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Per una Quaresima impertinente

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Tempo di lettura: 7 minuti

NON COME TEMPO DI MORTIFICAZIONE MA DI LIBERAZIONE

Stefano Bucci, Fabrizio Carletti

Desideriamo introdurci alla Quaresima offrendo alcuni spunti pastorali, insieme ad alcune considerazioni volutamente provocatorie. Affondi visionari – non osiamo chiamarli profetici – per augurare a tutti di vivere un tempo scomodo, che scandalizzi, che ci sorprenda e ci costringa a perdere il controllo sulle situazioni, le sicurezze accumulate. Che ci porto a metterci in ricerca non da soli ma, attraverso lo Spirito, insieme alle comunità in cui operiamo.

Un tempo che di per sé non vuole fornire risposte, ma aprirci a domande generative, domande da abitare in questi quaranta giorni. Non sono le risposte che attivano conversioni, ma le domande vere, autentiche. Non sono ‘il come’ o ‘il cosa’ che smuovono: questi ambiti ci mettono seduti a problematizzare e ci fanno sentire schiacciati. È ‘il perché’, oppure ‘il come sarebbe se’, che diviene domanda generativa di ogni spirito narrativo come descriveva bene Ricoeur nel suo saggio Tempo e racconto: l’azione metaforico-simbolica rompe la referenza descrittiva liberando un potere radicale che racconta il nostro essere-nel-mondo; si genera un’impertinenza, ma questa si realizza e raggiunge una portata ontologica (conversione profonda dell’essere) solo se si metaforizza lo stesso verbo essere e ci si percepisce come un essere-come o un vedere-come, dilatando la nostra esistenza. “È proprio alle opere di finzione che noi dobbiamo in gran parte la dilatazione del nostro orizzonte di esistenza. Le opere letterarie rappresentano la realtà accrescendola di tutti i significati grazie alla capacità di abbreviazione, di saturazione, culminazione mirabilmente illustrate dalla costruzione dell’intrigo”.

TRE SEGNI D’IMPERTINENZA SPIRITUALE

La Quaresima, tempo che chiede di attraversare il buio dell’esistenza per giungere rinnovati alla luce della Risurrezione, è caratterizzata per la tradizione cristiana da tre grandi ‘segni’ o ‘pratiche di conversione’: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Queste pratiche, come indicato da Gesù nel discorso della montagna (Mt 6,1-18), rivestono una duplice funzione: da un lato sono condizioni che favoriscono un processo di cambiamento profondo, dall’altro sono espressione tangibile di questa trasformazione che non è soltanto frutto dell’impegno personale, ma trova la sua sorgente nel Padre.

Questi tre ‘segni’ non sono importanti soltanto per il singolo fedele in cammino di conversione, ma possiedono una valenza che potremmo definire ‘pastorale’ valida perciò per la comunità cristiana. Sono per noi tre movimenti da cui lasciarsi interrogare, tre segni d’impertinenza spirituale in grado di dilatare la nostra esistenza. La Quaresima non è un tempo di mortificazione, ma di dilatazione, di liberazione da una morte che è avvenuta, ma che non abbiamo ancora elaborato. Un’epoca è morta, un modello di Chiesa è morto, un cristianesimo e le sue forme sono morte. Liberiamoci da quella ‘puzza’ che, se non percepita, è indice di morte interiore. Ecco il potere dell’impertinenza che ci può dare un soprassalto: come un debrifillatore che rianima un cuore ‘lento e sopito’ (l’espressione che Luca usa per descrivere il cuore dei due di Emmaus) per aiutarci a risorgere e vivere il nuovo che è già qui.

L’ELEMOSINA PASTORALE

Una caratteristica della pratica dell’elemosina descritta da Gesù è la segretezza del gesto di carità. L’efficacia di questa pratica è legata direttamente alla capacità di decentrarsi e di agire nel segreto dando così all’altro il posto principale.

Dal punto di vista pastorale questo può significare operare un sano decentramento dai nostri poli pastorali: dalle Curie, dalle parrocchie, dalle sedi centrali, per dare ‘segretamente’ alle comunità cristiane disseminate nei territori la possibilità di crescere nella libertà.

Se prima i motori che facevano funzionare la macchina diocesana o parrocchiale erano al centro, si tratta ora di far sì che si sviluppino esperienze semi-spontanee, diffuse tra le case e nei luoghi di vita ordinaria delle persone.

Perché non accettare lo scandalo o l’impertinenza di ridurre a soli tre o quattro gli uffici di una Diocesi? Lo scandalo di smettere di usare termini come Direttore, collaboratore, Ufficio? Se sono chiamato ad animare e sviluppare il territorio quanto sono utili queste espressioni e i modelli che vi sono dietro? Quanto è illusorio aver diviso gli uffici in aree mantenendone però la stessa configurazione di prima e generando solo più malessere e giudizi? Quanto è illusorio cambiare per non cambiare? Come sarebbe una curia composta da solo 4 aree dell’umano (solo a titolo di esempio, generatività, fragilità, responsabilità, bellezza… perché non pensiamo ci sia un modello valido per tutti) in cui innestare il DNA dell’agire divino/pastorale (liturgia, carità e annuncio)? Perché se voglio riscattare una persona non basta la carità ma mi serve tutto il DNA. Dividere ciò che deve essere unito per sua natura genera le patologie pastorali che sono sotto i nostri occhi. E come sarebbe se dentro ogni area invece di un direttore avessimo un referente/responsabile per la liturgia, uno per la carità e uno per l’annuncio dentro un gioco trinitario, relazionale, di reciprocità?

Certo questa prospettiva richiede la decisione ferma e fiduciosa di ‘perdere il controllo’, rinunciando alla stabilità delle strutture e dei programmi. Ma forse apre qualche spazio a quella segretezza tanto amata dal Padre, che preferisce la gratuità e la libertà del dono.

PREGHIERA PASTORALE

Il Signore Gesù invita a ritrovare un’intimità profonda nella preghiera e a non disperdersi in molte parole andando dritti all’essenziale. La preghiera è legame intimo con il Padre che, da fratelli e sorelle, i cristiani curano come sorgente del loro essere e del loro agire.

Pastoralmente questa ‘intimità perduta’ rappresenta uno stile che rende feconda la preghiera e le relazioni comunitarie. Significa innanzi tutto rimettere al centro la cura per la crescita di ogni battezzato, facendo sì che tutte le energie contribuiscano alla riscoperta di questo dono per la vita di ciascuna persona.

Significa ancora rendere più ‘calde’ le nostre comunità offrendo un contesto vitale adeguato al dinamismo battesimale di ogni persona, vincendo l’anonimato, l’elitarismo e l’indifferenza che a volte si insinua nelle routine della vita comunitaria.

Si tratta di mettere al primo posto le relazioni trascurando tutto quello che non va in questa direzione, ma che costituisce un fattore di pura amministrazione. Saper recuperare la dimensione trinitaria. Forse abbiamo esaltato troppo in questi decenni il principio dell’incarnazione rispetto a quello trinitario? Forse il primo era ben più accetto alla cultura Occidentale individuale e del self made man? Forse questo ci ha portato a mettere in secondo piano la dimensione narrativa-relazionale dell’esperienza spirituale?

Abbiamo usato a lungo termini come ‘lontani’ e ‘vicini’ senza essere consapevoli che l’uso di queste categorie per fissava una distanza dalla parrocchia e non da Cristo, pensando che la parrocchia fosse il centro. Forse dovremmo cambiare categorie? Perché lontani e vicini? Non potremmo parlare di ‘caldi’ e ‘freddi’ e riconoscere che uno Zaccheo era un ‘lontano caldo’, e che molti operatori (il termine dice tutto!) sono vicini freddi o tiepidi?

Abbiamo ancora una visione funzionale e spaziale (controllo e gestione) del territorio. Nella nostra testa abbiamo sempre l’idea di un centro. La parrocchia è un centro dal quale si emanano delle azioni. Perché? Un centro pulsante che dà senso al resto o un punto in cui convergere e comunque verso il quale affluire. Perché? E se non fosse un centro, ma un insieme di nodi? In un’epoca liquida forse non basta un centro quanto una rete di nodi e ogni nodo è un centro, uno spazio di senso che contiene il tutto trinitario.

Le metafore forse non reggono più. Pensare la Chiesa come un corpo in un tempo dinamico e fluido sarebbe pura ideologia: una visione organicistica che è oramai superata in tutti i contesti umani. Non è ‘mattone su mattone’ che si edifica una grande comunità, per rifare il verso ad una canzone di anni addietro. Non è la vicinanza fisica che genera appartenenza e comunità.

A volte ci dicono che un’azione più calda e relazionale produrrebbe comunità elitarie. Forse non ci accorgiamo che proprio le nostre parrocchie oggi sono puramente elitarie? Perché, ad esempio, in un contesto parrocchiale di 5000 abitanti solo una piccolissima parte si sente parte e vive un’appartenenza significativa con la comunità?

In una comunità ‘calda’ anche un non credente o una persona in ricerca di senso può trovare uno spazio fecondo di vitalità. Nel calore di relazioni autentiche si crea lo spazio per vivere un discernimento e ci dispone maggiormente ad apprendere la novità del Vangelo.

DIGIUNO PASTORALE

Da ultimo occorre fare spazio. Il digiuno pastorale è liberazione da tutto ciò che ingombra e ostacola l’azione imprevedibile dello Spirito. Si tratta di sfoltire la saturazione delle agende pastorali per lasciare spazio a ciò che ancora non si comprende o non si riesce a vedere.

Ci sono alcune attività che oggi, anche a causa dell’emergenza pandemica in atto, non sono più significative o non producono più i frutti sperati. Esse provocano pesantezza e causano grande dispendio di energie.

Se desideriamo che le cose cambino davvero, se vogliamo ritrovare un nuovo entusiasmo per la missione evangelizzatrice, è necessario sperimentare nuove esperienze pastorali e liberare nuove energie.

Per chi guida una comunità è necessario oggi trovare il coraggio di non compilare l’agenda da settembre a giugno, di saper lasciare ed essere disposti a perdere. Il nostro tempo non è fatto per compiere con prudenza passetti graduali e lineari, ma oggi serve una discontinuità generativa. Quanto è sapienziale oggi un cammino lento e graduale? Forse andava bene in un contesto stabile. Nel contesto presente, più che procedere per progettazioni, non è forse più opportuno agire per piccole sperimentazioni che facciano respirare il nuovo, accettando l’errore nella ricerca del meglio e non nella gestione del sopportabile?

Ma soprattutto è fondamentale lasciare qualcosa. È la dinamica della Pasqua: per risorgere a nuova luce è necessario passare attraverso il buio del sepolcro. Per un vero rinnovamento ecclesiale è indispensabile lasciare da parte il vecchio paradigma pastorale che oggi non è più efficace.

AUGURI PER UNA QUARESIMA PASQUALE

Come Centro Studi auguriamo a tutte le comunità di vivere questo tempo come ‘Quaresima pastoralmente pasquale’, non come tempo di mortificazione ma di liberazione, tentando di vivere quelle condizioni di conversione che sono già segno di quella novità che lo Spirito sta introducendo nella Chiesa: decentrandosi senza la paura di perdere il controllo, ritrovando intimità e calore nell’esperienza comunitaria e facendo spazio per sperimentare nuovi paradigmi pastorali capaci di testimoniare agli uomini e alle donne del nostro tempo la bellezza del Vangelo.