#2 PROGETTARE IN ORATORIO COME ESPERIENZA DI LIBERTÀ

#2 PROGETTARE IN ORATORIO COME ESPERIENZA DI LIBERTÀ

Si racconta che una comunità cristiana, al fine di rilanciare il dialogo con le giovani generazioni, chiese al suo oratorio elaborare un progetto in grado di valorizzare sia il Vangelo, sia la vita dei ragazzi, che la realtà sociale.

L’oratorio fu contento di ricevere questo importante incarico e si mise subito al lavoro coinvolgendo i suoi migliori educatori. Ben presto però si accorse che – per quanto si sforzasse – non riusciva che a sostenere solo un aspetto per volta dei tre che la comunità cristiana chiedeva, per non rischiare di affondare.

Tuttavia, l’oratorio si rendeva ben conto sia che tutti gli aspetti erano importanti e collegati tra loro, sia che il rapporto dell’uno rispetto all’altro potevano creare problemi se fossero stati lasciati a loro stessi.

La realtà sociale, infatti, era più forte dei ragazzi: se si lasciavano i ragazzi soli con essa, questa li fagocitava, a scapito del Vangelo.

Se, d’altra parte, si interveniva sulla realtà sociale e si trascurava di mettere in relazione Vangelo e vita dei ragazzi, questi tendevano ad ignorarlo.

Un progetto che tenesse conto di tutti e tre contemporaneamente era troppo impegnativo per quell’oratorio, ma occorreva comunque poter gestire tutti gli aspetti. Come fare a elaborare un progetto in grado di farsi carico di tutti?

Progettare salvando ‘capra e cavoli’

Il dilemma, forse qualcuno se ne sarà già accorto, richiama da vicino la famosa situazione del contadino che doveva portare capra, lupo e cavoli sull’altra riva di un fiume su una barchetta che non era in grado di trasportare più di una cosa contemporaneamente.

Spesso l’oratorio nel formulare il progetto educativo si trova nella necessità di ‘salvare capra e cavoli pastorali’, ovvero salvaguardare, con un’opportuna decisione, due interessi apparentemente opposti e inconciliabili tra loro in una situazione che sembrava imporre il sacrificio di uno o dell’altro: l’identità e appartenenza ecclesiale da un lato, l’apertura al mondo (giovanile, sociale, culturale …) dall’altro.

Come sappiamo, la soluzione del gioco consiste in una serie di azioni, per l’esattezza sette, ora trasportando ora riportando indietro le diverse componenti, in modo che le parti in potenziale conflitto non entrino in contatto. In sostanza di tratta di mettere a fuoco una strategia in grado di scomporre la complessità, ovvero una serie di azioni parziali che apparentemente rallentano il raggiungimento dell’obiettivo, alternando e collegando l’uno e l’altro versante, appartenenza e apertura.

Criteri per un buon progetto educativo

Possiamo provare a prendere spunto da questa situazione e dalla soluzione data al problema per evidenziare qualche spunto utile alla elaborazione di un progetto educativo ed al superamento dei suoi ostacoli.

Come in quel caso, una buona strategia progettuale presenta e rispetta alcune importanti criteri:

  • un ritmo progressivo: prevede delle fasi/tappe/azioni utili a ridurre la complessità. Indica in modo generale linee e strumenti di azione, con carattere di riferimento e guida per la più dettagliata programmazione, cui compete mettere in atto il progetto

  • un percorso reversibile: considera solo uno sviluppo lineare, ma alternato e ricorsivo. Ha carattere di estrema concretezza, ma non di rigidità (si pone in costante verifica ed eventuale revisione). In questo si distingue dal programma, che pretende invece di essere messo in atto esecutivamente nelle sue previste scansioni, senza variazioni e revisioni di sorta

  • delle scelte sostenibili: utilizza dei modelli e dei prototipi gestibili e calibrati alle risorse/ competenze/esperienze. Determina tempi, persone, mezzi concreti, ‘misura’ via via la fattibilità e l’esecuzione del progetto

 

  • esige e si regge sul suo essere verificabile: consente di mappare i progressi. L’azione della verifica non riguarda solo la fase finale, ma le tappe intermedie, quale prova di una progettualità non evanescente

 

  • ha carattere unificante: distingue, ma non divide. Collegando visione e organizzazione, ideale e reale, il progetto educativo scruta i segni dei tempi, cercando di tracciare i sentieri comuni che mettono in evidenza la qualità del modello di comunità cristiana che di fatto viene inteso e perseguito

Progettare oratorio: esperienza educativa ‘liberante’

Vincere i timori, le resistenze e le difficoltà spesso associate alla elaborazione del progetto educativo comporta aderire convintamente ad una prospettiva di libertà. E’ la ‘libertà dello Spirito’ non ‘la fedeltà alla legge’, lo stile e la spinta alla base di un buon progetto educativo.

In questo senso andrebbe capovolta la tradizionale prospettiva: si tratta di passare da ‘educare è liberare’ a ‘liberare è educare’.

Assumere la prospettiva della progettualità apre infatti la scelta su un ventaglio ampio di possibilità da vagliare. Invece di fare ciò che è ripetitivo e scontato, si apre al nuovo: creatività, invenzione, innovazione, pur accompagnate da inevitabili incertezze, perplessità, titubanze.

Progettare comporta dunque ‘liberare’: come quando dal blocco di marmo emerge il capolavoro che esso contiene, grazie all’opera insieme competente e visionaria dell’artista.

Il progetto educativo si esprime dunque nel:

  • togliere il superfluo (andare all’essenziale)
  • esprimere energia (senso e relazioni)
  • diventate adulti (autonomia responsabile)
  • aprire al desiderio (vocazione)

 

Fermarsi a progettare, formarsi a coltivare

La fatica che gli oratori (e le comunità cristiane) vivono nel realizzare un progetto educativo o pastorale non va solo denunciata, né tanto meno negata, ma affrontata. Assumersi la fatica del progettare significa affrontare due passaggi impegnativi: richiede infatti, da un lato, l’analisi retrospettiva, che è complicata; e, dall’altro, la capacità di previsione, che è complessa.

A questo riguardo occorre sapersi fermare e sapersi formare. In questo modo si riuscirà a mettere a fuoco ed acquisire gli atteggiamenti e le azioni in grado di accompagnare la buona semina ed il buon raccolto progettuale:

  • coltivare uno sguardo fiducioso
  • coltivare le competenze relazionali e comunicative
  • coltivare l’appropriazione personale dei significati fondamentali
  • coltivare il saper guidare rispettando le distanze e l’alterità

In questo modo la progettualità educativa pastorale, oltre a diventare più praticabile, saprà riferirsi ad una comunità cristiana, implicata nel progettare, con la sua storia, i suoi legami di appartenenza ecclesiale, la sua eredità storica, il suo contesto socioculturale.