LA NECESSITA’ DI PURIFICARE LE VISIONI DI CHIESA PER AVVIARE PROCESSI DI RIFORMA
Un mese fa circa, un caro amico e membro dell’Accademia Campo Base del Centro Studi, mi inviò la lettera di un vescovo ausiliare olandese indirizzata a Papa Leone, dove il prelato esprimeva le sue critiche e preoccupazioni nei confronti del cammino sinodale. Sappiamo che non è l’unica critica che è stata rivolta al cammino e in generale al tema della sinodalità nella Chiesa, soprattutto dopo la morte del Pontefice che ha promosso questa esperienza ecclesiale. L’esame di questa lunga lettera, però, ha fatto emergere in me una riflessione che in questo articolo tenterò di esporre. Si tratta di far cogliere la fatica dei cambiamenti quando siamo condizionati da una visione interiorizzata di Chiesa in grado di agitarci, di farci reagire in modo scomposto anche se questo viene fatto da noi in buona fede o interpretato come zelo pastorale. La riflessione, quindi, non intende mettere in discussione la sincera intenzione dell’autore della lettera di agire per amore della Chiesa, eppure, questo amore non basta o non è di vero aiuto se condizionato da una visione sottesa che possiamo definire pre-conciliare. Visione di cui probabilmente l’autore stesso non è consapevole.
Dicotomie pre-conciliari
La lettera del vescovo olandese è caratterizzata, leggendo tra le righe, da continue dicotomie: divisioni nette, determinazioni distintive che classificano e declassificano i termini in discussione.
L’elemento più evidente è una dicotomia presente in tutta la lettera che consiste nella distinzione tra Chiesa intesa in termini gerarchici (si preoccupa solo dei presbiteri e non degli altri consacrati) e il Popolo di Dio. Ad esempio, quando tratta di una Chiesa che ascolta, sostiene che essa è chiamata ad ascoltare prima di tutto le fonti e poi anche i fedeli come se essi fossero altra cosa, riducendoli ad oggetto e non a soggetto del discernimento. Si disconosce del tutto il tema del sensus fidei di ogni battezzato. In particolare, si disconosce la categoria di Popolo di Dio e della sua teologia (tradotta negli anni dopo il Concilio in ‘ecclesiologia di comunione’ per addolcire i termini)[1]. Come ci ricorda il testo della Commissione Teologica Internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: “In conformità all’insegnamento della Lumen gentium, Papa Francesco rimarca in particolare che la sinodalità «ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico» e che, in base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione. Ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo di Dio” (n. 9).
Questa dicotomia si appoggia su di un’altra, una distinzione tra Chiesa gerarchica che è colei che si occupa dei beni spirituali e i laici, che sono impegnati nel mondo e quindi influenzati da esso. Una teologia del laicato oramai superata[2]. Si disconosce non solo il sensus fidei, ma anche il sensus fidelium laddove il governo ecclesiale genera luoghi e tempi in cui ascoltarsi, in quanto è nel dialogo che la verità si rivela continuamente nel tempo, come il teologo Yves Congar ci ricordava: “E’ nella comunione di tutto il corpo, sottomesso alla regola del magistero, e a essa soltanto, che ognuno può mantenere una verità totale”[3]. È la seconda condizione veritativa che Congar indica per garantire che una riforma ecclesiale tenda alla verità: il restare in comunione con il tutto.
Se scaviamo più a fondo possiamo cogliere un’ulteriore dicotomia che può essere posta a fondamento della altre. L’idea di una rivelazione che all’inizio è stata consegnata alla Chiesa istituita e di cui è essa la esclusiva custode, rivelazione che poi l’uomo a sviato; visione ben diversa da quella che coglie nella rivelazione un origine[4] da cui scaturisce sempre una novità per l’uomo di oggi, dentro la logica di una Tradizione vivente e non di un deposito statico.
Questa visione preconciliare fa si che la pastorale popolare tanto invocata anche dai nostri vescovi, si riduca ad una pastorale populista che, come in politica, genera velocemente bolle di followers ma non di discepoli missionari. Una pastorale populista ragiona per dicotomie: giusto-sbagliato, governo-fedeli, buoni-cattivi, Chiesa-mondo, salvati-dannati,… Una pastorale populista semplifica, rassicura, ma non salva… Tutto il contrario di ciò che l’autore della lettera desidera realizzare.
L’inefficacia di una sinodalità eroica
Forse il cammino sinodale ha aperto una questione alla quale inizialmente non si era pronti e di cui non si era probabilmente coscienti: è possibile una via processuale e non più progettuale per la Chiesa. Una via minore, direbbe l’antropologo Tim Ingold, ma più efficace in un cambio d’epoca e in un contesto di complessità[5]. Dalla lettera del vescovo olandese questo emerge con evidenza nell’insistenza con cui chiede conto dei frutti del cammino sinodale. Lo stesso, tuttavia, emerge dal documento finale del cammino sinodale italiano[6]: buona parte delle proposizioni cercano di risolvere dei problemi (restano nel problem solving) invece di ripensare i modelli di comunione, partecipazione e missione (problem setting). Le espressioni che accompagnano le proposte sono le seguenti: che le chiese locali promuovano… verso… rispetto a…; accrescere la funzione pedagogica rispetto a…; favorire la diffusione di…; promuovere percorsi di…; sostenere la giornata per…; avviare la formazione per…. Ben poco rispetto ad un ripensamento dei modelli di Chiesa. Si è ricaduti di nuovo su una visione di Chiesa che deve promuovere, fare, accrescere, impegnarsi, senza ripensarsi al suo interno… che era il vero obiettivo per cui il cammino sinodale era stato avviato e per cui le iniziali schede di ascolto dei vescovi italiani erano state bocciate da Papa Francesco. C’è ben poco sul ripensamento della governance al fine di risignificare l’agire della Chiesa in chiave sinodale. Il cammino sembra aver fatto emergere orientamenti difforme al tema per cui era stato concepito, non riuscendo a riconoscere la natura processuale dello stesso, riducendo la sinodalità ad un Sinodo.
Permane una visione eroica della Chiesa, tipica del pensiero occidentale che l’ha contraddistinta. Permane una visione progettuale, funzionale, deterministico-lineare della realtà. La via processuale chiede di andare oltre l’atto eroico progettuale. Oltre la trascendenza del progetto: l’idea superiore ontologicamente alla realtà (come è stato sulla scia della filosofia greca, dei suoi sviluppi da Hegel ad Husserl, dove il pensiero/idea è superiore alla realtà e la determina, la sostanzializza)[7]. Siamo chiamati a purificarci da tali visioni e smettere di chiedere ‘quali frutti?’ quando non compendiamo che ci è chiesta una conversione del nostro sguardo, uno sguardo de-potente, in grado non di determinare ma di partecipare all’azione dello Spirito assieme come Popolo di Dio.
[1] Per una distinzione tra ecclesiologia di comunione e teologia del Popolo di Dio vedi I. Zuanazzi, La corresponsabilità dei fedeli laici nel governo ecclesiale, in AA.VV. Il governo nel servizio della comunione ecclesiale, Edizioni Glossa, Milano 2017, pp. 109-114.
[2] Su questo vedi il testo del teologo Marco Vergottini, Il cristiano testimone. Congedo dalla teologia del laicato, EDB, Bologna 2017.
[3] Y. Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaka Book, Milano 1972, p. 204.
[4] Si leggano in merito le illuminanti riflessioni del biblista Paul Beauchamp: P.F. Balocco, Ouvertures. Prospettive di esegesi esistenziale nell’opera di Paul Beauchamp, Cittadella Editrice, Assisi 2017, pp. 139ss.
[5] T. ingold, Antropologia come educazione, Edizioni La Linea, 2019 Bologna, pp. 104ss.
[6] CEI, Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del cammino sinodale delle chiese che sono in Italia, Roma, 25 ottobre 2025.
[7] In merito si può leggere il saggio del filosofo e sinologo francese Francois Jullien, Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti, Feltrinelli, Milano 2017, oppure dello stesso autore Sciogliere, Filosofia pratica della mediazione, Vita e Pensiero, Milano 2026.
