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Fare oratorio dopo l’oratorio

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Tempo di lettura: 5 minuti

‘Di sentiero in sentiero’, oltre il tracciato

Riflessione e rilancio sul tema oratoriano, alla luce della presentazione del testo “Di sentiero in sentiero. L’oratorio secondo Carlo Maria Martini nella rilettura di don Sergio Gianelli”, promosso dalla Fondazione Oratori Milanesi (FOM), dove sono presenti anche alcuni passaggi e un’intervista dell’autore di questo articolo.

È possibile mettere il ‘vino nuovo’ oratoriano in ‘nuovi otri’ oratoriani?

A ben vedere, più che possibile ciò sembrerebbe doveroso, specie alla luce del motto evangelico: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri; ma il vino nuovo va messo in otri nuovi!». (Mc 2, 22).

Fuor di metafora, è illusorio e mistificante per l’oratorio – nelle varie declinazioni (patronato, circolo, associazione…) assunte nelle diverse realtà diocesane – pretendere di aggiornare iniziative e programmi senza dare all’oratorio stesso una nuova forma, un diverso paradigma, ovvero una nuova forma e visione.

Coniugare vino nuovo e otri nuovi è – da sempre – la sfida dell’oratorio, e più in generale della pastorale giovanile, che proprio su questo aspetto vive ormai da anni la sua crisi più drammatica. Un rapporto, quello tra vino e otri, fondamentale e decisivo, dal momento che l’oratorio è insieme sia vino che otre, sostanza e forma, proposta e metodo.

Eppure la cosa non è affatto scontata: è frequente la pretesa di aggiornare l’oratorio senza cambiare l’oratorio. Ci si ostina a voler travasare o richiedere progetti educativi, anche innovativi, senza modificare il modello di riferimento, la forma ed il sistema ‘oratorio’. Facile immaginarne l’esito: quanti otri oratoriani negli ultimi decenni sono già scoppiati sotto la spinta del vino giovane, e quanto nuovo vino della vigna oratoriana si è sprecato per la mancanza di recipienti adeguati!

SENTIERO APRE SENTIERI

Sarebbe forse da domandarsi, a questo punto, se questa delicata operazione sia davvero possibile, se ci siano esempi al riguardo, o non invece vada sempre a finire come la volpe con l’uva della nota favola.

La risposta, per fortuna, è affermativa. Sì, ci sono esempi ed esperienze nelle quali si è stati in grado di mettere il vino novello della sempre mutevole condizione giovanile, vino vivace, acerbo, dirompente ed inebriante, in forme altrettanto dinamiche (il nuovo ‘otre’), rileggendo la proposta oratoriana in un nuovo paradigma di riferimento che evitasse ‘l’oratorio è questo, si è sempre fatto così’ …

La conferma viene dal testo appena pubblicato “Di sentiero in sentiero. L’oratorio secondo Carlo Maria Martini nella rilettura di don Sergio Gianelli”, promosso dalla Fondazione Oratori Milanesi (FOM), curato da Samuele Cattaneo, di professione direttore di palco in Rai, ma soprattutto oratoriano doc e testimone di quanto contenuto nel libro.  

Attraverso significativi scritti e riflessioni il libro propone uno stimolante dialogo tra il cardinal Martini (arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002) e don Sergio Gianelli (direttore della FOM dal 1983 al ’94, scomparso nel 2021) sui principali temi e sfide oratoriane: la costruzione della comunità educativa e la formazione dei formatori; l’esigenza di una progettualità qualificata; lo stile dell’animazione ed il metodo della partecipazione corresponsabile; la valenza missionaria dell’oratorio nel suo rapporto con la ‘strada’; la necessaria crescita nella coeducazione; l’impegno profetico sul tema ecologico e l’educazione alla pace; il superamento del ‘campanilismo’ e l’apertura alla multiculturalità giovanile. 

Agli interventi di Martini e Gianelli fanno eco, per ciascun aspetto, le testimonianze sotto forma di intervista ad (ex) oratoriani o esperti, così da rendere il dialogo un confronto corale, nel migliore stile oratoriano.

Tra le dodici interviste citiamo in particolare quella a mons. Domenico Sigalini,in quegli anni collaboratore tra i più qualificati degli oratori ambrosiani, prima di essere chiamato a dirigere l’ufficio nazionale Cei di pastorale giovanile, che rilegge a posteriori l’intuizione, da lui coniata all’epoca, di oratorio quale ‘ponte tra strada e Chiesa.

“SI… PUO’… FARE!”

Tutti questi contributi consentono, nel loro insieme, di evidenziare ed apprezzare il positivo cambio di passo oratoriano degli anni ’80 del secolo scorso: un processo non solo di aggiornamento ma tras-formativo, che avrà il suo momento di sintesi e ripartenza con il convegno diocesano ‘Progetto Oratorio: storia, realtà, profezia’ del 1987, con il diretto coinvolgimento del card. Martini e di don Gianelli, oltre che molti degli intervistati.

La fertile disponibilità di quegli anni ad accogliere criticamente ma coraggiosamente il cambiamento rese possibile travasare il ‘vino nuovo’ – la nuova sensibilità giovanile ed ecclesiale innescata dalla rivoluzione sessantottina e prima ancora dal Concilio – in nuovi ‘otri’, ovvero nuovi modelli e forme d’oratorio.

In questo senso, il vino nuovo dello stile dell’animazione e la centralità del ‘gruppo’, si accompagnava ai nuovi modelli (‘otri’) di partecipazione sorti in quegli anni, come la creazione dei consigli di oratorio che in quegli anni prendono avvio.

Il vino nuovo della coeducazione superava (in modo spesso spontaneo) il precedente paradigma della distinzione tra oratori maschili e femminili a favore del nuovo ‘otre’ dell’oratorio ‘misto’, prima, quindi ‘unitario’, ed infine ‘unico’.

Il vino nuovo dei ‘grandi giochi a tema’ all’origine del rilancio dell’oratorio estivo chiedeva di andare oltre il semplice modello ricreativo o parascolastico (i ‘compiti delle vacanze’).

Il vino nuovo generato dalla centralità assegnata al ‘gruppo’ ed alle sue dinamiche implicava un drastico ripensamento delle forme e percorsi di fede, ben diversi dal classico ‘otre’-modello degli incontri di catechismo.

Il vino nuovo dell’apertura alle esperienze giovanili di altri paesi europei si accompagna al nuovo ‘otre’ degli incontri, al modello ‘rete’, abbandonando il modello ‘cortile-portico-campetto’, ovvero la rassicurante auto referenzialità campanilistica, la ricerca dell’autosufficienza di cui gli oratori andavano fieri.

“C’E’ CHE ORMAI CHE HO IMPARATO A SOGNARE NON SMETTERO'”

Ecco allora il messaggio forse più importante che ‘Di sentiero in sentiero’ ci consegna, ovvero – come ben ci sollecita il curatore Samuele Cattaneo – l’impegno e la responsabilità di non smettere di ricercare percorsi nuovi: “quei sentieri che introducono i boscaioli e i taglialegna nelle foreste e qui vi si perdono lentamente, non perché la strada sia sbarrata, ma perché una volta introdotti nella foresta questi svaniscono e la strada va ricercata, abbandonata, ripresa, cambiata, intersecata con altri sentieri senza l’ansia di perdersi né di essere obbligati a ripercorrere sentieri già battuti” (p.172).

L’oratorio non nasce per diventare enoteca di vini pastorali pregiati e tantomeno a lunga conservazione. La vocazione ed il compito dell’oratorio è quella di sintonizzare l’annuncio evangelico sulla lunghezza d’onda delle nuove generazioni attraverso forme e modelli altrettanto sintonici con i destinatari.

Oggi è nuovamente il tempo, ed anche oggi è possibile, di travasare il nuovo vino oratoriano in un nuovo otre oratoriano, senza nostalgie, senza appelli strumentali alla ‘tradizione oratoriana’, ma guardando profeticamente al futuro

Analogamente a quanto afferma Papa Francesco quando ricorda che ‘non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambio d’epoca’, non si tratta di gestire un oratorio che cambia ma accogliere la prospettiva di un cambio di oratorio.

Stanno per fortuna crescendo gli oratori determinati ad andare oltre i sentieri tracciati, disponibili a ‘sognare’, al di là del pur necessario progettare. Sognare è più che progettare e i sogni non si progettano, perché il progetto non può cambiare il paradigma, perché ne è parte.

Come Centro Studi Missione Emmaus ne stiamo accompagnando diversi, sapendo che si tratta di ‘arrampicare’ insieme, aprire nuove vie, lasciarsi andare senza farsi prendere dalle vertigini.

E, come dice la canzone, “c’è che ormai che ho imparato a sognare, non smetterò”