LA CHIESA ITALIANA DOPO IL CORONAVIRUS

LA CHIESA ITALIANA DOPO IL CORONAVIRUS

Quale Chiesa si potrà pensare dopo l’emergenza che stiamo vivendo? Porci questa domanda ci aiuta a riflettere su come oggi stiamo sperimentando questa situazione critica, se come un’opportunità di cambiamento oppure come un limite ad un agire reattivo.

Il rischio è di essere come un tamarisco nella steppa (Ger 17, 6): di fronte ad una crisi cadere nella tentazione di cercare risposte in se stessi, fare affidamento sulle proprie certezze, modelli, schemi. E questo amplierà l’isolamento, l’infecondità (dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere) ma soprattutto “non vedrà venire il bene”! Non si avrà sguardo profetico, non si saprà discernere!

Il problema è il dopo. Dopo questa fase torneremo come prima? E se sì, quali dubbi resteranno comunque imprigionati nel profondo del nostro essere Chiesa? Cosa avremo appreso?

Se torneremo come prima avremo perso un’altra opportunità, un altro tempo opportuno. Per cui non emergerà un’opportunità e una nuova creatività pastorale ma solo un vissuto di disagio e adattamento. Come per il tamarisco, che si lascia modellare dal mondo circostante!

Oppure avremo appreso qualcosa che andrà a modificare il nostro agire pastorale? Sì, siamo una chiesa in uscita, missionaria, ma sappiamo vedere arrivare il bene? Manteniamo una tensione profetica?

CI SARA’ ANCORA UNA CHIESA DOMANI?

La percezione, assistendo a quanto si sta facendo (messe in streaming, sussidi per le famiglie, meditazioni, rosari online, appelli, rassicurazioni, divieti), è che non si stia cogliendo un’opportunità per la Chiesa di prendere atto della fine di un modello di cristianesimo per aprirsi ad una realtà già in essere, ma che non si vuole e non si sa riconoscere-interpretare-agire.

La possibilità di recuperare la dimensione domestica della fede non viene colta ridando centralità al Tempio. Una creatività pastorale nell’esprimere la propria fede attraverso gesti e simboli rinnovati in grado di aprire lo sguardo alla novità del Vangelo oggi è schiacciata dal primato della Legge.

Si potrebbe obiettare che non ci sono oggi le condizioni per mettere in atto questi passaggi: se non forniamo dei sussidi già pronti, del materiale di prima necessità e consumo immediato, i nostri laici non sono in grado di fare da soli. Sarebbe già questa un’ammissione importante che comporta però una assunzione di responsabilità enorme e conferma ancora di più i modelli latenti di Chiesa che vanno al di là delle belle parole in uso nella pastorale odierna.

Ci sarà quindi ancora una Chiesa in futuro? Avremo una Chiesa che come albero piantato lungo corsi d’acqua stende le sue radici verso la corrente e non teme, non si dà pena e non smette di produrre frutti? Sì, se avremo avuto fiducia nel Signore. Se sapremo cioè uscire dalle nostre sicurezze mortifere, se sapremo lasciare “ciò che non è più”, vivendo in una idea rassicurante e non nella realtà, se smetteremo di salvare noi stessi.

Tutti desideriamo guarire non solo dal Coronavirus e da altri virus che attaccano il nostro corpo ecclesiale, ma abbiamo paura di affrontare la cura, quella che diventa un esercizio terapeutico per evangelizzare i nostri bisogni di bellezza, di guarigione e di grazia.

Per fare questo passaggio è necessario uno sguardo nuovo, nuove chiavi di lettura, che cercheremo di condividere e fornire nei prossimi articoli.