Se penso al mio essere giovanissima parrocchiana, mi fa sorridere ritornare al pensiero a come consideravo il Consiglio Pastorale della mia comunità, ricordo che suscitava in me un senso di rispetto e venerazione; erano i grandi, quelli che ne sapevano. Poi crescendo, da giovane, sono stata chiamata a parteciparvi e lì l’incantesimo è finito. Ricordo lo sgomento e l’incredulità nel vedere come non ci si riuscisse ad ascoltare ma soprattutto non ci si riusciva a capire. E poi il vuoto, la distanza, la noia.
Ritornare da adulta con uno sguardo nuovo e un ruolo nuovo a frequentare i consigli pastorali mi pone in una posizione molto interessante. Inoltre l’aver avuto la possibilità di partecipare al Sinodo nei tavoli di riflessione sugli organi di partecipazione, mi ha consegnato speranza e rinnovato in me il desiderio di fare la mia parte.
Gli Organismi di Partecipazione Ecclesiale sono costituzionalmente luoghi di relazione, comunicazione ed esercizio dell’autorità. Tuttavia, la loro semplice istituzione non garantisce la comunione: per generare un clima di dialogo, ascolto e discernimento comunitario, occorre rimettere al centro la dimensione dell’umano, abitare i conflitti con strumenti adeguati e formare laici e presbiteri alle gestione delle dinamiche di gruppo.
Pensare che basti far sedere più persone attorno a un tavolo perché collaborino spontaneamente è l’errore più comune. Senza la cura delle dinamiche relazionali, questi spazi rischiano di trasformarsi in sedi di tutela del proprio punto di vista o in luoghi di negoziazione e scontro. Ciò genera disaffezione tra i partecipanti che poco alla volta smettono di partecipare. Raro che si manifesti una ricerca degli assenti per capire la motivazione della dipartita. Queste difficoltà spingono spesso i presbiteri a non convocare più tali organismi.
L’esperienza di questi anni mi ha consegnato alcune attenzioni concrete da agire come antidoti e prevenzione dei blocchi e delle rigidità relazionali sopra citate. Spesso sono sufficienti alcune attenzioni di metodo chiare su cui appoggiarsi e sperimentarsi:
- Attenzione alla persona e al suo vissuto: proviamo a pensare se nelle nostre riunioni, normalmente, c’è lo spazio per chiedere “come stai?”, non come formula di cortesia, ma come sincero interesse, perché il come ognuno arriva alla riunione influenza la capacità di attenzione, di ascolto, di pazienza, la velocità di arrabbiatura ecc. È importante riconoscere e accogliere il carico emotivo con cui ciascuno arriva all’incontro. Può aiutare quindi un “giro di connessione iniziale” («Come entro oggi?»), integrato nella preghiera, per trasformarla in affidamento reale del “qui e adesso”.
- Attenzione alla relazione e ai filtri interpretativi: ognuno legge la realtà attraverso le proprie sensibilità ed esperienze. E’ importante educare e crescere nella capacità di accettare l’imperfezione intrinseca delle decisioni umane. “Questo è quello che fino ad ora abbiamo capito” o “Questo è quello che fino ad ora siamo in grado di vedere”, è il primo passo per camminare insieme. Non esiste la scelta perfetta ma può esistere la scelta che tiene dentro la complessità, la voce di ciascuno, per saper operare bene con trasparenza e chiarezza di processi. Dove le discussioni si svolgono nella sede opportuna e non nel parcheggio. Dove l’obiezione è benedetta perché occasione di approfondimento e non di sabotaggio. Dove la scelta è frutto dello spazio di tolleranza e di fiducia. Dove la scelta è affidata alle mani di Dio che agisce tramite noi, al di sopra di noi, nonostante noi.
- Il desiderio ecclesiale come criterio di appartenenza: partecipare ad un organo di partecipazione non è un dovere formale né una delega di rappresentanza, ma deve nascere dall’amore sincero per la propria comunità. Tale motivazione deve essere verificata fin dall’origine e sostenuta. “Qual è il bene per la nostra comunità?” “Come possiamo tornare ad avere un buon sapore, ad essere appassionati ed attrattivi? Queste sono le domande che un organismo di partecipazione dovrebbe tenere nel cuore e non logiche di preservazione e auto-mantenimento.
Sembrano forse parole utopiche ma l’esperienza mi conferma che tali e non semplici abitudini, possono fare la differenza tra una riunione conflittuale e bloccata sulle decisioni ad una riunione intensa dove non si negano paure e preoccupazioni ma dove si decide di provare a camminare insieme.
- Verifica di processo: al termine di ogni incontro è opportuno, coraggiosamente, riservarsi un momento di verifica del processo per valutare come il gruppo ha lavorato. Fermarsi a svolgere un passaggio di questo tipo, vuol dire non avere paura di sentirsi dire “non mi è piaciuto come abbiamo lavorato questa sera” o “non mi sono sentito ascoltato” ma la verifica deve servire per darsi delle attenzioni da sperimentare la prossima volta “propongo che la prossima volta si chieda a tutti di intervenire sul tema” oppure “potremmo trovare una figura tra noi che faciliti l’incontro e che eviti che alcuni parlino troppo e altri troppo poco”, ecc.
L’approccio metodologico deve rimanere radicato in Cristo: è solo da questa sorgente spirituale che può fiorire una reale corresponsabilità ecclesiale.
Tutte semplici e piccole attenzioni che creano uno stile comunionale nuovo, dove la corresponsabilità diventa la nuova modalità per interagire, dove la comunità è in grado di riconoscere i talenti e le competenze di ognuno; attivando spazi di delega, corresponsabilità e accompagnamento alla crescita individuale e comunitaria.
Articolo tratto da:
Elisa Cavandoli, Gli Organismi di partecipazione come luogo di relazione, in Presbyteri – Rivista di spiritualità pastorale, anno LX, n. 4, luglio-agosto 2026, Editrice Presbyteri, Trento, pp. 41-47.
Riferimenti Convegno:
Relazione tenuta in occasione del 7° Convegno di Formazione promosso dalla rivista Presbyteri in collaborazione con l’Unione Apostolica del Clero, dal titolo «Stasera Consiglio Pastorale… Gli organismi di partecipazione: zavorra o risorsa?».
