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La facilitazione del discernimento: da opportunità a necessità sinodale

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Tempo di lettura: 4 minuti

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.

Da Pastorale americana, di Philip Roth

 

Lavorare e decidere insieme è difficile. Non rappresenta un problema, è solo difficile. E’ una sfida che va affrontata con cognizione di causa. Eppure, tante volte percepisco che tale impresa non è concepita a pieno, facendo prevalere la pre-comprensione che siamo degli adulti in grado di mettersi intorno ad un tavolo e decidere. Questo non avviene nemmeno nelle fraternità religiose, dopo anni di formazione sul vivere insieme e nel saper gestire le proprie pulsioni, purificarle per accogliere l’altro. Il binomio persone-obiettivi non è sufficiente. Si rischia di cadere nel paternalismo/maternalismo (basta parlarne, stare insieme) o nel funzionalismo (ridursi a ragionare sulle cose da fare senza farsi carico delle persone e delle loro vite).

Saper affrontare questa sfida è permettere di realizzare in concreto l’esperienza sinodale: quella dell’ascolto e del dialogo, della corresponsabilità, del discernimento comune. Ne va della Chiesa nel realizzare la sua natura, nell’esprimere la sua dimensione costitutiva come in questi anni più e più volte il magistero e gli approfondimenti teologici ci hanno ricordato.

In questo articolo vogliamo indicare alcuni elementi che mettono in evidenza non l’opportunità, ma la necessità di acquisire una consapevolezza e una competenza sulla facilitazione e di formare facilitatori nei processi di discernimento.

Il metodo non è neutrale.  Quando sono chiamato a facilitare dei Capitoli religiosi vengo chiamato ‘metodologo’. Tendo subito a chiarire un punto: il metodo non è neutrale. Come ogni prassi ha alle sue spalle una visione del mondo, della persona, della Chiesa e che ne condiziona l’esito. La definizione di questi presupposti è utile per cogliere quale visione ha l’approccio di facilitazione che guida la riflessione.

L’essere umano non è un essere razionale, ma un essere simbolico. Questo assunto comporta che i presupposti razionalistici per cui un individuo possa poter prendere delle decisioni in modo libero e oggettivo non ha fondamenta. Anche quando agiamo in modo razionale, lo facciamo dentro una rappresentazione della realtà e non in relazione ad essa.

Il tutto si complica quanto il processo decisionale avviene in un collettivo. Proiezioni, aspettative, paure, tensioni, desideri, condizionamenti del passato, sistema relazionale in atto in quel collettivo,… questi ed altri fattori renderanno il processo decisionale, se lasciato a se stesso, incapace di giungere in modo lucido, e soprattutto libero, ad un risultato significativo.

L’essere umano ha l’esigenza di mantenere un proprio sistema coerente di pensieri e di idee. Ogni incontro/confronto rappresenta una minaccia a questa coerenza. Questo può suscitare nel soggetto reazioni aggressive o regressive. Persone non umanamente integrate tendono così ad agire (coscientemente e incoscientemente) contro le altre o contro se stesse dentro una dinamica di posizioni da difendere o far prevalere. Ogni contesto comunicativo è quindi soggetto a questo condizionamento, e chiede quindi di essere regolato per evitare il fratricidio, come la Bibbia ci presenta fin da subito.

Non esiste un contesto relazionale senza regole. Ogni interazione umana avviene dentro un sistema di interazioni simboliche proprie di una determinata cultura. In quanto essere simbolici, non ci relazioniamo al mondo in modo immediato ma in forma mediata, siamo-nel-mondo acquisendo, attraverso il processo di socializzazione e i processi di formazione, delle strutture e categorie di mediazione con se stessi e con l’altro. Quindi, una riunione ‘senza regole’ è una riunione che, come regola, si dà quella di non essere regolata da un codice esterno ma solo da impulsi interni ai soggetti e le loro personali forme di autocontrollo. È ideologico pensare che avvengano scambi in contesti non regolamentati. Al contrario, pensare di gestire una riunione o un incontro senza una chiara regolamentazione, riconosciuta e accettata da tutti, può mettere in modo codici comunicativi e strutture di mediazione differenti, giocate dai soggetti in base ai loro bisogni e non al bene e alla missione del gruppo.

Ogni relazione include una componente di potere. Il potere è una componente ontologica interna al soggetto, che permette lui di esprimere il proprio essere verso tutte le dimensioni di non-essere (minacce alla sua individualità in potenza) che gli si presentano. Il potere personale si accresce nel momento in cui può esercitare la propria forza contro il non-essere che gli si pone di fronte (giudizio contrario, parere diverso, diversa interpretazione, realtà non prevista, contesto non conosciuto…). Se il potere si associa ad una persona, ad un ruolo, ad una componente gerarchica, questo determinerà facilmente situazioni di arbitrio, mancanza di crescita degli altri soggetti (paternalismo), assunzione dell’organizzazione dei limiti del proprio leader.

La realtà è processuale, è dentro un divenire, non può essere compresa solo dentro categorie ontologiche, che rischiano di porre le questioni dentro dicotomie giusto/sbagliato, bene/male, valore/non valore. La realtà processuale è composta da occasioni attuali di grazia che chiedono ai soggetti una prensione per partecipare all’azione di Dio nel mondo, che non è predeterminata, non è causale, non è fissa. Diviene necessario aiutare i soggetti a riconoscere queste occasioni attuali dell’agire di Dio, evitando di ideologizzare delle situazioni o dei poli categoriali che la nostra mente genera. Infatti, sulla scia della filosofia di Romano Guardini, la realtà è dinamica e non statica, in quanto è frutto di tensioni tra poli contrapposti ma non contraddittori. La vita avviene dentro tale tensione. Lo scopo della vita è il suo poter divenire, rigenerarsi, la sua viabilità più che la sua verità.

Gli assunti sopra riportati non pretendono di esaurire la riflessione sul valore e la necessità della facilitazione dentro una Chiesa che si definisce sinodale. Tuttavia ci permettono di comprendere la sfida che c’è dietro qualsiasi esperienza di cammino comune. È anche da queste considerazioni che all’interno del Centro Studi è nata l’esigenza di proporre insieme alla Pontificia Università lateranense, un corso di Alta Formazione sulla facilitazione di processi di discernimento (per informazioni clicca qui).