#1 PERCHÈ È COSÌ DIFFICILE PROGETTARE IN ORATORIO?

#1 PERCHÈ È COSÌ DIFFICILE PROGETTARE IN ORATORIO?

Sono sempre più numerose le diocesi, grandi e piccole (citiamo tra le altre Milano, Roma, Crema) che, anche sull’onda del recente Sinodo sui Giovani, stanno riflettendo sul futuro dell’oratorio e sulle sue modalità di presenza tra le nuove generazioni.

Inevitabilmente, l’attenzione cade sull’esigenza di elaborare, rinnovare e realizzare un progetto educativo in grado di dare nuova linfa vitale alla tradizione oratoriana e capace di affrontare le sfide dell’attuale mondo giovanile.

Il tema del ‘progettare’ e specificatamente del formulare un ‘progetto educativo oratoriano’ viene posto, giustamente, in termini di priorità (componente essenziale e primaria) e di urgenza (qualcosa che non può essere rimandato).

Per la verità si tratta di una urgenza prioritaria divenuta ‘cronica’, dal momento che di progettazione educativa – e più in generale in ambito pastorale – si parla ormai da circa 40 anni: “oggi – commentava nel 1989 Riccardo Tonelli – tutti parlano di progetti, di obiettivi e di verifiche. Fino a pochi anni fa, invece, questi termini e i problemi relativi erano veramente lontani dalle attenzioni della maggior parte degli operatori di pastorale” (Itinerari per l’educazione dei giovani alla fede).

 

“… progetto CHI?”

 

A distanza di alcuni decenni, punteggiati da annunci, documenti, convegni e iniziative formative, è per lo meno sconcertante prendere atto come il progetto educativo rimane una questione ben lontana dall’essere risolta.

Il progetto educativo in oratorio sembra essere rimasto una questione minoritaria, per pochi: ancora nel 2015, secondo l’Indagine condotta da Ipsos, solo il 30% degli Oratori aveva un progetto educativo, e per di più ‘stagionati’. Due su tre progetti educativi erano stati elaborati almeno cinque anni prima, un tempo enorme se si pensa alla rapidità dei cambiamenti in atto tra le giovani generazioni.

Si è soliti dire che la necessità aguzza l’ingegno, ma nel caso del progetto educativo oratoriano non sembra andare in questo modo. Più che veri progetti educativi vi è stata la proliferazione di itinerari, programmi, percorsi, attività … spesse volte impropriamente chiamati ‘progetti educativi’.

Si deve a malincuore ammettere che in ambito oratoriano (ma l’oratorio è spesso specchio della comunità ecclesiale più ampia) l’esigenza del progettare se da un lato è senz’altro riconosciuta e sottoscritta, dall’altro resta una adesione più nominale ed esteriore, che reale e convinta. Di progetti si parla, ma spesso senza esiti concreti; e anche quando si fanno progetti, non sempre si indaga a fondo, si va alla radice.

Un rischio ed una deriva già avvertiti da tempo dagli osservatori più attenti: «con molta franchezza si deve constatare che nelle nostre diocesi manca una cultura della progettazione. L’agire progettuale è trascurato per insensibilità, altre volte per incompetenza, altre ancora perché è un’attività faticosa…» (Anfossi, Lavorare per progetti e per la formazione degli operatori pastorali ,1998).

 

Perché è difficile progettare

 

Vogliamo tuttavia provare ad andare oltre il giudizio sopra riportato, che farebbe credere che la sterilità progettuale sia per lo più frutto dell’ignavia o dell’accidia, quindi sostanzialmente di ordine morale e dunque su base volontaristica.

Il problema andrebbe, a nostro avviso, considerato sotto un altro aspetto, in prospettiva socio-relazionale. L’oratorio, come altre realtà pastorali, si trova infatti a vivere in uno squilibrio strutturale permanente, del quale subisce gli effetti, ora in un senso ora nell’altro.

 

Per un verso l’oratorio è governato e sollecitato dal riferimento alla sua storia e tradizione, ai suoi miti e valori fondativi, a cui non può rinunciare e che non possono essere smentiti.

E’ il versante della appartenenza (storica, istituzionale, culturale, religiosa).

In questo senso l’oratorio viene richiamato alla sua identità e fedeltà originaria, e per conseguenza riprodurre e ripetere determinate sequenze caratteristiche di interazione (stili e approcci educativi, regole e nome di convivenza, valori di riferimento), fino a diventare o alimentare l’autoreferenzialità (le scelte dell’oratorio si giustificano con l’oratorio).

Se l’aspetto dell’appartenenza diviene eccessivo il sistema oratorio tende a diventare rigido: l’enfasi della proposta è messo sulla fedeltà, lealtà, continuità (il ‘vero oratorio’), bloccando di fatto le dinamiche evolutive, le esigenze di adattamento, le spinte emancipative.

 

Sull’altro versante, per sua natura l’oratorio mira a proporsi ed inserirsi nella comunità umana/giovanile: in questo senso è fondamentale la sua valenza operativa, ovvero la conoscenza e sperimentazione di pratiche e applicazioni secondo un criterio di efficacia (il ‘nuovo oratorio’).

Sono gli oratori sempre alla ricerca dei segni dei tempi, che puntano a stare al passo con i tempi, fortemente sbilanciati su dinamiche di apertura e inclusione, dove ‘l’agenda’ finisce per essere dettata dalla realtà esterna, in una logica di ‘eteroreferenzialità’.

Se l’apertura alla comunità diventa eccessiva il sistema oratorio inizia a disgregarsi: le esigenze esterne, di sopravvivenza ed efficacia diventano predominanti, sgretolando sempre più l’appartenenza ecclesiale e l’identità.

 

Quando le due dimensioni non entrano in dialogo ma in tensione e conflitto si crea uno squilibrio, di cui i diversi sintomi di disagio/disaffezione (frustrazione/ abbandono) sono i segni rivelatori, a partire dall’esodo degli (ormai ex) educatori e dallo scarso reale coinvolgimento dei ragazzi.

E’ questo squilibrio che impedisce di fatto una sana ed efficace progettualità e fa diventare i cosiddetti ‘progetti educativi’ in alcuni casi delle enunciazioni di massimi principi e valoriali tutte centrate sul ‘dovere’ (essere, fare, educare …), in altri una programmazione spicciola, un elenco di attività e iniziative centrate sul ‘fare’ che non è frutto di concretezza, ma di superficialità e leggerezza.

Un sistema oratorio rigido non giunge ad un progetto educativo perché non ha la possibilità di integrare nuovi modelli operativi a causa della immobilità del modello fondativo.

Un sistema oratorio disgregato non riesce a formulare un progetto educativo perché possiede spesso la conoscenza teorica di modelli adeguati alla realtà ma non può utilizzarli per la mancanza d’identità condivisa.

 

Progettare è costruire ponti narrativi

 

Avere un progetto educativo in oratorio significa dunque ed essenzialmente aver saputo costruire un ponte tra questi due versanti, tra appartenenza ecclesiale e inserimento comunitario.

In particolare, il progetto educativo rappresenta l’esito e lo snodo che collega e coniuga organizzazione e visione: un buon progetto educativo nasce e traduce operativamente una visione, ne rappresenta potremmo dire la sua ‘manifestazione’ strategica; così pure un progetto educativo ben fatto si appoggia e dà vita ad una organizzazione che lo possa realizzare.

 

Un progetto educativo pastorale non risponde quindi, primariamente, a esigenze di carattere organizzativo e di pianificazione, ma di discernimento: si tratta di guardare al progetto educativo ed alla sua elaborazione in termini di ‘nuova narrazione’: il progetto altro non è che l’espressione di una nuova, diversa ‘storia di salvezza’ in grado di creare nuovi nessi, nuovi percorsi di senso, nuove chiavi di lettura della realtà oratoriana e la sua testimonianza nel mondo.