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SYNODALSHIP

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Tempo di lettura: 8 minuti

RIPENSARE I MODELLI DI GOVERNO ECCLESIALE

Il seguente articolo non vuole indagare il tema della potestà sacramentale, proprium del ruolo del ministro ordinato. Così, come non desidera entrare nel merito di questioni canoniche, per altro in fase di evoluzione anche grazie alle scelte operate nella riforma della Curia Romana da parte di Papa Francesco. La riflessione è di carattere culturale: vuole approfondire alcuni presupposti culturali frutti di costruzione storico-sociale e quindi ripensabili dentro una nuova prospettiva di Chiesa.

LA CHIESA COME LA FAMIGLIA: ANALISI DI UN CASO

Prendo, come esempio, la famiglia: un’altra istituzione che, come Chiesa, abbiamo a cuore. “Analizzando società e culture diverse, gli storici ma soprattutto gli antropologi hanno mostrato come la famiglia possa declinarsi in forme differenti, così da far dubitare che ci sia un modello ideale di famiglia, più funzionale di altri, ci sono semmai modelli che meglio rispondono alle condizioni di vita in un determinato contesto o epoca storica” (Anna Oliverio Ferraris, Famiglia, Bollati Boringhieri, 2020). Gli studiosi sottolineano quindi come la famiglia sia una realtà universale (insieme al tabù dell’incesto), ma non la sua forma. La famiglia che conosciamo oggi, quella mononucleare (unità coniugale con figli), è la risultante dei processi di industrializzazione prima, e poi di urbanizzazione negli anni ’50-’70. Processi che hanno portato la famiglia dal vivere  dinamiche complementari (distinzione sessuale dei ruoli e compiti) a vivere relazioni simmetriche (reciprocità e interscambiabilità dei ruoli). Nella nuova forma occorre che la coppia sia solidale e che i rapporti da formali divengano più sciolti ed empatici, più egualitari. Anche l’amore che si cerca nella coppia ha assunto una qualità diversa: dall’amore-dedizione, -eroico, -sacrificio, si va verso un amore-comunicazione, -scambio. La famiglia assume così il ruolo di garantire sicurezza, riconoscimento e crescita reciproca. Alla luce di questo nuovo ruolo, in momenti di crisi si possono presentare le seguenti situazioni, qui esposte in modo semplificato ed esemplificativo: ci si può schiacciare sulla sicurezza rassicurante per paura della solitudine, accettando una convivenza infelice; oppure separarsi per cercare riconoscimento e crescita altrove; oppure, si può divenire una ‘famiglia-storia’, che riconosce le difficoltà evolvendo nel tempo, attivando un processo aperto, solidale, adulto, senza una regola definitiva ma una ricerca comune, per dare in comune un senso alla vita.

Se ora proviamo a richiamare quanto avvenuto nella Chiesa, potremmo trovare delle similitudini. Faccio riferimento all’articolo della prof.ssa Ilaria Zuanazzi, La corresponsabilità dei fedeli laici nel governo ecclesiale (Ed. Glossa, 2017). L’ecclesiologia del popolo di Dio presente nei testi neotestamentari dove si descrivono le prime comunità cristiane, (in particolare prima lettera di Pietro), non presenta la distinzione che era esistente nell’ordinamento ebraico tra la gente comune e il ceto dei sacerdoti: la funzione sacerdotale è di Cristo e viene partecipata a tutti i fedeli. Il termine sacerdote infatti è usato anche in Atti solo in riferimento a Cristo e al Popolo di Dio, mentre per coloro che svolgono ministeri istituzionali si usano altre definizioni (presbitero, episcopo). La distinzione all’interno del popolo di Dio tra diverse categorie di fedeli avviene  solo in epoca successiva, dal III secolo in poi, non per esigenze di dottrina cristiana o all’ordine ecclesiale, quanto per fattori esterni: l’incidenza dei contesti culturali e giuridici in cui si sviluppano le comunità cristiane che prevedono diverse forme di stratificazione sociale; l’emergere di una classe di funzionari a cui si attribuisce un rango speciale: la categoria dei laici viene così progressivamente a essere definita in contrapposizione con la categoria dei chierici. Se nel terzo secolo la distinzione è di carattere funzionale e pratico, nel IV la distinzione si accentua con regole speciali che disciplinano le diverse situazioni giuridiche soggettive (capacità, diritti e doveri) ad esse ricondotte. Le motivazioni sono comprensibilmente dovute alla grande espansione del Cristianesimo, che richiede un maggiore controllo e competenza nell’organizzazione. Per cui l’accesso alle cariche non avviene più per ispirazione carismatica, ma attraverso iter formativi per gradi. Tutto questo è rafforzato dal contesto in cui la ripartizione in classi sociali si fa più rigida, inducendo ad una concezione corporativa della società ecclesiale stessa. Si giunge alla distinzione netta tra i due ordini: i laici che si occupano degli affari temporali e i chierici della vita spirituale e del governo dell’istituzione ecclesiale. Una dicotomia che il teologo Marco Vergottini,  nel saggio Il cristiano testimone. Congedo dalla teologia del laicato (EDB, 2017), ritiene oramai superata in quanto, in un contesto storico in cui la componente clericale non è più in grado di assolvere da sola al governo ecclesiale, il laico non può essere più visto teologicamente come sola forza ausiliare al mondo sacro.

La comprensibile crisi che stiamo vivendo nella Chiesa in questo cambio d’epoca, può richiamare i tre casi decritti sopra per la famiglia: accettazione di restare dentro una relazione accudente e rassicurante con la Chiesa, neutralizzando la spinta missionaria del discepolo; l’uscita dalla comunità, in cerca altrove di qualcosa che dia senso al proprio essere; la possibilità di una Chiesa-storia, che in modo nuovo, sappia assumere la realtà per definire sinodalmente un cammino comune. Questa terza opzione sembra risuonare con forza nelle sintesi diocesane e in quella nazionale del primo anno di cammino sinodale in Italia. Ma per realizzare questo, come è avvenuto nella famiglia, è necessario (anche se non senza difficoltà per coloro che nella ‘versione patriarcale della Chiesa’ hanno svolto un ruolo di primato nel governo e nelle decisioni) una risignificazione dei ruoli e dei modelli di partecipazione. Mi rendo conto che si tratta di temi complessi che qui mi limito solo a richiamare. Penso, tuttavia, che ci siano utili a fornire un quadro di lettura dove collocare il ripensamento dei modelli di leadership, nella direzione di una leadership sinodale. Uno spostamento non di tipo funzionale o più performativo rispetto ai modelli classici di taglio marcatamente individuale e solitario. Ma come ho provato a spiegare finora, è grazie ai cambiamenti profondi che stiamo vivendo sul piano della realtà che abitiamo, che possiamo acquisire maggiore consapevolezza, attingendo a nuove risorse simboliche per ampliare gli orizzonti ecclesiali.

OLTRE UNA VISIONE TRADIZIONALE DI LEADERSHIP INDIVIDUALE

Nella mia esperienza di consulente, assisto alle seguenti situazioni: comunità oramai piccole di religiose/i, composte da 2-4 membri, che continuano a nominare al loro interno un responsabile; la costituzione di team di lavoro dove, di fronte all’invito di lavorare senza un responsabile/leader istituito, si nota lo smarrimento da parte dei presenti. Si assiste, cioè, alla difficoltà di superare un modello di governo che abbia un solo uomo/donna al comando, al quale figure di collaboratori debbano rendere conto.

Penso che un freno alla nostra capacità di concepire una forma di governo sinodale, sia costituito da alcuni presupposti culturali che associamo al termine leadership. Il presupposto è che ci debba essere un leader, una persona incaricata dal ruolo gerarchico superiore, al quale sia affidato l’incarico di coordinare, guidare, gestire un gruppo di persone. Mi sto riferendo sia ai laici che ai consacrati.

Se un gruppo è chiamato a lavorare insieme, non importa la dimensione o la funzione, è implicito che si definisca un leader, un soggetto che svolga il ruolo di coordinamento interno e collegamento con l’esterno. Vi è un gregge che ha bisogno di un pastore, che si collochi davanti, in mezzo o dietro, il presupposto è che ci sia un leader/pastore che si prenda cura di quella porzione di popolo. Anche i vari modelli di leadership (relazionale, di servizio, umile, responsabile, positiva, …) mantengono in essere questo presupposto. Specifico ancora, come fatto all’inizio dell’articolo, che non sto parlando della dimensione sacramentale dell’ordine, ma del ruolo di governo di una comunità, di tutte quelle micro-scelte, -decisioni che il sistema parrocchia o comunità religiosa comporta.

Come abbiamo visto anche lo sviluppo teologico ha seguito i cambiamenti antropologici e culturali delle epoche precedenti. Non si tratta di dogmi ma di elaborazioni che accompagnano l’uomo nel penetrare il mistero di Dio e che evolvono con esso, potendo usufruire delle risorse simboliche e linguistiche presenti in quel dato momento. Considerare ‘naturale’ un modello, associandolo a principi universali e immutabili, equivarrebbe ad una deriva ideologica. Ce lo ricorda, in luminose pagine, la scrittrice Anna Maria Ortese in ‘Alonso e i visionari’. Il suo riferimento critico è ad una cultura scientista, che cade nell’ideologia di ‘naturalizzare’ alcune dimensioni della vita a scapito di altre:

In nome della libertà dell’Utile e del Nulla, o del solo Piacevole, si fece quindi il Vostro nome, tanto alto da potersi prendere, nelle notti limpide d’inverno, per una stelle o intere costellazioni, mise in atto, servì a questo. In nome della libertà dai propri limiti, si varcarono tutti i limiti altrui. La Francia ci insegnò che nella nostra libertà il limite era posto dalla libertà altrui; ma non comprese in questo altrui, la integrità e soavità della Terra, non incluse il Passato e la Debolezza, non fece cenno alla misteriosa Nazione chiamata Arizona, dove hanno sede la luce e la memoria del Sole, dove riposano la calma e la inconoscibilità del tutto. Venne così immortalata la divinità dell’Utile e del Visibile. Ma il Mondo, Signore, solo apparentemente è l’Utile e il Visibile. Dietro i suoi confini scintillanti, nelle profonde notti d’estate, regnano l’Inutilità e la Grazia, la Gioia e la Dolcezza assoluta. Tutto ciò che è eterno, che conforta quanti attendono nella disperazione, tutto ciò che è piccolo e che è in attesa del Padre.

 

VERSO LA SYNODALSHIP

Per superare questi vincoli culturali, introdurrei un nuovo termine, quello di ‘synodalship’. Una guida condivisa, che non vuol dire indistinta, confusa, improvvisata. Semplicemente regolata attraverso una nuova metodologia ma soprattutto, inserita all’interno di una nuova cultura partecipativa. Ricordo i verbi associati in EG ai discepoli missionari: prendono l’iniziativa, si coinvolgono, accompagnano, fruttificano e festeggiano. I verbi sono al plurale perché il riferimento è la comunità, la comunità di discepoli missionari.

Mi piace pensare a piccoli gruppi-comunità, piccoli team missionari, che prima di tutto condividano l’esperienza della fede narrandosi la propria storia di salvezza, riconoscendo insieme le tracce dello Spirito nella vita di ciascuno, dove riconoscersi fratelli e sorelle ognuno con i propri talenti (la specifica grazia attraverso cui lo Spirito ci ha plasma nel corso della vita). Il piccolo gruppo non inteso in modo rassicurante e solo materno: persone con cui condividere la Parola e pregare per una crescita personale e per mantenersi saldi nella fede. Il piccolo gruppo missionario dove impegnarsi, non individualmente ma insieme, nel discernere una missione verso qualcuno e farne esperienza, per evolvere e non ristagnare. Un piccolo gruppo che prenda l’iniziativa (non tanto il singolo), in modo autonomo all’interno dell’orizzonte missionario definito dal discernimento della comunità tutta, che esca per fare esperienza e celebri e festeggi anche con tutti gli altri gruppi-comunità le meraviglie che Dio ha operato attraverso di lui.

Questi gruppi possono basarsi su una synodalship più che su una leadership. All’interno del gruppo può nascere (e non essere fissata a priori), una definizione di ruoli per la crescita del gruppo. Ruoli assegnati non in base ad un’indicazione dall’alto ma dal discernimento comune fatto sui talenti delle singole persone (vedi articoli sul tema dei talenti e il mio testo Una Chiesa di talenti). Se una persona ha talenti relazionali, può naturalmente assumersi dei compiti di collegamento interno tra i membri, di custodia delle relazioni; se ha più talenti organizzativi, quello di coordinamento e programmazione, ecc. ecc..

È una questione di meritocrazia. So che è un termine che nella cultura sociale cattolica non è amato, ma perché anch’esso interpretato alla luce di presupposti limitati. Va distinta la meritocrazia come di solito viene intesa, e cioè l’assegnazione di un ruolo sulla base di titoli, intelligenza e impegno, dal riconoscimento dell’altra persona da parte di una comunità perché in essa vede dei talenti preziosi per la sua crescita. Un riconoscimento/elezione dall’interno (spirituale), e non dall’alto o dal basso, non cioè sulla base di una griglia di punteggi da associare alle prestazioni (successi) o ai titoli passati. I talenti non sono competenze! Sono predisposizioni, doni che possono portare frutto se la comunità li riconosce e crea le condizioni affinché possano essere esercitati.

Questo aiuta anche a superare alcune tentazioni di questo tempo, ad esempio, l’azione rivendicativa di quei gruppi ecclesiali (laici, donne, associazioni, movimenti,…) che si sono sentiti finora schiacciati e inascoltati. Ad esempio, il reclamare da parte dei laici ruoli di comando, autonomi, individuali, per riequilibrare il precedente strapotere clericale. Questo non va a mutare la forma comunitaria e di partecipazione, va solo a ridefinire degli equilibri di potere, che nel momento attuale di crisi, possono risultare al più peggiorativi. Quando prima pensavo a dei piccoli gruppi, inquadravo questo scenario dentro un modello di parrocchia fatto di piccole comunità: una comunione di comunità (non una comunità di comunità!). Chi si prende cura sacramentalmente di questa comunione è il ministro ordinato, ma l’azione missionaria ed evangelizzante può divenire più decentrata, de-istituzionalizzata, de-programmata dal centro, per ritrovarsi convocati a celebrare e rinarrare le proprie esperienze di incontro con Cristo nel mondo. Mi piace pensare a comunità intergenerazionali, con la presenza di stati di vita diversi (consacrati, sposati, single), all’interno dei quali operare un discernimento e delle scelte comuni. Magari, questo potrebbe essere il risultato e non il punto di partenza di un processo, che può avviarsi con gruppi che hanno già relazioni di conoscenza e di età più uniformi.

Tutto questo avrà anche un impatto sui modelli formativi, oggi molto concentrati nel fornire le competenze (teologiche, bibliche, metodologiche, progettuali, relazionali) per generare i futuri leader, sia essi laici che consacrati. Assecondando questa prospettiva, abbiamo scelto di promuovere modelli organizzativi funzionali, sulla crescita delle competenze: sapere, saper essere, saper fare, saper stare con (Es. Uff. Catechistico Nazionale, Incontriamo Gesù. Annuncio e catechesi in Italia, n.82). La synodalship non si fonda sulle competenze. Si fonda sulla riscoperta di un discepolato vivo (essere innestati in Cristo) e di un apostolato attivo (essere in uscita), all’interno di una comunità concreta, reale. La formazione, quindi, cura di più il riconoscimento dei talenti personali, la purificazione personale dalle tendenze egoistiche e autoreferenziali, la consapevolezza del tempo che stiamo vivendo e del proprio sacerdozio universale, l’assumere una nuova postura pastorale in stile sinodale e missionaria. Ma soprattutto, riconoscere che la vera formazione avviene durante un’esperienza e non prima. Nel rinarrare, cioè, e risignificare insieme ad altre persone, quanto si sta sperimentando all’interno di un nuovo setting comunitario.