriveva come «una caratteristica intrinseca della realtà che mette in luce la presenza di una rete inestricabile di elementi eterogenei, interconnessi e in continua interazione». Queste caratteristiche, come egli stesso afferma, sono intrinseche alla realtà e la rendono costitutivamente imprevedibile.

La questione dell’imprevedibilità del reale oggi interpella l’azione pastorale ecclesiale in modo inedito e inatteso. Il motivo è duplice, a mio avviso: da una parte le caratteristiche della complessità attuale si sono, per così dire, amplificate; dall’altra l’azione della Chiesa mostra ‘sintomi paradigmatici’ di uno stile segnato dalla ricerca di stabilità e controllo.

Il primo motivo potrebbe essere approfondito a partire da una semplice domanda: ma se la complessità è una caratteristica intrinseca della realtà, oggi possiamo dire che la realtà è più complessa di qualche decennio fa? In un certo senso la risposta è affermativa e qui ci vengono in aiuto i sociologi, che definiscono questo nostro tempo ‘iper-complesso’. Perché? Ci sono diversi fattori oggi che contribuiscono ad amplificare o evidenziare gli stessi tratti caratteristici della complessità rendendoli più evidenti e maggiormente percepiti. Si pensi ad esempio alla ‘mobilità’: non molto tempo fa una persona nasceva e viveva nel suo paesino. Oggi le persone si muovono entro i confini nazionali e internazionali con più facilità. Ancora, si pensi alla ‘pluralità di visioni’ sul reale che coesistono contemporaneamente: ieri l’Europa, ad esempio, era fortemente segnata da una cultura intrisa dei valori cristiani. Oggi la visione cristiana del mondo è una tra le tante. Si pensi ancora alle nuove tecnologie o alla ‘rivoluzione digitale’ e a come questa abbia concretamente amplificato le connessioni e le interazioni tra le persone. La complessità, nell’era iper-complessa, si è in un certo senso amplificata e di conseguenza la questione della imprevedibilità del reale è emersa con particolare forza.

Il secondo motivo, che pone seriamente la questione dell’imprevedibilità del reale a contatto con la riflessione pastorale, è l’impostazione dell’azione ecclesiale che risente di un particolare paradigma segnato da ricerca di stabilità e controllo. Alcuni segnali che manifestano questa tendenza sono ad esempio il fatto che la maggior parte delle energie dei battezzati che sono coinvolti nel condividere le responsabilità pastorali vengano investite ad intra per gestire attività già note e consolidate nei contesti parrocchiali. Ancora, molte risorse vengono spese per la catechesi dei bambini, mentre si fatica a promuovere azioni di evangelizzazione rivolte agli adulti, meno controllabili e gestibili. Si pensi ancora alla capacità dell’istituzione ecclesiale di abitare mondi diversi rispetto al proprio, che difficilmente avviene senza che essa si ponga su un piano diverso rispetto alle altre istituzioni. Per semplificare potremmo pensare che, in linea di tendenza, l’istituzione ecclesiale opera, progetta, condivide attività avendo sempre ‘il pallino in mano’ e difficilmente si lascia destrutturare o entra in una reciprocità con l’alterità. Questa ricerca – inconsapevole? – di stabilità e controllo la rende, almeno per alcuni tratti, autoreferenziale e rigida.

Alla luce delle riflessioni condivise possiamo ora porci la domanda: la Chiesa può agire nella complessità? E se sì, quali sono i criteri che dovrebbero riorientare la sua azione in questo nostro tempo?

È interessante qui recuperare una riflessione di Hannah Arendt presente nel suo saggio Vita Activa. La condizione umana. L’autrice tratta il tema della complessità e la presenta come condizione di imprevedibilità. Di fronte ad essa mette in guardia dall’estraniazione dal reale e dalla semplificazione. Suggerisce la via dell’azione. L’azione però può avvenire in diversi modi. La Arendt descrive un ‘fare’ che ha il suo centro nell’individuo che lo compie e che si pone per governare, o meglio per gestire e manipolare la realtà a proprio piacimento. C’è, invece, un’‘agire’ che avviene nell’interazione tra la persona e il reale e viene attuato per portare a compimento o prendersi cura. È questo secondo paradigma di azione che viene ritenuto opportuno per agire nella complessità. Essa infatti non si può governare, o meglio gestire, ma si può abitare in modo generativo, prendendosi cura e portando a compimento le sue istanze vitali.

Le istituzioni ecclesiali possono agire nella complessità. La condizione necessaria per questo è che l’azione ecclesiale avvenga più come ‘agire’ che come ‘fare’. Come Centro Studi siamo ormai consapevoli che questa prospettiva di azione si realizzi concretamente attraverso la cura dei processi pastorali e il relativo approccio processuale.

Concretamente questo approccio e questa prospettiva si potrebbero tradurre in alcuni criteri e attenzioni da considerare nell’azione pastorale:

  • Favorire la condivisione di esperienze di contemplazione, di spiritualità e, per chi ne è interessato, di discernimento ecclesiale che alimentino la vita interiore;
  • Promuovere una maggiore flessibilità e tolleranza, progettare di meno e cercare di dare forma concreta al prendersi cura e all’accompagnamento;
  • Attuare un deciso decentramento che tocchi le stesse prassi – non tutto deve essere condiviso tra le mura parrocchiali – ma anche ad esempio i processi decisionali;
  • Favorire una reale differenziazione dei modelli pastorali, delle prassi consolidate e delle sue forme ministeriali custodendo l’unità, ma destrutturando l’attuale uniformità;
  • Come istituzione ecclesiale e come singoli battezzati, abitare la complessità attuale e la società come minoranza creativa, crescendo in uno stile di reale reciprocità, di dialogo, di ascolto, animati da simpatia verso il mondo;

Sono passati già vent’anni da quando Jovanotti usciva con la sua Mi fido di te che nel testo recitava la famosa frase: «la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare». Mi piace concludere con questo auspicio per le istituzioni ecclesiali. Esse potranno agire nella iper-complessità attuale soltanto se assumeranno una particolare postura, privilegiando l’agire / cura al fare / gestione. La vertigine, sperimentata da molti cristiani e da diverse istituzioni ecclesiali oggi di fronte alle caratteristiche amplificate della complessità, possa allora trasformarsi da paura di cadere a voglia di volare, incarnando anche nei vissuti ecclesiali uno stile pastorale insito nella stessa esperienza evangelica: la leggerezza.