IL ‘CIGNO NERO’ NELLA CHIESA – Quale Pastorale di fronte all’inimmaginabile e ad un mondo che finisce?

IL ‘CIGNO NERO’ NELLA CHIESA – Quale Pastorale di fronte all’inimmaginabile e ad un mondo che finisce?

“Chi non ha mai peccato è meno affidabile di chi ha peccato almeno una volta” (N.Taleb)

 

L’epidemia di coronavirus è stata giustamente associata al concetto di ‘cigno nero’, una espressione coniata per descrivere un evento raro e imprevedibile che non rientra nel campo delle normali aspettative umane.

I cigni neri ci costringono a prendere atto della nostra fragilità, di come l’improbabile governa le nostre esistenze: più pianifichiamo usando piccoli margini di incertezza, più ci esponiamo ad eventi imprevedibili che potrebbero sconvolgere i nostri piani. È la lezione che stiamo drammaticamente vivendo in questi giorni. Altra caratteristica dei ‘cigni neri’ è quella di trascendere la nostra capacità di dare un senso immediato alle cose che accadono durante il suo manifestarsi.  Ci fanno scoprire, oltre che fragili, privi di mappe attendibili, disorientati e incerti sul da farsi.

 

CHIESA E ‘CIGNO NERO’

La Chiesa, considerata nel suo versante terreno e istituzionale, non è preparata ai ‘cigni neri’, analogamente alla gran parte delle realtà organizzate. La cosa è comprensibile ma per lo meno curiosa dal momento che l’origine della Chiesa può essere considerata a sua volta un ‘cigno nero’: un evento capace di sconvolgere le vite, cambiare le percezioni, far collassare a volte interi sistemi politici, intere economie, come accadde all’impero romano ed alle religioni dominanti dell’epoca.

L’impressione, in queste prime settimane di emergenza, è invece quella di una Chiesa investita e oltremodo condizionata da questo ‘cigno nero’, una Chiesa messa sulla difensiva che ha reagito chiudendosi ed in qualche misura autoisolandosi.

In sintesi, grande senso di responsabilità civile e nel contempo diffusa carenza di discernimento.

Per un verso, di fronte all’emergenza coronavirus le autorità ecclesiastiche hanno reagito con estrema prontezza, adeguandosi immediatamente alle disposizioni degli organi di governo, con grande reattività organizzativa. Gli aspetti più evidenti sono l’immediata sospensione delle abituali celebrazioni liturgiche, degli incontri e di ogni occasione di vita comunitaria, la rivisitazione dei funerali, dei matrimoni e immaginiamo anche degli altri sacramenti (ad eccezione della confessione, ‘autosospesasi’ da tempo).

Per contro, nessuna (che si sappia) negoziazione, nessun tentativo di inserire la visita in chiesa, ad esempio, tra le ragioni serie (come il lavoro, la spesa, il fitness, la passeggiata col cane …) meritevoli di deroga dallo stare in casa.

 

UNA CHIESA SOTTO LA ‘LEGGE’?

Insomma, il ‘cigno nero coronavirus’ sembra aver prodotto nella Chiesa un rigurgito di decisionismo verticista, una dinamica (forse comprensibile data l’emergenza e l’urgenza) che esalta gli aspetti di leadership dei pastori, ma finisce per mortificare il ruolo ed il sensus fidei del popolo di Dio, della comunità cristiana. Quanti organismi di partecipazione (consigli pastorali, …) sono stati interpellati e coinvolti, e come? Quale spazio si è lasciato al discernimento, così spesso invocato e sollecitato?

Siamo sicuri che alla lodevole sensibilità verso i pericoli di contaminazione reciproca ed all’attenzione ai comportamenti che segnano il confine tra il ‘puro’ (il ‘salvato’) e l’‘impuro’ (il ‘perduto’), abbia corrisposto una almeno altrettanta attenzione alla misericordia e al farsi prossimi?

Come si sta cercando di coniugare a livello di prassi spirituali e pastorali il paradosso per cui la massima vicinanza corrisponde allo stare a distanza?

Per chi ha sensibilità con la Scrittura è inoltre significativa l’enfasi sulla esigenza di ‘lavarsi le mani’ ed anche di più (fino ai gomiti, per gli ebrei ortodossi descritti nei Vangeli): non può non richiamare i comportamenti legalistici dei farisei sui rituali di purificazione, i precetti e le azioni prescritte dalla Legge (appunto). E non possono non venire alla mente quelle sei giare (ognuna da circa 600 litri) di Cana rimaste vuote, che una volta riempite ‘fino all’orlo’ avrebbero contenuto non acqua per lavaggi rituali ma ‘acqua’ che all’assaggio fa gustare il vino dell’Alleanza. Un altro ‘cigno nero’ potremmo dire, aspetto in cui Gesù era specialista ….

La chiesa sembra aver (fino ad ora) reagito al coronavirus con l’obbedienza ‘senza se e senza ma’ alla legge, alle autorità politiche e scientifiche. Le chiese, luogo del sacro per definizione, subito praticamente chiuse con zelante atto unilaterale delle autorità ecclesiastiche, tornate quindi ‘socchiuse’ ai fedeli solo grazie ad un successivo intervento correttivo del Papa, avendo intuito la portata autolesionista della decisione.

Sembra quasi che la chiesa, al di là del doveroso grande senso di responsabilità e attenzione alla vita, abbia voluto fare la ’prima della classe’, la migliore ‘bella figura’ nei confronti delle autorità. Come un bambino agli occhi dell’insegnante.

 

PASTORALE BATTI UN COLPO!

Come leggere questo atteggiamento? La questione – ci rendiamo ben conto – è delicata. Per certi versi potrebbe essere letta come l’ennesima deriva dell’istituzione chiesa come ‘religione di stato’, una azione volta ad accreditarsi come realtà leale e affidabile nel contribuire al ‘bene comune’ (definito da altri, però). Più che un gesto di dialogo con il mondo sembra essere stata una concessione alla mondanizzazione. Niente letture critiche, niente distinguo, niente ‘Diogneto’, niente profezia. Piuttosto allineamento con la paura sociale, l’isolamento precauzionale.

Subire semplicemente la mondanizzazione è cosa ben diversa dal coglierne criticamente, invece, le opportunità che essa porta con sé. Non si tratta infatti di vagheggiare un passato che non torna e nemmeno arrendersi di fronte alla situazione attuale.

Manca a nostro avviso in tutto questo la voce della pastorale. Prendiamo due momenti chiave dell’esistenza cristiana come l’eucarestia e il funerale, la vita e la morte e la fede nella resurrezione che accomuna entrambi i momenti.

Come è possibile rinunciare da un giorno all’altro a celebrare un funerale in modo così asettico e impersonale, senza provare ad immaginare forme di prossimità e presenza alternative ma non passive? Assecondare la negazione di un aspetto antropologicamente costitutivo quale il culto dei morti? La civiltà inizia con la sepoltura dei cadaveri, che è il segno della fiducia in una vita ultraterrena.

Come è possibile rinunciare all’espressione comunitaria della celebrazione eucaristica, il momento culmine in cui la Chiesa fatta di volti, di storie, di persone concrete, che il Signore, grazie appunto all’eucaristia, costituisce come suo corpo ‘storico’.

Alcuni ritengono che si rasenti lo scandalo, ingenerando involontariamente il pensiero, da respingere totalmente per ovvi motivi, che dei riti e dei sacramenti se ne possa fare a meno.

La pastorale sta mancando l’occasione di essere creativa, di partire dalle ferite prodotte dall’emergenza per trasformarle in feritoie di Grazia.

Sappiamo che ogni crisi è generativa, che in essa trapela la profezia che da vero fondamento alla speranza. Altrimenti lasciamo che la speranza sia l’esito di modelli probabilistici elaborati su dati incerti: poco più di un vaticinio pagano!

Le scelte di autoisolamento a livello comunitario stanno facendo fiorire in questi giorni una serie di iniziative ‘a distanza’, lo sviluppo di una spiritualità via streaming nemmeno immaginabile prima.

È possibile che l’iniziativa pastorale si riduca alla accensione ad ore prestabilite di una candela domestica oppure alla indicazione di continuare a suonare le campane per sentirsi comunità? Oppure ancora alla condivisione via streaming di qualche video diocesano? È sufficiente alimentare o favorire proposte di preghiera dal sapore devozionalistico?

È possibile d’altro canto che la pastorale possa elaborare una ‘agenda’ alternativa, che sappia pensare e praticare una “terza via”, una “nuova via”, tra la semplice chiusura e l’attesa della riapertura come prima?

 

Il ‘cigno nero’ che sta accadendo nella Chiesa mette in guardia la pastorale contro i pericoli di una pianificazione troppo rigida e non attenta ai cambiamenti che stanno avvenendo intorno a noi.

L’esito è una sorta di imprevedibile epifania del fallimento e contemporaneamente della speranza: sorprende, costringe a volte a cambiare la visione delle cose, scardina le certezze o i pregiudizi. Vale anche per la pastorale, ci auguriamo.

‘Andrà tutto bene’, ci diciamo e speriamo. Ma è certo che ‘andrà tutto diverso’, e di questo ne siamo sicuri!