CHIESA IMMOBILE O IN VIAGGIO?

CHIESA IMMOBILE O IN VIAGGIO?

La Chiesa è immobile e paralizzata dalle sfide che sta affrontando oppure la irreversibile uscita dall’epoca di cristianità la stimola a rimettersi in viaggio? Segnali, conferme e smentite non mancano né dall’una come dall’altra parte, facendo propendere ora l’ottimismo ora lo sconforto.

Certamente il rapido cambiamento complessivo porta con sé disorientamento ed opportunità.

Come affrontare la situazione? Due recenti libri di due autori molto diversi (benchè entrambi bergamaschi) rendono bene le due posizioni e possono aiutare nel provare a tracciare una rotta, seppur incompleta e provvisoria. Il primo è il testo di Marco Marzano, sociologo, “La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata”; il secondo è scritto da Giuliano Zanchi, sacerdote e teologo, “Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà”.

L’equilibrio supera il cambiamento?

La tesi di Marzano è che il vero capolavoro di Papa Francesco consiste – per il sociologo – nell’aver fatto passare per rivoluzionari un insieme di cambiamenti del tutto marginali ai limiti dell’irrilevanza, normali e del tutto prevedibili evoluzioni della strategia complessiva della gerarchia cattolica.

La Chiesa sarebbe dunque in una situazione di sostanziale immobilismo, non solo subìto ma in qualche modo cercato e coltivato quale esito del maggior livello di equilibrio e continuità possibile rispetto ai cambiamenti epocali che la interpellano e scuotono.

L’analisi condotta da Marzano considera la Chiesa sotto l’aspetto strutturale, ovvero quello della macchina ecclesiastica (prassi politiche, religiose, culturali e normative) che per le sue caratteristiche è assimilabile ad una grande organizzazione ad impronta burocratica.

Aldilà delle intenzioni e delle effettive possibilità, la Chiesa cattolica sarebbe pertanto tendenzialmente rigida e inadatta a produrre il cambiamento, incapace di autoriformarsi ma viceversa estremamente determinata ad auto perpetuarsi mantenendo lo status quo immutato il più lungo possibile. In questo contesto riformare davvero l’azione ecclesiale sarebbe un’impresa rischiosissima in quanto minaccia un equilibrio molto stabile e duraturo.

Al posto di affrontare il tema della secolarizzazione e della sempre minor rilevanza del cristianesimo, l’articolazione e la cultura organizzativa fortemente centralizzate della Chiesa, il ruolo assegnato alle donne nella vita della Chiesa, il celibato obbligatorio del clero e i mutamenti nella dottrina morale e familiare, Francesco avrebbe distratto l’attenzione di chi preme per il cambiamento indirizzandola – per il sociologo – verso altri aspetti assai meno problematici per l’istituzione Chiesa.

Esempi di queste distrazioni sono l’apparente contestazione del capitalismo, lo sviluppo e l’enfasi di buoni rapporti con altre confessioni religiose, l’impegno ecologico verso la salvaguardia del pianeta. Niente a che fare, a ben vedere, con il cambiamento della selva di regole e di norme che richiederebbero per essere mutate un attento confronto e riflessione teologica e dottrinale.

 

La ‘spinta della storia’, che storia è questa?

Sull’altro versante, Giuliano Zanchi in “Rimessi in viaggio” propone un ribaltamento nell’approccio, evidenziando come sia necessario partire, più che dei vertici, dalla realtà del popolo di Dio.

Ci si è resi finalmente conto che “la storia ha sorpreso il cristianesimo e il popolo di Dio in uno di quei tornanti in cui l’assetto pastorale della vita cristiana è giunto all’esaurimento di uno dei suoi storici paradigmi”, quello della cristianità maggioritaria e totalizzante.

Un popolo, i cristiani, rimessi di nuovo per strada dopo che per tanto tempo si si era convinto di abitare un mondo immutabile: “la storia ha rimesso in viaggio il cristiano in compagnia di una umanità irrequieta che con coraggio continua cercare sé stessa”. Certo, essere stati spinti a muoversi non significa altro che aver mosso dei passi: come nel brano di Emmaus, sembra essere più un allontanarsi – forse fuggendo – da una situazione che si vive con gravi difficoltà ma senza che oggi il popolo di Dio abbia oggi vera coscienza delle cause che lo rendono per certi versi straniero nel nostro tempo. Non a caso si parla di ‘immagini da una Chiesa che verrà’.

Diversamente dal precedente autore, Zanchi legge l’azione e la personalità di Francesco quali fattori dinamizzanti e nel contempo rassicuranti: non il miglior equilibrio ma il maggior cambiamento possibile. Il suo mostrarsi semplice e audace ha avuto un effetto liberatorio, un vero senso di sollievo: in molti hanno sentito una finestra spalancarsi improvvisamente e un’aria nuova iniziare a circolare. Va tuttavia segnalato – riconosce il teologo – come Francesco, forse suo malgrado, abbia finito per svelare che la stoffa della Chiesa è più logora di quanto si potesse immaginare, con il rischio che ogni rammendo non faccia altro che aprire un ulteriore strappo su qualsiasi cosa.

 

Dal presentare progetti al curare processi

È sempre più evidente che il compito pastorale chiama a urgenze che non si possono più rimandare, rimettendoci appunto in cammino.

Il rimettersi in viaggio sulle strade di una storia da vivere chiede che le concrete pratiche della cura pastorale abbiano bisogno di essere creativamente ripensate.

Operare un reale cambiamento all’interno dei modelli e delle prassi pastorali comporta, come si accennava, un cambio di paradigma, nella fattispecie del passare dall’enfasi sui ‘progetti’ alla cura dei ‘processi’: i primi sono costruiti avendo in mente i risultati che si desidera ottenere, i secondi hanno come criterio di verifica la qualità delle relazioni e dei legami prodotti.

La mentalità progettuale la ritroviamo nei tanti documenti pastorali frutto di una commissione o di un sinodo diocesano: dettare le linee guida, aspettandosi poi che queste vengano attuate, affidandosi alla buona volontà dei singoli, convinti che basti descrivere e programmare per realizzare. Invece è attraverso la cura del processo che un’organizzazione genera valore: in ambito ecclesiale, è la capacità di essere generativi, di evangelizzare con maggiore efficacia e bellezza, di essere significativi e attrattivi, di ampliare la comunione.

Il processo rappresenta piuttosto il ‘come’ noi tendiamo e vogliamo raggiungere un obiettivo. Non è il ‘cosa’. Come la sinodalità non si può ridurre ad un principio, ad un valore, o ad un semplice stile, agire per e sui processi non consiste in un semplice cambiamento di stile, di attenzioni da avere. Attivare un processo di cambiamento, attraverso un approccio pragmatico, può essere descritto come il cammino da compiere per passare da A (situazione esistente) a B (situazione prevista o desiderata). Questo passaggio non può avvenire tracciando una linea retta tra le due situazioni individuate, ma richiede una fase, un tempo, di apprendimento personale e organizzativo.

Il percorso da attivare quindi diviene un vero e proprio processo di apprendimento, dove le persone che operano in quel contesto dovranno scongelare i propri modelli mentali precedenti, le routine, le abitudini, i modelli relazionali e decisionali.

Chiesa attenta a salvaguardare gli equilibri possibili o popolo di Dio ‘costretto’ a rimettersi in viaggio? È importante che ogni livello ecclesiale faccia esercizio di discernimento: dopo tutto si tratta di un dei primi processi – il discernimento – da curare e coltivare.