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ACCOMPAGNARE E FACILITARE I PROCESSI DI RIFORMA

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Tempo di lettura: 11 minuti

Questo contributo nasce dall’esperienza pratica di consulenza esercitata negli ultimi anni e condivide riflessioni pastorali teorico pratiche maturate attraverso la ricerca e la concretezza delle esperienze di riforma ecclesiale accompagnate. Il focus dell’accompagnamento e della facilitazione dei processi di riforma, collocato nella specifica cornice della Chiesa sinodale, non tocca la questione dell’opportunità della messa in atto di una riforma del ‘sistema ecclesiale’. Esso si concentra invece sul ‘come’ mettere in atto questi processi. Tratta cioè di come aiutare le persone e le comunità ad assumere un particolare dinamismo di conversione, cambiando il modo di cambiare. Cosa significa ‘riformare’? Rispondendo a questa domanda cercherò per prima cosa di circoscrivere il focus di questo articolo e di esplicitarne la prospettiva. Poi descriverò – risignificandoli – i quattro criteri della ‘vera e falsa riforma’ elaborati da Yves Congar e presentati nell’omonimo contributo. Essi ancora oggi sono in grado di mettere in luce orientamenti e attenzioni utili a condurre questi processi di cambiamento in modo adeguato, rendendoli opportuni e generativi.

 

RIFORMARE SIGNIFICA ABITARE LA COMPLESSITÀ FAVORENDO UNA CONVERSIONE PARADIGMATICA

 

Il recente magistero ci consegna una luce a mio avviso fondamentale sul concetto di riforma: essa costituisce il processo attraverso il quale la Chiesa ricerca una fedeltà alla propria vocazione. Così Papa Francesco, riferendosi al Concilio Vaticano II, si esprime in Evangelii Gaudium: «ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (EG, 26). La riforma è una questione di fedeltà ecclesiale alla propria vocazione. Ma cosa significa riformare? Quali implicazioni pastorali porta con sé un processo di riforma?

Il concetto di riforma nella Chiesa si è caricato nel tempo di ambiguità. Nel corso della storia della Chiesa sono state adottate diverse chiavi di lettura. Si pensi ad esempio alla diversità degli approcci alla riforma attuati in epoca patristica e in epoca moderna e, in particolare, allo snodo delle cosiddette riforma e contro-riforma. Riformare la Chiesa è significato in alcuni casi cercare un ritorno alla forma originale ecclesiale. In altri casi la riforma ha cercato di rendere espliciti elementi che fino a quel momento erano impliciti. Alcuni ritengono opportuno parlare soltanto di riforma ‘nella’ Chiesa. Altri, tenendo conto della coscienza storica oggi mutata, ritengono adeguato parlare di riforma ‘della’ Chiesa. Il cardinal Ratzinger intendeva la riforma come un ‘ablatio’, analogamente all’intuizione maturata da Michelangelo, che concepiva il lavoro dell’artista come un liberare la forma implicita del grezzo materiale, un riportare alla luce: «un toglier via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente». Il teologo Michael Seewald pensa il concetto di riforma oggi come un «negoziare nuovamente il confine tra reale e possibile», individuando poi tre modalità concrete di attuazione di questa prospettiva.

Senza entrare in questo dibattito epistemologico – che esula dal focus di questo articolo – sembra importante qui recepire il connotato di ‘complessità’ quale attributo peculiare dei processi di riforma ecclesiale. Riformare le strutture ecclesiali è azione complessa e, in quanto tale, non è ‘azione che può essere gestita’ ma è ‘processo che deve essere abitato’. Questo approccio può essere di aiuto nell’assumere una prospettiva che eviti la deriva positivistica al cambiamento, che intende la riforma come un passaggio ecclesiale che muove da una situazione per arrivare gradualmente, in modo lineare, ad un’altra. A noi interessa un altro approccio, che privilegia il cambiamento paradigmatico, cioè che favorisca l’assunzione delle persone e delle comunità di un altro modo di fare. In questa prospettiva accompagnare e facilitare processi di riforma ecclesiale, attraverso l’avvio di processi pastorali trasformativi, significa aiutare le Chiese ad abitare questo cambio d’epoca – e in particolare ad abitare la complessità che lo caratterizza – con un nuovo paradigma, cioè con un approccio, uno sguardo, una postura diversa.

 

I PROCESSI DI RIFORMA MODIFICANO IL POSIZIONAMENTO ECCLESIALE RISPETTO ALLLE ‘TENSIONI’

 

Se assumiamo la prospettiva della riforma come processo di inabitazione del ‘reale complesso’, non possiamo pensare di gestire questi processi in modo rigido, con un approccio classico progettuale (transizionale – positivistico – lineare). Occorre invece favorire l’assunzione di uno sguardo nuovo – conversione paradigmatica – capace di condurre ad una migliore fedeltà alla vocazione ecclesiale oggi. Questo approccio richiede di uscire dalle categorie del giusto / sbagliato, correlate in questi approcci alla ricerca di un risultato, per entrare seriamente nella cornice del discernimento che si muove sul piano dell’opportunità, cioè della ricerca del meglio qui e ora in ascolto di quello che lo Spirito dice alle Chiese.

Si tratta di assumere quel particolare tratto di stile della Chiesa Sinodale descritto in modo puntuale nell’Instrumentum Laboris per la prima sessione assembleare del Cammino Sinodale: la Chiesa Sinodale è una Chiesa capace di abitare le tensioni senza esserne schiacciata, con una sana inquietudine dell’incompletezza (cf. Instrumentum Laboris della Assemblea Sinodale 2023, 28-29). Questo approccio caratterizza un modo di procedere nelle riforme ‘processuale’ ed imprime ai processi di riforma un carattere sistemico trasformativo, che non cerca in prima istanza un risultato a livello di cambiamento – problem solving – ma dispone persone e comunità ad entrare in nuovi spazi di apprendimento – problem setting – suscitando nuove domande.

Soffermiamoci ancora un momento sul concetto di ‘tensione’: la realtà complessa è abitata da tensioni. Esse sono situazioni in cui si manifesta con particolare forza una contrapposizione tra due determinate ‘polarità’ (non contradditorie). Ad esempio capita spesso nei contesti religiosi che le polarità della ‘vita fraterna’ e della ‘maturità spirituale’ vengano affrontate con un approccio di problem solving, out-out: “il problema della fraternità deriva dalla povertà spirituale”. Oppure “la povertà spirituale è determinata da una carenza di fraternità vissuta”. Un approccio processuale, invece, non considera contraddittorie queste polarità, ma quali esse sono le intende come contrapposte e correlate. Tra questi due elementi, cioè, intercorre una tensione che va abitata ricercando in essa nuove prospettive di sviluppo e facendo emergere nuove domande.

Nella realtà complessa, caratterizzata da tensioni, riformare significa favorire un nuovo posizionamento del baricentro ecclesiale investendo maggiori attenzioni ed energie nella polarità più opportuna, senza tralasciare l’altra. A livello pastorale nel momento in cui si privilegia l’investimento sulla polarità opportuna per il contesto, l’altra polarità viene purificata e questo dinamismo di cambiamento genera energia per il sistema e lo rigenera dall’interno.

Il Cammino Sinodale è stata una sessione intensiva di esercizi posturali che, al di là dei risultati, hanno aiutato il corpo ecclesiale a sciogliere contratture e a ricalibrare le tensioni. È un lavoro non concluso, ma importante oggi è il fatto che è stato avviato decisamente.

Queste ultime riflessioni motivano la scelta di assumere, risignificandoli, i criteri della vera riforma di Congar in quanto essi indicano un posizionamento opportuno rispetto ad alcune tensioni che caratterizzano il reale complesso attuale.

 

IL PRIMATO DEL ‘RINNOVAMENTO’: IL TUTTO È SUPERIORE ALLA PARTE

 

Una delle tensioni indicate da Congar intercorre tra le polarità denominate ‘Tradizione’ e ‘Chiesa Vivente’. In filigrana possiamo scorgere la tensione delineata dal Papa in Evangelii Gaudium: ‘il tutto è superiore alla parte’ (EG, 235). La tensione mette a tema una questione identitaria. Il tratto identitario, infatti, viene plasmato in un’interazione continua con il reale. Congar parlando del primato del ‘vero rinnovamento’, chiarisce che la Tradizione non è semplice ripetizione o fedeltà al passato, ma continuità secondo una dinamica di sviluppo evolutivo (non sempre lineare). Da qui, l’importanza di risignificare la Tradizione ecclesiale affinché si possa favorire in un dinamismo generativo che affondi le sue radici nei fondamenti vitali – il tutto – dell’esperienza cristiana. Si fa riferimento qui al principio di ‘originarietà’, che richiede una fedeltà vitale alla propria origine identitaria.

Nell’accompagnamento dei processi di riforma si tratta concretamente di privilegiare l’‘aumento di valore’ alla ‘riduzione di costo’. Ad esempio, quando ci troviamo di fronte a processi di accorpamento delle Diocesi o Unità Pastorali, oppure quanto accade di dover riorganizzare gli Uffici Pastorali, ritroviamo di solito le seguenti considerazioni: fare insieme ciò che non riusciamo più a fare da soli, aumentare la collaborazione in alcune azioni pastorali in cui siamo deboli, unificare le proposte a per aumentare i numeri che altrimenti sarebbero esigui. Queste sono considerazioni legittime, ma pensate a partire da una logica di ‘riduzione di costo’: in questo modo non si genera ‘rinnovamento’, ma si rinforza il precedente assetto ecclesiale all’interno di una dinamica negoziale.

Se invece assumiamo lo sguardo pasquale, non si tratta di gestire meglio ciò che oggi non riusciamo più ad amministrare, o di essere più presenti laddove siamo ormai assenti. Non si tratta neanche di investire meglio le nostre risorse. L’atto pasquale non procede per ottimizzazione dei costi, ma per aumento di valore. Esso genera un ‘di più’ di vita, una nuova autocomprensione.

Per questo è importante aiutare le persone e le comunità a non avviare processi di riforma orientati a risolvere problemi o a dare risposte a bisogni. La conversione non può nascere da un bisogno, ma viene generata da un sogno! Per questo il primo atto di consapevolezza è riconoscere il ‘sogno missionario’ di Dio sulla realtà che valuta l’opportunità di una riforma. Questa attenzione viene richiamata in Evangelii Gaudium in ordine agli organismi di partecipazione ricordando che questi non sono orientati primariamente all’organizzazione ecclesiale, ma a delineare il sogno missionario (cf. EG, 31).

La riforma non può nascere da un’analisi di realtà, né da un’esortazione, né da un atto dichiarativo, nemmeno se questi elementi sono inseriti nella cornice di una lettera pastorale o di un documento ecclesiale. Essa muove piuttosto dall’impulso che si genera a partire da un’esperienza di discernimento orientata ad individuare e condividere un ‘sogno missionario’, che in sostanza rende comunicabile la vocazione che Dio rivolge a quella determinata realtà oggi. Andare verso una ‘terra straniera’, come il Cammino Sinodale ha chiesto e come è proprio dell’esperienza di riforma, muove a partire da una ‘promessa’ – il sogno missionario – che si rivela nell’ascolto corresponsabile dello Spirito. Il discernimento del sogno, in ascolto del ‘desiderio di Dio’, ha come soggetto il ‘Popolo di Dio’ in un determinato contesto ecclesiale, che nel discernimento rende progressivamente evidente e comunicabile un orizzonte di senso.

 

IL PRIMATO DELLA ‘PAZIENZA’: IL TEMPO È SUPERIORE ALLO SPAZIO

 

Congar parla dell’esigenza che passi una generazione completa affinché prenda atto una vera riforma: per attuare una riforma occorre di saggiare nel tempo il pensiero affinché diventi fruttuoso. Troviamo qui in filigrana la famosa tensione di Evangelii Gaudium «il tempo è superiore allo spazio», secondo la quale oggi è necessario avviare processi, cioè «privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi» (EG, 223).

Nell’esperienza maturata nell’ambito dell’accompagnamento dei processi di riforma ci siamo accorti della presenza di un analfabetismo ecclesiale rispetto all’espressione ‘avviare processi’. Il caso più frequente è quello in cui si accostano i concetti di ‘progetto’ e ‘processo’ trattandoli come sinonimi. La distinzione tra progetti e processi potrebbe essere tacciata da qualcuno come puro nominalismo, ma c’è qualcosa di sostanziale che distingue queste due ‘vie’, rendendo l’approccio per progetti inadeguato ad avviare e accompagnare una riforma, che implica un cambiamento paradigmatico in una realtà complessa.

Progettando si getta un’idea di fronte a sé sulla realtà. Invece, ‘processo’ non è gettare avanti, ma procedere in avanti. Avviare un processo e riconnettersi con la realtà per purificare l’idea. Il processo nasce dalla condivisione di un ‘sogno’, cioè da una visione che si attuerà nel tempo e non da un bisogno. Il processo non investe molte risorse sulla ‘rilevazione’, ma si dispone ad accogliere una ‘rivelazione’ attraverso la pratica del discernimento in comune. In esso non si perseguono primariamente obiettivi, ma si riconoscono delle priorità: si procede ricercando e riconoscendo in modo progressivo ciò che è importante, in sinergia con la visione emergente.

In relazione a questa sostanziale differenza tra approccio progettuale e processuale si comprende il motivo per cui un progetto opera generalmente sul breve e medio periodo: in un tempo prefissato attende dei risultati previsti nella fase analitica iniziale. Un processo invece opera su tempi lunghi e non lavora in chiave di efficienza, ma di efficacia. Nel processo la comprensione avviene attraverso l’azione (thinking in action), in quanto la sua finalità è l’apprendimento del nuovo che si rivela e non il risultato. Il progetto costituisce una modalità adeguata ad una buona gestione di attività, ma non è in grado di operare efficacemente in prospettiva trasformativa o riformatrice. Il processo è un approccio sistemico e non lineare che quando viene assunto nel contesto ecclesiale facilita la rivelazione della natura più profonda del dinamismo di conversione che è spirituale e fa emergere un di più di vita necessario a muovere verso una maggiore fedeltà alla propria vocazione.

 

IL PRIMATO DELLA ‘PASTORALE’: LA REALTÀ È PIÙ IMPORTANTE DELL’IDEA

 

Il riformatore, secondo Congar, non deve partire da un’immagine di Chiesa astratta, ma tenere conto con carità della realtà concreta del corpo ecclesiale. Infatti, non deve cercare di immettere qualcosa di nuovo nell’esperienza ecclesiale, ma deve favorire la sua rigenerazione. Qui si intravede chiaramente un principio caro alla teologia pastorale che è quello dell’incarnazione. Quello che da Congar viene descritto come primato della dimensione pastorale in Evangelii Gaudium viene richiamato attraverso la tensione: la realtà è più importante dell’idea (EG, 231).

L’accompagnamento dei processi di riforma nel concreto assume i connotati di un’esperienza iniziatica: nel processo si accompagnano le persone ad uscire da un contesto pastorale conosciuto verso un’esperienza nuova e in discontinuità con il presente, nella quale i punti di riferimento di prima non sono più validi. Questo aiuta a ripensare linguaggi, gesti, simboli e, mentre l’esperienza avviene, cambia la realtà, il pensiero e il cuore: è un’azione pasquale di morte e resurrezione, che presuppone la consapevolezza che soltanto facendo ‘nuove cose’ i nostri pensieri possono trasfigurarsi. Condividendo passi ‘oltre’, attuando segni nuovi, forme nuove, … avviene una naturale apertura alla novità che si rivela. La via del cambiamento non si spiega in anticipo, si può soltanto percorrere.

L’impulso spirituale del sogno missionario maturato nel discernimento non è sufficiente a muovere una dinamica di conversione efficace: infatti, potrebbe risultare anch’esso una dichiarazione sterile. Per evitare questo è necessario passare da una fase di discernimento ‘statico’ – che come detto avviene attraverso la conversazione spirituale utilizzando le fonti della nostra esperienza di fede – ad una fase di discernimento ‘dinamico’ dove la Rivelazione avviene nel luogo teologico dell’esperienza.

Concretamente il ‘sogno missionario’ deve essere innestato da subito nelle prassi della realtà ecclesiale in conversione, attraverso la definizione e l’attuazione di ‘punti di rottura sistemici’, ovvero scelte concrete che cambino il setting dell’azione pastorale e non permettano più di agire secondo le categorie in possesso dagli agenti del cambiamento.

Così si avvia una sperimentazione. Essa non è semplicemente una prova empirica, ma un’esperienza di apprendimento che nasce da un impulso spirituale – il sogno missionario – e viene accompagnata e riletta, attivando nuove narrazioni. La prassi sperimentale evita il rischio insito nel discernimento statico e diviene essa stessa luogo effettivo di discernimento dinamico. È importante che la sperimentazione inizi e finisca dopo un tempo congruo. Inoltre è importante documentare gli apprendimenti che da essa emergono e far seguire una fase di consolidamento.

 

IL PRIMATO DELLA ‘COMUNIONE’: L’UNITÀ PREVALE SUL CONFLITTO

Congar descrivendo il principio della comunione e sottolineando il primato della ricerca di questa istanza per l’efficacia dei processi riformatori, delinea la tensione periferia – frontiere. Essi sono opposti che non si contraddicono, ma che come tutte le tensioni generative vanno abitati. Se nella periferia si rende evidente la discontinuità al centro prevale la continuità. La riforma avviene così non per ‘pressione’, ma per ‘aspirazione’. È lo stesso Spirito che si anima nei due poli, per cui la gerarchia dovrà essere innovativa come la periferia per garantire continuità e riforma della Chiesa e la periferia dovrà riconoscere l’autorità centrale per non divenire autoreferenziale.

Avviare e accompagnare processi di riforma chiede a una realtà ecclesiale di entrare in una situazione destrutturante che implica il permanere in uno stato di crisi. Questo può richiedere una facilitazione di processo da parte di figure esperte, ma soprattutto deve essere accompagnata dall’interno. Per questo sono necessarie figure che si dedichino in modo esclusivo alla cura del processo di riforma, che siano parte della realtà in conversione. I processi devono essere accompagnati da figure di custodia: il senso di questa espressione è legato alla consapevolezza che dopo aver acceso il ‘fuoco’ del sogno missionario esso, come ogni fuoco, se non è custodito si spegne.

I ‘custodi del fuoco’ – a nostro parere indispensabili alla buona riuscita di un processo di riforma – esercitano una ‘ministerialità di giuntura’ (cf. Ef 4,16; Col 2,19), cioè non sono un organismo pastorale consigliare o funzionale, ma primariamente favoriscono un ‘cambiare nell’insieme’ della realtà in conversione, aiutando le persone e le comunità ad abitare le tensioni. I ‘custodi’ esercitano primariamente tre funzioni: custodiscono il senso del processo, in primo luogo con la preghiera, soprattutto quando il sogno missionario rischia di spegnersi a fronte delle difficoltà; custodiscono la comunione tra i diversi soggetti delle comunità, in quanto – essendo la fase di sperimentazione una fase di destrutturazione che alza il livello di tensione e i conflitti – nel processo si necessita di una ritessitura continua delle relazioni; custodiscono, infine, il processo stesso, coordinando alcuni passaggi e accompagnando il suo sviluppo.

Un’altra attenzione pratica che favorisce un adeguato posizionamento sulla presente tensione è l’utilizzo del ‘mandato ecclesiale’. Solo pochi ‘esploratori’ infatti è bene che intraprendano l’esperienza sperimentale. Essi lo fanno per tutte le comunità: come viene descritto nel libro dei Numeri (Nm 13) soltanto alcuni esploratori per primi entrano nella terra promessa riconoscendo frutti e insidie. E ritornano per narrare al Popolo l’esito della loro esplorazione.

 

ACCOMPAGNARE E FACILITARE PROCESSI DI RIFORMA

 

Nell’esperienza di accompagnamento maturata in questi anni, oltre a crescere nella consapevolezza di quanto questi criteri siano ancora oggi attuali e decisivi, ho compreso che i processi di riforma non si misurano sulla perfezione del loro esito organizzativo o strutturale, ma sulla qualità del cammino condiviso. È lì che la Chiesa scopre di nuovo sé stessa: non in un modello raggiunto, ma nel sentirsi un Popolo in conversione. Quando le comunità riaccendono e custodiscono il fuoco del sogno missionario, abitano con fiducia le tensioni, accettano il ritmo lungo dei processi e lasciano che la realtà illumini le idee, allora la riforma diviene ciò che deve essere: non un progetto da completare, ma una promessa da accogliere. E forse è proprio questo il dono più grande di ogni autentica riforma ecclesiale: non consegna solo una forma nuova, ma un’immagine viva. L’immagine di una Chiesa che, mentre avanza nella complessità, continua a sorprendersi della fedeltà di Dio e a riconoscere, passo dopo passo, che lo Spirito non smette mai di tracciare sentieri dove il cammino sembrava finito.