USCIAMO DAL DIBATTITO SULL’IDENTITA’! Dal ‘chi sono’ al ‘per chi sono’, dall’identità alla missione in un tempo di cambiamento

USCIAMO DAL DIBATTITO SULL’IDENTITA’! Dal ‘chi sono’ al ‘per chi sono’, dall’identità alla missione in un tempo di cambiamento

Oggi siamo consapevoli di vivere, come ci ha chiaramente ricordato Papa Francesco, un cambiamento d’epoca. Questo deve farci prendere consapevolezza che non abbiamo più a disposizione le mappe e l’equipaggiamento idonei per interagire con efficacia con la realtà. In un cambiamento di questa natura è quindi normale che si ponga la questione dell’identità, in quanto questa va in crisi, come è giusto e opportuno che sia. I dibattiti che si susseguono nella Chiesa hanno a tema l’identità della parrocchia, l’identità del presbitero, l’identità del laico, l’identità dei religiosi, l’identità delle curie diocesane o delle Caritas, l’identità in questo tempo degli istituti religiosi.

Ma siamo davvero convinti che la questione dell’identità in un mondo che cambia si risolva attraverso convegni ed elaborazione di documenti che ne chiariscano nuovamente la natura e la specificità? Siamo davvero convinti che in assenza di mappe adeguate, di modelli teorici veramente aperti alla realtà e ai dinamismi umani e spirituali in atto, è attraverso uno sforzo intellettuale e teoretico che possiamo risolvere questa sfida? O al contrario, rischiamo di alimentare ancora di più la distanza dalla realtà e la frustrazione e lo smarrimento per chi opera nella Chiesa e forse ancora di più in chi viene a contatto con essa?

Concentrarsi in questo tempo sulla questione identitaria pone il rischio di un avvitamento della riflessione su di sé. Di una Chiesa che si concentra su se stessa alimentando ancora di più la sua autoreferenzialità, tentata dal ‘salvare se stessa’, cercando sempre dentro di sé la risposta. È il rischio di spostare la tensione del binomio proposto dal Pontefice della realtà che supera l’idea verso il suo opposto: di cadere nell’astrazione auto-giustificativa e appagante, nell’ideologizzazione che ordina e distingue, nell’istituzionalizzazione di concetti e idee in funzione del mantenimento del controllo sulla realtà, nella creazione di modelli ideal-tipici rassicuranti.

La deriva che si rischia di prendere è quella di mettere in risalto il soggetto a scapito dell’oggetto dell’agire ecclesiale, alimentando un soggettivismo che esalta le figure e le istituzioni ecclesiali a detrimento dei soggetti e della realtà per la quale queste sono chiamate a operare e che ne costituiscono il fondamento della loro esistenza: l’annuncio a tutti i popoli, la ‘santificazione del popolo di Dio’, il farsi prossimi a tutti, la partecipazione alla realizzazione del Regno.

Come se ne esce allora? Uscendo da sé! È questo il senso più profondo della Chiesa in uscita! Del porsi in ascolto del grido del Popolo. Pensiamo al tentativo della Diocesi di Roma di mettere in atto una fase di ascolto del grido della città. I più non l’hanno compresa, pensando che l’ascolto sia in funzione di implementare l’azione pastorale delle comunità. No, non è così! L’ascolto è per uscire dalla propria area di apparente comfort e di entrare in una relazione in grado di destabilizzarla, per facilitare la nostra conversione personale e comunitaria, per purificare le nostre prassi pastorali, per recuperare una nuova identità, un’identità opportuna per questo tempo.

Questo ci aiuta a comprendere quanto ancora non abbiamo compreso pienamente l’invito di Papa Francesco di divenire Chiesa in uscita! Non si può rientrare in se stessi, ridefinire la propria identità, se prima non si è usciti da sé.

Prendiamo il brano paradigmatico dell’incontro di Gesù con la cananea in Matteo 15, 21-28. Gesù “si ritira uscendo” (exelthòn … anechóresen). Lascia il luogo in cui si trova e si dirige verso i territori di Tiro e Sidone, fuori dai confini della terra santa d’Israele. La realtà in cui vive gli sta stretta, è piena di contraddizioni, astrae la realtà dentro dualismi come il puro e l’impuro mortificando la vita, le relazioni, le persone. Del resto la costruzione identitaria mette in moto due processi: quello di separazione e quello di assimilazione che definiscono il ‘noi’ e il ‘loro’. Gesù è abitato da quella cultura e nell’incontrare quella donna, una straniera, una pagana, mantiene il linguaggio del suo popolo, paragonando i pagani ai ‘cani’. La straniera rompe questa struttura ideologica non con idee e nozioni, ma attraverso un incontro. “Se noi cambiamo poco, nel corso dell’esistenza, è perché non sappiamo più incontrare o incontriamo male, senza accogliere il dono che l’altro ci porta” (E. Ronchi). Ogni incontro in sé autentico è fecondo in quanto genera una trasformazione in tutti i soggetti che lo vivono. Mentre i discepoli chiedono al maestro di sbrigare in fretta la cosa – non sono in ascolto del grido della donna che percepiscono come fastidioso, come un ostacolo al loro cammino – Gesù decide di dare tempo a quella relazione. In questo tempo vede oltre l’identità di straniera e pagana che inizialmente gli aveva assegnato. Vede il volto di una donna, di una madre, di una sofferente, di una persona piena di fede. E quella donna ‘converte’ Gesù dentro questa relazione: gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti. La sua non è la fede dei dottori del tempio, degli arguti teologi, ma di una madre che soffre. La scoperta dell’universalità della sua missione, porterà poco oltre Gesù a ripetere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma non avanzeranno più 12 ceste (il solo Popolo di Israele) ma 7, il mondo intero, tutta la creazione.

L’identità, quindi, è una realtà che si può ricomprendere solo in relazione alle altre identità e solo dentro il compimento della propria missione! Solo dentro delle relazioni autentiche, nella dinamica dell’uscita missionaria.

È questo il modo per ridefinire un’identità sana, aperta al contagio, alla contaminazione, al cambiamento. “Identità ben protette hanno indebolito, impoverito, persino fatto scomparire popoli un tempo grandi” (R. Virgili). L’identità si ripensa e conserva in una dinamica di scambio con la realtà e il tempo attuale, abitando queste dimensioni, piantando tende e non erigendo mura.
L’identità cambia in funzione della missione. Un’identità sana, che non genera patologie umane e pastorali, è aperta. L’identità infatti, ci ricorda l’antropologo Remotti, non inerisce all’essenza di un oggetto, ma dipende dalle nostre decisioni. L’identità è costruzione. Cosa, allora, dà la spinta a cambiare? C’è una sola dinamica, energia così forte da permettere questo profondo cambiamento: l’amore. Riconoscere nell’altro, dentro una relazione vera, un volto bello, attraente, che chiede di muoversi ‘verso’, suscitando compassione. Che riesce a spingere il sé verso l’altro da sé e recuperare il senso ultimo del proprio essere che non è ‘salvare se stessi’, non è affermarsi per conservarsi. Se l’identità è in crisi e non riusciamo a cambiare, questo dovrebbe profondamente interrogarci. Se nel nostro agire pastorale stiamo più inseguendo l’urgenza del dovere che quella generata dall’amore. Perché tratto distintivo dell’amore è la libertà! Non è il rispondere ad un mansionario o ha delle procedure e modelli costituiti e normati, ma è accogliere prima di tutto su di sé la grazia liberante che Dio ci dona gratuitamente per trasformarla e trasformarci in azione liberante della realtà in cui operiamo.

L’identità si costruisce attraverso un processo in sé violento che definisce delle connessioni e allo stesso tempo limita altre relazioni, separa, delimita dei legami.

Questo è in sé normale in quanto ogni essere o ente ha necessità per vivere di darsi un’identità. Per dare coerenza al proprio mondo si deve compiere un atto di riduzione della complessità per cui definire un confine tra sé e l’alterità. Più riduco questo confine più si indebolisce la forza e il potere di convincimento della propria identità. Il rischio, come abbiamo visto nel brano biblico citato, è se si vuole annullare ideologicamente questa distinzione, facendo riferimento ad una ipotetica ‘purezza’ della propria identità, ponendola al di sopra di ogni confronto e relazione, ma anche di ogni incontro. Del resto non si elimina ciò che è impuro, ma è impuro ciò che si decide di eliminare.

Un’identità che agisce in questo modo produce scarti!Anziché separare ‘noi’ e gli ‘altri’ si tratta di collocare il ‘noi’ in mezzo agli ‘altri’. “Il Regno di Dio è in mezzo a voi”. È nell’”essere tra” con tutta la vulnerabilità e la fragilità che ne deriva. La sola identità non basta per la vita. Rischia di essere selettiva e riduttiva. Perdendo l’apertura all’alterità, all’altro. L’identità ha bisogno dell’alterità se non vuole ammalarsi. Un’identità sana è fatta anche di alterità e la incorpora nei processi formativi e di significazione del sé. Processi formativi che vogliono creare ambienti totalmente separati creano figure malate!

Siamo chiamati oggi, più chi ha ritrovare un’identità, ad alleggerirci di quella che abbiano fino ad oggi costruito. Compiere questo atto di profonda umiltà e fiducia, accettando di entrare in un processo in grado di farci apprendere una nuova identità missionaria. È vero, non si può comunque esistere senza un’identità. Un’identità è comunque necessaria per la sopravvivenza personale e comunitaria.

Ma si tratta di accettare in questo tempo una identità parziale, debole. Un’identità che apra al possibile più che chiudere e limitare a ciò che è altro. Il contrario di quello che l’attuale cultura sembra cercare, nel desiderare l’uomo forte al comando o nel tentare di definire confini certi e stabili.

In questo la Chiesa può testimoniare il coraggio di saper fare a meno di tali sicurezze, di porsi affianco dell’umanità e instaurare con essa un rapporto di reciprocità nel rinnovare non da sola la sua identità. Perché la nostra forza non è nell’identità, ma nella grazia ricevuta, nell’essere amati e chiamati per compiere una missione per l’uomo di questo tempo.